Antonio Conte disegna l’identikit della sua nuova squadra: “Ha perso di vista la propria storia, vado a rispolverarla”

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Antonio Conte è fermo per un anno sabbatico dopo aver lasciato il Napoli, ma scalpita per rientrare: ha un’idea precisa al riguardo.

Antonio Conte si è preso un anno di stop dopo il biennio ricco di soddisfazioni a Napoli, che lo ha visto portare ai tifosi azzurri uno Scudetto e una Supercoppa, oltre a un secondo posto in campionato. Non è certo una novità per il 57enne allenatore leccese, che ugualmente si era fermato per una stagione nel 2018/19 dopo aver lasciato il Chelsea e prima di andare all'Inter (campionati vinti con entrambi i club) e in quella 2023/24 dopo l'addio al Tottenham (qualificato l'anno prima alla Champions col quarto posto, da allora gli Spurs sono sprofondati e lo sono tuttora con De Zerbi nonostante le centinaia di milioni spesi in estate).

Da maniaco del pallone, Conte ovviamente non sta sprecando il suo tempi negli ozi: "È stata un'esperienza fantastica – dice a ‘The Athletic' riguardo ai due anni sulla panchina partenopea – Ha richiesto tantissima energia e non è stato facile. Dover dare battaglia a Inter, Juve e Milan non è una passeggiata per il Napoli, la Roma o la Lazio. Ho speso davvero molte energie. Ora sono in una fase in cui sto alla finestra ad osservare. Nei periodi più tranquilli, quando non lavoro, il bello è che puoi sederti e guardare le partite, studiare nuovi approcci ed essere ancora più calmo e analitico nel cercare di adattare le novità del calcio alle tue idee. Il calcio è in continua evoluzione e dobbiamo stare al passo con i tempi. Oggi sono tutti più coraggiosi. In passato, se affrontavi il City o il Liverpool, il divario di qualità era enorme, quindi ti mettevi a palla coperta a metà campo e lasciavi a loro l'iniziativa. Oggi questo non succede più".

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Antonio Conte con Anguissa e Lukaku durante la festa Scudetto del Napoli

La prossima squadra di Antonio Conte: "Mi piacerebbe andare in un club dove far risplendere la sua storia"

Conte ha le idee chiare circa la nuova squadra che sposerà, l'identikit fatto è molto preciso: "Ci sono molti club che hanno un po' perso di vista la propria storia. Mi piacerebbe andare in uno di questi club per spolverare quella storia e farla risplendere ancora una volta. Club dove c'è pressione, dove, in fin dei conti, sai benissimo che non ci vai soltanto per partecipare, ma per competere".

Un manipolo di calciatori devoti alla causa che lui saprebbe motivare da par suo, come ha sempre fatto ovunque è andato: "Se vai in un club dove la storia parla da sola, una storia fatta di trofei, scudetti e vittorie, puoi onorare quella storia in un solo modo: avendo l'ambizione di riportare quel club, se oggi non è lì, a lottare per quegli obiettivi. So benissimo che solo una squadra può vincere ogni anno, ma devo portare nel cuore – e infondere nel cuore dei tifosi, dei miei giocatori e dei miei dirigenti – quella scintilla, quella speranza che ti fa dire: ‘Cazzo, possiamo vincere'. Anche solo quell'un per cento, ma deve essere un un per cento che può diventare il 70, l'80 o persino il 100 per cento. Dipende da come lo trasmetti. L'allenatore è importante perché trasmette quel messaggio ogni singolo giorno. Ha interazioni quotidiane con tutti: con lo staff, il massaggiatore, il magazziniere, il fisioterapista, il giardiniere, tutta gente che deve essere coinvolta e sentirsi parte della spinta per fare la storia. E la storia si fa solo vincendo".

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Conte al Chelsea ha vinto anche una Coppa d'Inghilterra, oltre alla Premier League

Conte sa bene che i club inglesi partono oggi da uno strapotere economico soverchiante – "in Inghilterra oggi usano i bazooka, mentre da tutte le altre parti si usa ancora la pistola, ma bisogna anche stare attenti a come si spendono i soldi, puoi anche averli ma devi saperli spendere bene" – e porta l'esempio virtuoso del Como, ma cita anche il ‘nuovo' PSG, per far capire che col solo denaro bruto non si va da nessuna parte: "Guardate il Como. Cesc ha voce in capitolo. E al PSG non hanno vinto la Champions con Mbappé, Messi e Neymar. Parliamo dei migliori giocatori al mondo. Ma ti rendi conto che ci devono essere equilibrio e chimica. Non puoi pensare di buttare dentro i migliori giocatori e pretendere di vincere. Non funziona così".

Conte ribadisce l'unica strada che conosce per il successo: sudore, sacrificio, ferocia

Quello che funziona, e che secondo il tecnico salentino funzionerà sempre, è la feroce cultura del lavoro e del sacrificio, un'attitudine che discende dal dolore lacerante indotto dalle sconfitte e che Conte cerca di inculcare nei suoi calciatori: "Nessuno si ricorda di chi arriva secondo. Alla Juventus abbiamo vinto la Champions League ai rigori contro l'Ajax, ma ho perso altre tre finali. Ecco perché, così spesso, quando parlo ai miei giocatori, quando si entra davvero nel vivo, ho una carica agonistica così feroce e cerco di trasmetterla a loro. Perché lo so. Ho vinto tanto, ma ho perso tanto. Tanto. E quando perdi… ed è qualcosa che voglio che i miei giocatori capiscano bene, perché l'ho provato sulla mia pelle… se perdi una finale di Coppa del Mondo o una finale di Champions League e poi vai in vacanza, potresti pensare che ci sarà una prossima volta. Ma non c'è sempre una prossima volta. Questa di ora è l'occasione. Ecco perché il lavoro duro è importante. Vincere non è facile, ci vuole fatica. Alcuni pensano che il successo cada semplicemente dal cielo e ti finisca in grembo. Ma devi andare là fuori e prendertelo. Stare seduti a parlarne non fa accadere le cose".

Se qualche club che gronda storia e che vuole "rispolverarla" chiamerà Conte, sa di mettersi in casa un allenatore che chiede tanto, anche alla propria società, ma è tuttora un vincitore seriale. Uno assetato di trofei, ossessionato dal successo.

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