Tom Lasorda è morto per un infarto a 93 anni. Italo-americano, di origini abruzzesi (era nativo di Tollo, in provincia di Chieti). A Los Angeles il suo nome lo pronunci con un filo di voce, come si fa con un'icona dello sport americano. Nella storia dei Dodgers ha rappresentato una pietra miliare da allenatore, manager e presidente. Li ha visti trionfare (finalmente) nell'ultima stagione – la più dura anche a causa della pandemia – dopo un digiuno che durava dal 1988. Allora c'era (sempre) lui in panchina. "Semplicemente insostituibile e indimenticabile, al nostro club e ai nostri tifosi mancherà tantissimo", è il messaggio della franchigia espresso dal numero uno, Stan Kasten, in memoria dell'uomo che ha scritto le pagine più belle sul diamante. Rob Manfred, il commissario della Major League, lo ha definito "uno dei migliori tecnici che la nostra disciplina abbia mai avuto".

Lasorda lasciò l'incarico di manager nel 1996, le condizioni di salute non gli permettevano più di resistere allo stress e alle sollecitazioni tra campo e panchina. il cuore fece le bizze già allora e un mese dopo aver subito un infarto decise di farsi da parte. La sua carriera è stata tale da essere stato inserito nella Hall of Fame nel 1997.

Dalle World Series alle Olimpiadi, la sua presenza è stata garanzia di successi: nel 2000, in occasione dei Giochi di Sidney, conquistò la medaglia d'oro contro uno degli avversari più forti e ostici di sempre nella disciplina (Cuba). Un idolo per quella parte di States che è pronta a conquistare la base masticando polvere e tabacco, mescolando tecnica e velocità, precisione e forza perché la potenza è nulla senza controllo. Ecco cosa è stato Lasorda, l'italo-americano che non ha mai dimenticato la propria terra al punto da augurarsi un giorno di vedere un ‘connazionale' nel massimo campionato a stelle e strisce. Nel 2009 vi giocò Alex Liddi tra le fila dei Seattle Mariners.