A Donetsk, Ucraina, nemmeno sanno cosa sia la saudade. Lì non c'è pericolo che un calciatore brasiliano soffra di profonda nostalgia. Il tifo della Donbass Arena (è lì che nacque il progetto) non c'è più, indiavolato, scandito dal suono ritmato dei tamburi che si mescola ai cori della curva. Non ci sono il Lungomare di Rio e nemmeno quel ‘doce balanço a caminho do mar' che è meraviglia sussurrata in musica ma è come sentirsi a casa lo stesso. Indossare la maglia dello Shakhtar per tanti sudamericani verde-oro è una buona opportunità da sfruttare. E anche se il teatro è cambiato per motivi politici, costringendo la squadra a emigrare prima a Lviv, poi a Kharkiv e infine a Kiev, trama e copione sono gli stessi.

Perché nello Shakhtar ci sono tanti brasiliani

E se vi chiedete perché in tanti, che sia dallo Stato di San Paolo o da Bahia, scelgano di lasciare la loro terra per giocare in un campionato che non è nella Top 5 dei tornei d'Europa la risposta è tutta nella strategia aziendale della società che il magnate, Rinat Akhmetov, ha trasformato in un modello d'impresa. Non si fonda solo sul player trading e sulle ricche plusvalenze con le quali foraggia il bilancio e apre prospettive per il futuro.

La sfida del magnate Akhmetov

Non è questione di atleti presi a basso costo e poi rivenduti a prezzi da favola ma di ‘mission' imprenditoriale che uno degli uomini più ricchi al mondo (secondo Forbes ha un patrimonio stimato in 6.3 miliardi di dollari) ha voluto impiantare in quella porzione di Europa che strizza l'occhio al ‘Vecchio Continente' e conserva uno sguardo per la ex ‘grande madre Russia'.

Una rete di scouting capillare

Come funziona e quando è nato questo meccanismo che negli anni ha portato in Ucraina circa 30 giocatori provenienti dal Brasile? Di questi, ben 13 fanno parte della rosa attuale della squadra inserita nello stesso girone di Champions League dell'Inter. L'intera struttura si regge su alcuni capisaldi, a cominciare da un sistema di scouting molto capillare che fornisce al club una rete di relazioni, indagini conoscitive, contatti, osservatori e dossier che accende i riflettori non sui diamanti grezzi ma su quei giocatori che nelle selezioni giovanili (in particolare Under 20) sono riusciti già a mettersi in evidenza.

Giovani, di talento e ‘pronti subito' made in Brasile

L'età media resta bassa (19.87 anni, secondo una stima da ‘FiveThirtyEight Global Soccer Index') ma non intacca né qualità né livello di competitività del singolo atleta. Lo Shakhtar non compie un salto nel buio ma investe in maniera coscienziosa: compra il talento che sta per esplodere, lo accoglie e lo fa sentire a casa nonostante si trasferisca dall'altra parte del mondo, gli versa uno stipendio importante e altrettanti incentivi, lo pone al centro del palcoscenico garantendo una presenza fissa nelle Coppe, fa sì che ottenere il ‘permesso di lavoro' in Ucraina non lo costringa a restare preda dei tempi lunghi della burocrazia, lo inserisce in un progetto tattico e tecnico che nasce da un'idea molto semplice (praticare un calcio attraente, fantasioso, coinvolgente).

Vincere in patria, stupire in Europa

Obiettivo essenziale: contrastare il dominio della Dinamo Kiev in campionato e reggere il confronto in Europa. Tredici titoli nazionali conquistati dal 2002 al 2020 e una Coppa Uefa (2008/2009), la presenza costante in Champions sono la dimostrazione tangibile di come il piano in (buona) parte sia riuscito. E perché la community cresca il club ha anche un account twitter in portoghese proprio per la forte connotazione identitaria, per la presenza importante di tesserati ‘carioca' che costituiscono la spina dorsale dell'organico.

Lucescu ‘fonda' lo Shakhtar brasiliano

Per realizzare questo piano ambizioso Akhmetov decise che c'era una persona alla quale affidarsi, il secondo caposaldo della sua catena di montaggio: Mircea Lucescu, allenatore rumeno che conosce il portoghese come le proprie tasche e in campo dà alle squadre un profilo tattico che ben si sposa con le caratteristiche dei brasiliani. Lui sa come farli rendere al meglio. Se Damian Rodriguez e Brandão rappresentano i capofila di questa esperienza (arrivarono nel 2002), è nel 2004 – proprio con l'ingaggio del tecnico rumeno – che prende corpo ufficialmente il progetto d'impresa.

È Lucescu che porta a Donetsk Joao Batista, MatuzalemJadson, Fernandinho ed Elano, con quest'ultimo capace di dare maggiore lustro alla squadra perché giocatore della Seleçao. Furono Luiz Adriano, Willian e Ilsinho i protagonisti della finale vinta per 2-1 ai supplementari contro il Werder Brema. Douglas CostaAlex TeixeiraBernardMarlosTaison, Fred sono altri esempi di come lo Shakthar abbia saputo incastonare le proprie gemme coniando gioielli molto ambiti sul mercato. Ed è sotto Fonseca (oggi alla Roma) che prosegue questa tradizione fino al nuovo tecnico, Luís Manuel Ribeiro de Castro.

Il giro di affari e plusvalenze

Generare profitto. In quindici anni lo Shakthar ci è riuscito capitalizzando al massimo le cessioni dei pezzi pregiati. Alcuni esempi al riguardo forniscono le proporzioni del fenomeno economico. Alex Teixeira venne ingaggiato per 6 milioni di euro dal Vasco e ne portò in dote 50 con il passaggio allo Jiangsu Suning. Fred, prelevato dall’Internacional, costò 15 milioni ma venne venduto a un prezzo quattro volte superiore: 60 milioni, al Manchester United. Fernandinho, pagato la metà all’Atlético-PR (7.8 milioni), si trasferì sull'altra sponda di Manchester per 40 milioni. Nel novero figurano anche altri esempi di plusvalenze importanti: Willian (+21 milioni), Douglas Costa (+22 milioni). Totale? Poco più di 60 milioni investiti su una decina di calciatori hanno prodotto ricavi per 235 milioni (+173.5 milioni).