Hakan Sukur: “La gente deve sapere cosa sto passando, hanno messo a tacere tutti”

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A 55 anni, ad Hakan Sukur non resta più niente di fama, gloria e ricchezze della sua carriera di calciatore: l’ex capitano della Turchia vuole che tutti sappiano cosa gli è successo e perché è costretto a sbarcare il lunario in qualche modo negli Stati Uniti.

Da leggenda del calcio turco a esule senza più una patria, costretto a vivere negli Stati Uniti con la famiglia e a cercare modi di sbarcare il lunario per andare avanti: la parabola di Hakan Sukur è davvero unica nello sport mondiale ed espone in maniera cruda quanto le scelte individuali – in Paesi dove libertà e diritti umani sono limitati – possano stravolgere la vita di una persona e dei suoi cari, anche se in precedenza lo stesso potere andava a braccetto con quella medesima persona. A 55 anni, l'ex attaccante che ha fatto la storia del Galatasaray e della nazionale turca, e che in Serie A ha giocato con Torino, Inter e Parma (vincendo la Coppa Italia coi ducali), racconta come sia la sua esistenza attuale e il livello di persecuzione personale nei suoi confronti da parte di chi ha il potere nel suo Paese, ovvero il presidente e autocrate Erdogan.

Hakan ne parla a ‘L'Equipe', in video collegamento dalla California, a circa 40 chilometri da San Francisco, dove vive con la moglie ("è incredibile, la mia eroina") e i tre figli in un bungalow vicino all'autostrada. "Scusate, so che è passato molto tempo, ma ho una vita molto complicata – premette per giustificare il ritardo di mesi con cui si è reso disponibile per l'intervista – Sono pronto a raccontare tutto. La gente deve sapere cosa sto passando: non è finzione, è reale. Dovevo andarmene dalla Turchia, qui negli Stati Uniti si può esprimere la propria opinione senza timore. È un Paese governato dallo stato di diritto. E io volevo che i miei figli fossero liberi, indipendenti, che scoprissero altre culture. Ma i primi anni sono stati difficili".

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Hakan Sukur con la moglie: sono sposati da più di 25 anni

Perché Hakan Sukur è in esilio negli Stati Uniti: cosa è successo con Erdogan in Turchia all'ex capitano della nazionale

Per capire a cosa si riferisce l'ex capitano e primatista di gol della nazionale, bisogna riavvolgere il nastro al periodo successivo al ritiro dal calcio giocato, avvenuto nel 2008. Hakan entrò in politica nel 2011 venendo eletto parlamentare con l'AKP, il partito guidato proprio da Erdogan. La sua figura, tuttavia, era storicamente legata a Fethullah Gulen, leader del movimento religioso Hizmet, un tempo stretto alleato dello stesso Erdogan ma poi suo feroce avversario. Quando nel 2013 lo scontro tra il governo e la rete di Gulen diventò insanabile, Sukur si dimise dall'AKP per protesta contro la chiusura delle scuole di Gulen, diventando deputato indipendente.

Fu l'inizio della caduta in un abisso senza fondo per Hakan: nel 2015, incriminato per presunti insulti a Erdogan sui social, si trasferì negli Stati Uniti. L'anno seguente, dopo il fallito colpo di Stato del luglio 2016 attribuito ad apparati legati a Gulen, la magistratura turca emise nei suoi confronti un mandato d'arresto con l'accusa di eversione e appartenenza a un'organizzazione terroristica. Da quel momento il regime gli ha confiscato tutti i beni in patria, ha congelato i suoi conti bancari, arrestato temporaneamente il padre e censurato la sua presenza dalla storia dello sport turco.

Nei suoi confronti è stata compiuta una vera e propria ‘damnatio memoriae', in maniera totale: il nome di Hakan è stato cancellato da tutti gli archivi nazionali, la Federcalcio ha rimosso i suoi ritratti dal museo, il Galatasaray ha eliminato il suo nome da diverse pubblicazioni e archivi ufficiali (con quella maglia ha vinto otto campionati e una Coppa Uefa, aggiudicandosi tre volte il titolo di capocannoniere del torneo) e gli stadi a lui intitolati sono stati rinominati. "Mi stanno usando per seminare paura nella società – dice ora – Nessuno osa più parlare. Stanno cercando di cancellarmi dalla memoria collettiva. Il fascismo è anche l'arte del silenzio. Hanno messo a tacere tutti".

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Hakan il 17 maggio 2000 con la Coppa UEFA vinta col Galatasaray battendo in finale l'Arsenal

"Mi hanno usato per seminare paura e dimostrare di poter colpire chiunque. Mi hanno portato via tutto"

Nella lunga intervista al quotidiano francese, Hakan attacca senza mezzi termini l'attuale regime di Erdogan: "Ero pronto a difendermi nei tribunali turchi se avessi avuto la possibilità di un processo equo. Purtroppo, ciò non è stato possibile. Il regime decide chi va in prigione e chi no. La loro parola è legge e usano la politica come strumento di manipolazione. Il governo sarebbe stato completamente incapace di provare tutte le accuse contro di me. Mi hanno usato, il giocatore turco più famoso del Paese, per seminare paura e dimostrare di poter colpire chiunque. Mi hanno insultato, calunniato. Hanno fatto irruzione in casa mia, si sono impossessati dei miei averi, delle mie proprietà, di tutto ciò che ho guadagnato con il sudore della fronte. Ho gente nel mio appartamento che non conosco nemmeno, non ricevo più niente. Mi hanno portato via tutto".

L'arresto del padre, malato di cancro, fu un mezzo per mettergli pressione e indurlo a una ritrattazione pubblica, con annesso atto di fedeltà al regime. Una proposta di ‘rientro condizionato' che Hakan neanche prese in considerazione, visto che ha sempre tenuto fermo il punto che lui non ha nulla a che fare – neanche lontanamente – col tentato golpe del 2016 che causò 250 morti: "Mio padre era completamente innocente e non c'entrava niente. Lo presero in ostaggio e lo imprigionarono. Poco dopo la sua cattura, mi dissero: ‘Se vieni qui e parli come vogliamo noi, libereremo tuo padre e ti restituiremo tutti i tuoi averi'. Questo mi fa infuriare".

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Hakan con la fascia di capitano della Turchia, di cui è recordman di gol segnati: 51

Il rifiuto di una finta confessione per tornare in patria, cosa fa oggi Hakan per vivere

Nel corso degli anni, le offerte di tornare in patria in cambio di un'assunzione di colpa e della sottomissione al regime sono continuate ad arrivare, a volte anche da ex amici che si erano schierati dalla parte del potere: "Avevo due possibilità – spiega Hakan al riguardo – o sottomettermi e restare in silenzio, come molti, di fronte all'anarchia che regna in Turchia, oppure tenere duro e continuare a mostrare la mia opposizione. Se avessi deciso di sostenere il presidente turco sarei potuto tornare, ma era una questione di onore e di orgoglio. Se l'avessi fatto, non avrei potuto guardare i miei figli negli occhi. La mia decisione mi costa cara, ma amo la democrazia, l'uguaglianza e i diritti umani". Alcuni ex compagni turchi sono ancora in contatto con lui, ma solo tramite messaggi e in segreto: "Non possono sostenermi pubblicamente. Se lo facessero, si troverebbero in grossi guai e non potrebbero più lavorare da nessuna parte".

Ovvero il destino di Hakan, che oggi deve far fronte alle necessità della vita per sé e la sua famiglia dopo essere ripartito da zero, anzi da sotto zero. Negli Stati Uniti, l'ex calciatore ha lavorato all'inizio come autista Uber "per un periodo molto breve", poi ha venduto libri e "vari articoli online" e ha fatto volontariato con la squadra di football dell'Università di Stanford, a venti minuti da casa sua: "Dovevo provvedere alla mia famiglia".

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L'ex attaccante turco esulta dopo un gol segnato con il Parma nel 2002

Successivamente, lui e sua moglie hanno investito in una caffetteria panetteria, dove lui si occupava delle bevande, lavava i piatti e gestiva la cassa tutto il giorno: "È difficile dover ricominciare la vita da zero quando si aveva tutto, quando si aveva la possibilità di procurarsi tutto il necessario, anche i beni di lusso. Ma non ho avuto un'infanzia agiata. A volte vendevo persino semi di girasole per guadagnare qualcosa. Avevo già vissuto questa situazione". Tuttavia Hakan e la moglie sono poi stati costretti a vendere l'attività per i debiti. Oggi l'ex interista è molto attivo sul suo canale YouTube dove commenta il calcio e dà lezioni private ai giocatori locali (qui sotto un video sul suo profilo Instagram in cui si fa pubblicità). L'obiettivo è quello di trovare un lavoro più stabile e remunerativo magari proprio nel calcio, il sogno è aprire una ‘Academy' – ovvero una scuola calcio – nella zona in cui vive. Ma per ora non dispone ancora del denaro necessario.

"Spesso mi sento solo, ma sono un uomo fortunato. Ho una moglie incredibile, è la mia eroina, e anche dei figli meravigliosi – conclude la chiacchierata Hakan, che finalmente ha ottenuto la Green Card, ovvero il documento che autorizza un cittadino straniero a vivere e lavorare in modo permanente negli Stati Uniti – Se Dio vuole, saremo ricompensati per le nostre azioni in nome dell'umanità e per il nostro impegno per la giustizia. Sogno una cultura di convivenza, dove idee diverse possano coesistere. Sogno di tornare in Turchia, è il mio Paese. Amo la mia gente, anche se la loro immagine di me è distorta. So che c'è una luce in fondo al tunnel".

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