Fulvio Collovati: “Dopo due Mondiali falliti dimettersi è il minimo. Sono figure ingiustificabili”

C’è amarezza, ma soprattutto lucidità nelle parole di Fulvio Collovati a Fanpage.it dopo l’ennesima delusione della Nazionale Italiana. Per la terza volta consecutiva gli Azzurri non parteciperanno ai Mondiali e il difensore campione del mondo nel 1982 non cerca scorciatoie né attenuanti: il problema, spiega, è profondo e affonda le radici in anni di immobilismo. Nel mirino finisce anche la governance del sistema calcio, a partire dal presidente della FIGC, Gabriele Gravina, chiamato direttamente in causa su un tema che scotta: quello delle responsabilità.
Nessun indice puntato né un ‘j'accuse' ma un’analisi dura e necessaria per capire davvero perché l’Italia del calcio continua a restare indietro rispetto agli altri movimenti calcistici.
Siamo alla terza assenza di fila dai Mondiali: qual è il primo pensiero di Fulvio Collovati dopo la sconfitta in Bosnia?
"L’eliminazione contro la Macedonia fu sorprendente, perché eravamo campioni d’Europa. Quella con la Svezia poteva anche starci. Ma quello che non ci sta è l’eliminazione recente: è il frutto di ciò che abbiamo seminato negli ultimi 10-15 anni, cioè nulla. Solo chiacchiere, nessuna vera riforma del calcio giovanile".
Quindi è un problema strutturale?
"Certo. Oggi abbiamo il 70% di stranieri e spesso arrivano a fine carriera. Negli anni ’80 arrivavano campioni nel pieno della loro forza. Inoltre si è lavorato più sulla tattica che sulla qualità individuale. Questo si nota quando i calciatori toccano il pallone".
Torniamo a Bosnia-Italia: qual è stata la difficoltà più grande che lei ha riscontrato nella partita di Zenica?
"L’inferiorità numerica ha inciso molto dal punto di vista psicologico ma è fisiologico: resti in 10 e ti abbassi per non prendere gol. Però anche così abbiamo avuto due o tre occasioni, e questo dice molto del livello dell’avversario".

Ero a Bergamo e dallo stadio si vedeva visto la paura negli occhi dei nostri ragazzi nel primo tempo. Poi siamo riusciti a sbrogliarla ma in Bosnia le cose sono peggiorate: perché questo gruppo è così fragile?
"È una buona squadra, ma non ha leader e non ha fuoriclasse. Senza citare la Nazionale del 1982, nel 2006 c’erano Pirlo, Totti, Del Piero, gli stessi Buffon e Gattuso… oggi non c’è chi inventa la giocata decisiva. Poi bisogna dire anche una cosa: calciatori come Donnarumma e Tonali giocano in Premier League e non è un caso se ci affidavamo a loro per questo playoff. Il livello lì è diverso dal nostro campionato, poco da dire".
È solo un problema di assenza di giocatori decisivi?
"Esatto. Non abbiamo chi ti crea il gol dal nulla. E, infatti, spesso è capitato di affidarci a tiri da fuori come il gol da fuori di Tonali contro l'Irlanda del Nord".

Però ha citato anche il livello del campionato italiano rispetto alla Premier League…
"Sì, è più lento e meno intenso rispetto ad altri, come la Premier League. Si gioca troppo prevedibile, sempre passaggi all'indietro e in sicurezza, nessuno tenta una giocata. Poi c'è questa cosa della costruzione dal basso: io eliminerei proprio questo concetto e vorrei vedere dei bei lanci sulle punte come una volta se serve per avere un po' di imprevedibilità".
Nelle ultime ore si è parlato anche dell'arbitraggio: secondo lei ha inciso?
"Ho qualche dubbio sul fallo su Palestra, ma non dobbiamo aggrapparci a quello. Se lo facciamo, cerchiamo alibi".
A proposito di alibi, c’è grande amarezza e frustrazione per la mancata partecipazione dell’Italia alla Coppa del Mondo da parte dei tifosi e di tutto il movimento ma nessuno si prende la responsabilità di quello che è accaduto: perché in Italia nessuno si dimette quando le cose non vanno bene?
"Perché sanno che nessuno gliele chiede davvero. Dopo due Mondiali falliti, il minimo è dimettersi. È una questione di risultati. Nessuno si assume le responsabilità dei fallimenti e i dirigenti rimangono attaccati alla poltrona".
Le parole di Gravina sono state molto criticate: cosa ha provato da ex calciatore, e campione del mondo, a sentir parlare il presidente della FIGC in quei termini?
"Non si possono giustificare certe figure. Nell’82 noi venivamo massacrati dalla stampa dopo le prime partite. Oggi invece si trovano scuse".

Quindi c'è anche un problema di media. Quando è cambiato il loro ruolo?
"Sì, c’è troppo buonismo. Una volta le critiche erano dure ma servivano da stimolo. Come ho detto, noi nel 1982 fummo massacrati prima del torneo e dopo le prime tre partite. Oggi va sempre tutto bene e a differenza del passato non c'è nessuno che incalza abbastanza. Questo assenza di critica costruttiva toglie stimolo e permette ai responsabili di non affrontare le proprie mancanze, arrivando persino a definire ‘cattivi' i tifosi che fischiano per delusione. Ma cosa devono fare, applaudire dopo certe prestazioni?".
Da diverse ore è tornato d'attualità il tema ‘calcio giovanile' ma io vorrei metterla su un piano diverso: le Nazionali giovanili lavorano bene e fanno percorsi interessanti ma manca lo step quanto si arriva alla selezione maggiore: da cosa dipende?
"Perché non li fanno giocare. Prenda un giovane talento: lo mandano in prestito e non gioca. Un esempio può essere Camarda, che dal Milan è andato a Lecce per giocare e poi… all’estero, se sei bravo a 18 anni, giochi subito".

Quindi manca il coraggio?
"Esatto. Bisogna lavorare sul talento, non solo sulla tattica. Se uno è bravo, deve emergere.
In definitiva, qual è il problema principale del calcio italiano oggi e cosa farebbe lei?
"La difficoltà nel far emergere il talento e nel dargli spazio. Senza quello, non si va da nessuna parte. Il caso di Palestra, tra i migliori in campo in Bosnia ma inizialmente non voluto titolare, è un esempio di questa ritrosia a lanciare i giovani promettenti".