Chi può mandare a casa Gravina? Le dimissioni difficili, la politica in FIGC e l’ipotesi Malagò

Il 3 febbraio 2025 Gabriele Gravina è stato rieletto per la terza volta presidente della FIGC con il 98.7% dei voti. Da candidato unico, e questo la dice lunga sulla manifesta incapacità di costruire un'alternativa credibile, prese tutto quel che poteva e consolidò l'apparato di potere che lo sostiene dal 2018, dopo l'epoca di Carlo Tavecchio e Optì Pobà. E resterà lì dov'è fino al 2028, a meno che non decida di dimettersi cedendo alle pressioni che arrivano soprattutto dal mondo della politica (compulsata anche dai presidenti delle società di Serie A), perché è difficile che il Consiglio federale che è sua diretta emanazione gli suggerisca un passo indietro o, addirittura, gli volti le spalle sempre che non ceda a condizionamenti esterni. Altra opzione: Gravina può convocare lui stesso nuove elezioni. Infine, lo scenario estremo: il Coni interviene a commissariare la Federazione facendo tabula rasa dei vertici attuali.
Può farlo? Sì, da regolamento disciplinato dall'articolo 6 comma 4 lettera f1 e dall'articolo 7 comma 5 lettera f: "è il Consiglio nazionale del Coni che delibera, su proposta della Giunta Nazionale, il commissariamento delle Federazioni Sportive Nazionali e delle Discipline Sportive Associate, in caso di gravi irregolarità nella gestione o di gravi violazioni nell’ordinamento sportivo da parte degli organi direttivi, ovvero in caso di constatata impossibilità di funzionamento dei medesimi, o nel caso che non siano garantiti il regolare avvio e svolgimento delle competizioni sportive nazionali".
Ma sussistono davvero elementi del genere per giustificare un provvedimento così drastico? Al di là dei ragionamenti di ‘pancia' dettati dall'emotività del momento, non sembra ci siano le condizioni sopra enunciate per far saltare la testa di Gravina così da preparare la successione. E soprattutto il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, ha davvero queste intenzioni? Sullo sfondo resta anche l'ipotesi Giovanni Malagò (ex numero uno dello Sport italiano), la cui disponibilità è stata già sondata da alcuni presidenti di Serie A come possibile candidato a neo presidente della Federcalcio. Ma di qui a dire che è pronto sull'uscio ce ne passa. E siamo sicuri che abbia un bacino di preferenze così largo (a partire dalla Lega Nazionale Dilettanti che pesa più della Serie A nelle urne?) da puntare dritto alla presidenza, spuntandola anche su nomi alternativi già nel solco dell'attuale sistema (Abete a capo della LND, Marani della Lega Pro)?

Ecco perché lo scenario al momento è ingarbugliato: è tutto nella mani dell'attuale presidente federale che non ha alcun obbligo legale di lasciare l'incarico né si ritiene formalmente responsabile degli insuccessi sportivi. Lo ha detto anche ieri sera, nel pieno della bufera post eliminazione della Nazionale contro la Bosnia: "La Figc non può scegliere e costruire la squadra, ma fa solo la sintesi di quello che offre il nostro campionato". In buona sostanza, mica è colpa sua? Ha già scaricato la responsabilità lontano da sé. E se nel tennis, nella pallavolo, nell'atletica, nella F1 o sul ghiaccio si vince con Sinner, Velasco, De Giorgi, i salti di Furlani, la velocità di Kimi Antonelli, i pattini di Fontana e Sighel, gli sci di Brignone è solo perché gli altri sport sono "dilettantistici" rispetto al professionismo del calcio. Sì, ha detto anche questo.
E basta quella percentuale monolitica, che oggi brandisce tanto per ricordare chi è e che peso ha ancora la sua influenza, a spiegare cosa c'è dietro la caduta verticale del calcio italiano sia a livello di club (la cui visione strategica più ottimistica è rifinanziare i debiti, accapigliarsi al VAR dello sport e intascare i soldi dei diritti tv fondamentali per sopravvivere) sia a livello di Nazionale maggiore che va malissimo mentre le Under riservano soddisfazioni. Perché qui in Italia va così, secondo un sistema di potere che trae linfa vitale e si rigenera con le sconfitte: più colleziona fallimenti (la mancata qualificazione ai Mondiali 2026 si aggiunge all'onta di Qatar 2022 e alla figuraccia di Euro 2024), più riscuote consensi. E se c'è chi ha qualche merito/competenza/talento, corroborati anche da una carta d'identità che offre prospettive, che si accomodi pure al tavolo. C'è sempre un posto per un "amico" in più, ma senza strane idee per la testa.