Non si sa bene perché ma gli appassionati di atletica leggera tendono sempre a scegliere metafore ardite in relazione ai più grandi velocisti della storia. Valerij Borzov, il grande sprinter sovietico che vinse due medaglie d’Oro a Monaco 1972, era per tutti il robot, per come scattava dai blocchi e arrivava al traguardo, quasi senza scomporsi, aumentando solo la velocità. Carl Lewis era una pantera agile e flessuosa, Maurice Greene una pallottola di cannone, per il suo essere compatto e fulmineo, Linford Christie era un tir che travolgeva tutto con la sua potenza e poi c’è Donovan Bailey che era un fulmine, anche perché fulminea è stata la sua comparsa sulle scene internazionali della velocità e rapidissimo anche il tramonto.

Donovan Bailey, che oggi compie 53 anni, è nato a Manchester in Jamaica e a 13 anni arriva in Canada. Muscolarmente è sempre stato adorato dai suoi allenatori di basket, disciplina che ha scelto durante la scuola, ma la testa era altrove, perso dietro i piccoli disagi della sua famiglia e la voglia di diventare subito indipendente da un punto di vista economico, aprendo da giovanissimo un negozio.

A 20 anni, età da matusalemme per iniziare una carriera agonistica in qualche sport un po’ di amici e allenatori lo convincono a correre e nel 1991 è già in Nazionale. Accade non perché Bailey si impegna più di tanto, ma perché le sue doti fisiche sono strepitose soprattutto sui 100 metri. Solo nel 1994 l’allenatore della nazionale canadese, Dan Pfaff, lo convince che quello è il suo sport e deve impegnarsi a fondo perché ha delle potenzialità ancora non conosciute nemmeno a lui stesso. E allora Bailey inizia ad essere velocista, oltre che ad allenarsi in quanto tale e letteralmente esplode. L’anno successivo alla chiacchierata di Pfaff va a Goteborg per Mondiali e vince sia i 100 metri piani con 9’’97, sia la 4×100 insieme anche al secondo dei 100, Bruny Surin.

Spettatori interessati, scioccati e imbestialiti di questa esplosione fulminea sono gli Stati Uniti. I canadesi mettono a repentaglio il loro dominio nella velocità e li stanno per sfidare e attaccare in casa, nelle prossime Olimpiadi di Atlanta nel 1996. USA-Canada nella velocità maschile è uno dei piatti più saporiti dell’intera manifestazione.

La prima gara sono i 100 metri. Bailey passeggia in batteria e ai quarti, superato addirittura da Christie. La semifinale invece è thrilling puro. Il canadese fa una falsa partenza e al restart resta di più sui blocchi per non essere squalificato. Questo lo porta ad essere solo secondo dietro al namibiano Frank Fredericks. In finale ci sono davvero tutti, da Christie a Fredericks, da Ato Boldon, ai due americani Dennis Mitchell e Michael Marsh. Sa che per vincere deve andare oltre e lo fa: oro con 9’84’’ (partendo ancora una volta molto male), nuovo record del mondo, battendo il 9″85 di Leroy Burrell del 1994.

Pochi giorni dopo gli americani vogliono la rivincita nella loro gara, la 4×100. I canadesi Esmie, Gilbert, Surin e Bailey in ultima frazione ancora una volta ribaltano tutto: vince il Canada con 37’’69. La squadra americana viene rivoluzionata da quel momento in avanti, lo smacco è stato troppo grande.

In realtà c’era stato uno statunitense che nell’atletica leggera aveva fatto qualcosina ad Atlanta ’96. Il suo nome è Michael Johnson, vincente nei 200 (con record del mondo spaziale) e 400 metri. La sfida fra Johnson e Bailey doveva esserci ma scegliere fra i 100, dove il canadese non aveva rivali e i 200, dove l’americano era di un altro pianeta, sarebbe stato impossibile. E allora perché non correre un 150 metri? A Toronto ci fu questa stramba sfida. Vince ancora una volta Bailey, anche perché Johnson si infortuna intorno 70 metri. Bailey che urla ed esulta in mezzo al frastuono e Johnson piegato a terra e dolorante sono immagini che gli Stati Uniti riescono molto male a sopportare.

Ma come era apparso in maniera fulminea quasi dal nulla, Bailey allo stesso modo scompare. Gli USA prima si prendono la rivincita con il loro nuovo astro della velocità, Maurice Green ai Mondiali di Atene 1997 e poi devono di nuovo cedere il passo di fronte al Canada nella 4×100. Ma è l’ultimo colpo. Gli infortuni soprattutto ai tendini sono troppi e, dopo essere arrivato con un discreto stato di forma a Sydney 2000, una polmonite lo ferma ai quarti di finale dei 100. L’anno successivo, sei anni dopo aver iniziato a fare sul serio con l’atletica, già dice addio.

Ma la sua figura resta, non solo perché è stato suo per 3 anni il record del mondo sui 100 metri e ha ancora quello dei 50 metri piani indoor (con 5’’56), ma perché è stato un corridore molto forte, capace anche di costruirsi uno storytelling da underdog interessante da seguire nei suoi pochi anni. Di sicuro in America non lo dimenticano e solo quando anni dopo è apparso Usain Bolt hanno vissuto di nuovo sulla loro pelle quanto è brutto essere secondi.