Demetrio Albertini: “Per dare del tu a Baresi ci misi un anno. Oggi nel Milan non vedo milanismo”

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Dal Milan alla notte di Pasadena fino agli inizi all’oratorio e la carriera da dirigente: Demetrio Albertini ripercorre a Fanpage.it una carriera costruita tra vittorie, responsabilità e momenti che hanno lasciato il segno. L’ex centrocampista si racconta e parla di ciò che il calcio gli ha insegnato, dentro e fuori dal campo.

Cinque Scudetti, una Liga, tre Supercoppe italiane, tre Champions League, due Coppe Intercontinentali e due Supercoppe Europee: la carriera di Demetrio Albertini racconta una stagione irripetibile del calcio italiano. Regista del grande Milan, protagonista con la Nazionale Italiana fino alla finale del Mondiale di USA '94 e poi protagonista anche all'estero con le maglie di Atletico Madrid, Lazio e Barcellona. Una carriera costruita sul talento, ma soprattutto sulla disciplina, sulla responsabilità e sulla capacità di leggere il gioco prima degli altri.

Oggi Albertini raccoglie quelle esperienze in ‘Le lezioni del campo', libro edito da Gribaudo, nel quale il calcio diventa una chiave per raccontare anche la vita, le scelte e i rapporti umani: dal campetto dell'oratorio di Villa Raverio alla notte di Pasadena, passando per il Diavolo di Baresi e Maldini, Albertini ripercorre per Fanpage.it un viaggio fatto di vittorie, sconfitte e insegnamenti. Perché, come scrive nel libro, "la sostanza, nel calcio come nella vita, è ciò che rimane quando finisce l'applauso". È da qui che parte questa chiacchierata con uno dei grandi centrocampisti della sua generazione.

Albertini, come va? 
"Tutto bene, sempre in movimento ma va bene così".

Lei ha scritto un libro in cui parla molto di talento, disciplina, responsabilità e consapevolezza. Quanto è cambiata negli anni la sua idea di talento? È sufficiente per avere successo oppure può diventare anche un limite?
"Un limite non lo è. Come scrivo nel libro, il talento deve avere la fortuna di trovare chi te lo valorizza. Prima ancora, però, qualcuno deve aiutarti a trovarlo. Tutti abbiamo un talento da qualche parte e la fortuna è proprio trovare chi ti aiuta a scoprirlo e a valorizzarlo. Pensiamo al calcio, che è quasi il sogno di qualsiasi bambino. Tante volte, però, il genitore o le persone che ti stanno vicino creano illusioni. Quando hai talento e giochi con grande naturalezza, bisogna fare attenzione alle aspettative. Io dico che talento e aspettative devono avere un passo umano. Quello che arriva dall'esterno, soprattutto quando sei bambino, è meglio viverlo con grande naturalezza che con le aspettative di chi ti sta intorno, perché sono due punti di vista diversi".

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Albertini in azione con la maglia del Milan.

C'è una frase che accompagna tutto il libro: "La sostanza, nel calcio come nella vita, è ciò che rimane quando finisce l'applauso". Che significato ha per lei?
"È una delle frasi del libro. Quando sei in campo e poi smetti, capiremo veramente cosa hai lasciato. Ci sono grandi campioni che vengono ricordati per quello che hanno fatto, ma ci sono anche persone e giocatori che vengono ricordati ancora di più per i comportamenti. Il tifoso non ti misura solo con quello che hai vinto, ma con quello che hai trasferito. Noi siamo quello che ricordiamo, ma anche quello che gli altri ricordano di noi. Hanno il percepito di chi sei e tu devi trasferirlo attraverso i tuoi comportamenti. Se ci ricordassimo soltanto dei risultati, ricorderemmo solo gli attaccanti, qualche Pallone d'Oro, l'almanacco. Invece il talento è anche una creazione di emozioni. Chi va in campo deve creare emozioni".

Nel libro parla anche di contaminazione. Che cosa significa per lei?
"È una delle cose che amo di più. La contaminazione significa uscire dalla tua comfort zone, ricevere qualcosa e poi portarlo dentro il tuo mondo, nel tuo vissuto. Questo è stato un po' il libro. È un libro introspettivo, ma vuole lasciare qualcosa. Non è esclusivamente “chi sono io”, ma quello che ho imparato. Tanto è vero che tante persone mi stanno dicendo che si possono intravedere in quello che racconto. Può rivolgersi ai bambini, ma anche a chi lavora nelle aziende. Ho fatto tanti team building e sono spunti che possono essere trasferiti perché, alla fine, è un lavoro di gruppo".

Facciamo un passo indietro e torniamo agli inizi. Ricorda quando ha cominciato a giocare nel campetto dell'oratorio di Villa Raverio?
"Sono partito quando ero bambino, proprio bambino bambino. Racconto nel libro di quando mio fratello mi veniva a prendere all'asilo e la suora, quando arrivava la mamma, aveva il grembiulino. Era un flash per far capire da dove sono partito, con grande naturalezza. Avevo il talento, ma mi divertivo a giocare anche con quelli più grandi, quelli che giocavano con mio fratello. Mi ricordo quante volte scavalcavo il cancello dell'oratorio perché magari nel pomeriggio era chiuso e andavo a giocare. Lì c'era l'unica porta con la rete. Quindi con gli amici andavamo a giocare. Sono proprio nato lì".

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Albertini agli esordi.

E suo padre, invece, non ti mandò subito a fare provini…
"Fino a dieci anni tutti mi dicevano: ‘Ma andiamo a fare il provino?'. E mio padre mi ha sempre detto di no. Lui faceva il muratore e mia mamma non guidava. Mi diceva: ‘Ma io come faccio a portarti? Anche se ti dovessero prendere, come faccio a portarti?'. Quindi nasce lì quello che ero. Nasce dall'oratorio, in un paese di 1.200 anime. Il mio Mondiale era quando facevamo il palio e giocavamo a calcio contro le altre frazioni del comune di Besana Brianza. Eravamo la squadra da battere".

E c'è un'immagine che racconta perfettamente il suo rapporto con quelle radici: due giorni dopo la finale Mondiale del 1994 è tornato a giocare all'oratorio…
"Esatto. Io finisco la finale del Mondiale del '94 e due giorni dopo gioco la mia partita all'oratorio. Con i miei amici. C'erano 3.000 persone, praticamente tutto il paese, a vedere la partitella. È anche una questione di legami e di radici, ma soprattutto di dare il valore giusto a quello che stai facendo. Non era un'esibizione, era un divertimento da condividere".

Torniamo a Pasadena. Quando ripensa a quella camminata verso il dischetto, qual è la prima sensazione che le torna in mente?
"La prima cosa è la sensazione di solitudine. Perché quella camminata di trenta metri sei solo. È un gioco di squadra, ma in quel momento sei solo. Miliardi di persone ti stanno guardando. In quel momento guardano solo te. Fino a quando non sbuchi davanti al portiere, quando quindi siete in due a dividervi l'attenzione. Alla fine sei solo. È una sensazione di solitudine che tante volte ti mette alle spalle, ti mette con le spalle al muro e devi prendere la decisione".

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Albertini durante una partita della Nazionale Italiana.

È una sensazione che ha poi ritrovato anche nella sua vita professionale, quando è diventato dirigente?
"Sì. La cosa che mi è piaciuta nella mia crescita e che ho voluto raccontare è che, diventando dirigente sportivo, hai dovuto sintetizzare per trasferire le cose. Perché altrimenti diventa difficile parlare solo di emozioni. Trasferire quel tipo di emozione, quella sensazione, di quello che ti ha lasciato, richiede uno sforzo. Come quando parli da genitore o da insegnante. Devi riuscire a sintetizzare per raccontarlo. La camminata è un passo, ma devi riuscire a trasferire quello che significa".

Nel preparare questa intervista mi sono accorto che fu lei a fare il lancio a Baggio contro la Francia ai Mondiali di Francia '98 per il quasi-golden goal ai quarti. Dato che si tratta di uno dei ‘what if' più famosi del nostro calcio: vi è mai capitato di riparlarne insieme, o ci ha mai ripensato da solo, negli anni a venire?
"Non tanto solo a quello, ma a tanti passaggi che fai quando hai quel ruolo. Io ho fatto più passaggi gol che gol nella mia carriera. E tanti, però non vengono ricordati perché poi il compagno deve realizzare. Quello è stato un'occasione persa, così come è stata un'occasione persa quella del rigore che ho sbagliato nel '98. Non è che ci sia solo un momento. Ci sono tanti flash in cui dici: ‘Cavoli, se avessi fatto qualcosa di diverso sarebbe magari cambiata tanta storia'. È successo nel '98 ma ci sono tante situazioni che potevano cambiare la storia della mia carriera, e non solo. Però è proprio l'accettazione di quello che poi alla fine raccogli".

Lei ha vinto tanto, ma ha perso tante finali. Come si convive con questo dato?
"Io ho perso undici finali. Non sempre vincono i migliori. Tante volte ci sono situazioni che non ti permettono di arrivare alla vittoria. Però dico anche che i vincenti non sono solo quelli che vincono, ma quelli che conoscono la strada per poter arrivare a vincere. Quando arrivi a una finale, quella strada la conosci. La conosci bene".

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Albertini nelle vesti di relatore durante un evento.

Nel suo ruolo di regista avevi una responsabilità enorme. Che cosa significa avere una squadra sulle spalle e nella mente?
"Io ho sempre fatto il regista. E cos'è il regista? È quella persona che ha alle spalle qualcosa da difendere insieme ai propri compagni e deve riuscire ad adottare la strategia migliore per andare a fare gol, quindi per vincere la partita. Non puoi solo difenderti. Passa attraverso di te quel senso di responsabilità. Hai la responsabilità di conoscere i tuoi compagni che hai di fianco e quindi le loro qualità diverse. Oggi, in un gruppo, la prima cosa è essere comunità. Far parte di un gruppo significa accettare la diversità. Non possiamo essere tutti uguali".

E questo lo ha imparato anche grazie ai compagni che avevi al Milan…
"Sì. Essere lì in mezzo al campo me l'ha insegnato bene. Sulla sinistra avevo Donadoni e sulla destra Gullit, per esempio. Sono due giocatori con caratteristiche completamente diverse e tu lo devi sapere. Se hai davanti Van Basten o se hai davanti Pippo Inzaghi, sono due calciatori differenti. Se hai dietro Baresi o un altro giocatore, sono responsabilità differenti. Devi riuscire ad adeguarti. In poche parole, devi essere a disposizione della squadra. Questo è il senso di responsabilità del centrocampista, del regista".

E allora veniamo a Franco Baresi. Che cosa ha rappresentato per lei e per quel Milan?
"Franco è stato un leader silenzioso. Ci ho messo un anno per dargli del tu, se no gli davo quasi del lei. Non perché incutesse paura, ma perché incuteva un po' di timore. È stato un insegnante".

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Albertini seduto vicino a Franco Baresi.

Che cosa vi ha insegnato?
"Lui, insieme agli altri leader del mio primo Milan, ha trasferito a noi, che poi siamo diventati leader del Milan successivo, quello che era il DNA del Milan, di una squadra vincente. Il senso del lavoro, il rispetto del compagno prima di tutto, il rispetto dei compagni, la preparazione alla partita. Questo è quello che ci ha insegnato Franco".

Baresi, però, è diventato un simbolo anche oltre il Milan…
"Sì, sicuramente. Era un signore del calcio, sotto tutti i punti di vista".

E qual era l'obiettivo che vi dava, oltre a quello di vincere?
"Quello di essere vincenti. Quando vinci sei scomodo agli occhi degli altri. Ma l'obiettivo era essere ammirati e apprezzati da tutti. Questo è un insegnamento che ci ha dato".

Quanto manca oggi di quel ‘milanismo' nella società attuale?
"Tanto. Oggi non vedo chi possa trasferire quel tipo di milanismo. Però ogni gruppo ha il suo DNA e anche questo gruppo deve creare il suo DNA. Quando cambi tanti giocatori, tanti effettivi e tutte le volte riparti da zero. Ed è sempre difficile. Negli ultimi anni è cambiato spesso l'allenatore, è cambiata la società, sono cambiati i dirigenti e sono cambiati i giocatori. Quindi il senso di appartenenza diventa più difficile da costruire".

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Demetrio Albertini alza al cielo la Champions League.

A proposito di appartenenza, ha vissuto anche il Barcellona dove l'identità ha una dimensione molto forte. Che differenza ha trovato rispetto al Milan?
"Quando sono arrivato a Barcellona ho capito che cosa voleva dire il Barça. Quando uno dice ‘Més que un club', pensa a una polisportiva, perché ci sono il basket, la pallamano e tante altre discipline. Invece no. Quando dici ‘Més que un club', è la nazionale per loro. È come indossare la maglia azzurra per noi. Me ne sono accorto subito. Alla prima conferenza stampa mi hanno chiesto come mai parlassi così bene spagnolo. Ho detto che ero stato a Madrid e avevo avuto un'esperienza meravigliosa. Mi hanno risposto: ‘Meno parli di Madrid, meglio è'".

Quindi ha capito immediatamente quanto fosse sentita quell'identità…
"Sì. Un'altra volta ero andato a parlare ai ragazzi dell'università di Barcellona. C'erano anche studenti italiani e mi hanno chiesto: ‘A quando la prima intervista in catalano?'. Ho risposto che non volevo entrare in quelle diatribe, non volevo parlare di politica: ero lì per parlare dell'Erasmus, dei ragazzi italiani e, al massimo, del Barcellona giocato, del campo".

Ha vissuto quattro città importanti: Milano, Madrid, Barcellona e Roma. Albertini, da quello che so, ha sempre cercato di viverli da dentro e conoscere ogni aspetto…
"Sì. Ho vissuto in quattro città meravigliose e ho giocato quattro dei derby più belli d'Europa. Ho sempre voluto vivere nel centro della città, per poter conoscere, visto che la prendevo come esperienza anche di vita, quella che era la comunità in cui stavo giocando e per cui stavo giocando. Questo mi ha dato tanto. Ti fa entrare nel tessuto sociale, nelle abitudini, che sono diverse".

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Demetrio Albertini in azione ai tempi del Barcellona.

Oggi, invece, Albertini è anche un dirigente. Quanto è difficile passare dal campo a un ruolo dirigenziale?
"La prima cosa è capire che un conto è giocare e un conto è diventare dirigente. Io non ho avuto un percorso accademico-scolastico, ho imparato sul campo. Con grande umiltà, la prima cosa che ho messo in campo è stata la pazienza. Ho sempre pensato che un buon dirigente che è stato calciatore abbia difficilmente qualcosa in più. Però prima devi diventare dirigente. Perché, se no, un buon dirigente è meglio di un ex calciatore. Sono due mestieri diversi".

E anche il passaggio da grande calciatore ad allenatore non è automatico.
"Esatto. Non tutti i buoni calciatori possono essere dei buoni allenatori. Un conto è saper fare e un conto è saper far fare. Abbiamo vissuto grandi giocatori che sono diventati grandi allenatori e grandi giocatori che non sono diventati buoni allenatori. Sono due cose diverse".

Chiudiamo con il libro. Se ‘Le lezioni del campo' fosse letto da un ragazzo che oggi sogna di diventare calciatore, quale lezione vorresti gli rimanesse più delle altre?
"Io mi ritengo un ragazzo normale che ha fatto qualcosa di speciale e non un ragazzo speciale che ha fatto qualcosa di normale. Mi sono sempre conquistato tutto. Tanti pensano che quello che hanno sia dovuto perché sono speciali. Io ho sempre conquistato quello che ho ottenuto e ho sempre gioito per quello che ho ottenuto".

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Demetrio Albertini festeggia dopo lo Scudetto vinto nel 1999 a Perugia.

Nel libro c'è anche una dedica molto particolare…
"Il primo capitolo è ‘Santiago di Compostela', il mio Cammino di Santiago. Il mio compagno di viaggio era Roberto, Roby. Abbiamo fatto il viaggio insieme e lui è venuto a mancare proprio il giorno della pubblicazione del libro. La domenica, in anteprima, gli avevo dato il libro con la dedica e lui è venuto a mancare il mercoledì, proprio quando è uscito. Oggi non mi sento sfortunato perché ho perso un amico. Mi sento fortunato perché ho goduto un amico. E quindi voglio ricordarlo con il sorriso e con le cose che ho scritto all'interno del libro e con quelle che non ho scritto, ma che abbiamo vissuto insieme".

E il libro, alla fine, è dedicato anche ai tuoi figli.
"Sì. Io non ho, purtroppo, la collezione delle maglie con cui ho giocato. I miei figli non mi hanno visto giocare, però conoscono il papà. Ho dedicato il libro a loro perché, se conoscono questo tipo di papà, è perché ho fatto un percorso. E questo tipo di papà è cresciuto con le regole del campo, con le lezioni del campo".

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