Arriva su Netflix “Il nuovo esperimento carcerario di Stanford”, il reality che replica il controverso studio del 1971
Una porta blindata si chiude, le divise stabiliscono chi comanda e chi deve obbedire. Da una parte ci sono le guardie, dall'altra i detenuti, in un carcere dove le regole sembrano sufficienti a cambiare i rapporti tra le persone. Questa volta, però, non siamo negli anni Settanta e a osservare quello che accade non c'è soltanto un gruppo di ricercatori: c'è anche il pubblico di Netflix.
Il 21 ottobre è arrivato Il nuovo esperimento carcerario di Stanford, il reality che riporta sullo schermo uno degli esperimenti psicologici più controversi di sempre, condotto nel 1971 dallo psicologo Philip Zimbardo. Trenta volontari, divisi tra guardie e prigionieri, devono vivere per due settimane in una struttura carceraria reale, mettendo alla prova il proprio rapporto con l'autorità, le regole e il potere. Ma la sua uscita solleva una domanda che va ben oltre il programma: si può trasformare in intrattenimento un esperimento che è passato alla storia anche per i suoi errori etici? E, soprattutto, quanto può dirci sul comportamento umano un reality in cui tutti sanno di essere ripresi?
Il nuovo esperimento carcerario di Stanford, come funziona il reality Netflix
Nella nuova serie, composta da sei episodi, i trenta partecipanti provengono da contesti diversi e vengono assegnati casualmente a due gruppi: otto guardie, tre delle quali donne, e ventidue detenuti, tutti uomini, una delle differenze più evidenti rispetto al gruppo esclusivamente maschile del 1971. Le riprese non si svolgono in uno studio televisivo ma in una sezione dismessa dell'Adult Detention Center della contea di Cherokee, in Georgia, all'interno di un carcere realmente operativo. L'obiettivo è osservare come persone comuni reagiscano quando vengono inserite in una struttura gerarchica e si trovano improvvisamente a esercitare o subire il potere. La produzione ha scelto di non tenere una troupe all'interno degli spazi in cui vivono i partecipanti, utilizzando telecamere a distanza per limitare le interferenze dirette. Tra gli esperti chiamati a osservare e commentare le dinamiche ci sono Alison Wood Brooks, psicologa comportamentale e docente alla Harvard Business School, il giornalista vincitore del Pulitzer Trymaine Lee e Michael Cantrell, ex professionista del sistema penitenziario federale statunitense. La domanda di partenza è quella che accompagnò anche la ricerca originaria: il potere corrompe? Oppure una persona può mantenere i propri principi anche quando si trova in una posizione che le consente di controllare gli altri? Nel nuovo format, tuttavia, i partecipanti non sono soltanto volontari coinvolti in uno studio, ma anche protagonisti di un prodotto televisivo destinato a un pubblico internazionale. Una differenza che rende più complicato stabilire dove finisca l'esperimento e dove cominci lo spettacolo.

Cosa successe nel 1971: l'esperimento fu interrotto dopo sei giorni
Nell'estate del 1971 Philip Zimbardo, professore di psicologia alla Stanford University, reclutò 24 studenti universitari per studiare gli effetti del potere e delle dinamiche carcerarie sul comportamento individuale. Nel seminterrato del dipartimento di psicologia venne allestita una prigione simulata, con i partecipanti assegnati casualmente al ruolo di guardie o detenuti. Lo studio, finanziato dall'Ufficio statunitense per la ricerca navale, avrebbe dovuto durare due settimane. Zimbardo voleva capire se le condizioni ambientali, i ruoli e la separazione tra chi impartisce ordini e chi deve obbedire potessero spingere persone comuni a comportarsi in modi che, al di fuori di quella situazione, avrebbero considerato inaccettabili. Le dinamiche precipitarono quasi immediatamente: già al secondo giorno i detenuti organizzarono una protesta, barricandosi nelle celle, le guardie reagirono usando estintori contro di loro e imponendo punizioni sempre più umilianti. Alcuni partecipanti manifestarono un forte disagio psicologico e dovettero abbandonare lo studio. Alla fine, la ricerca venne interrotta dopo appena sei giorni. Un ruolo decisivo nella decisione fu svolto da Christina Maslach, psicologa e compagna di Zimbardo all'epoca, che, visitando il carcere simulato, rimase sconvolta dal trattamento riservato ai volontari e contestò apertamente quanto stava accadendo. L'esperimento diventò uno degli esempi più noti dell'influenza che un ambiente gerarchico può esercitare sulle persone. Con il tempo, però, la solidità di questa conclusione è stata rimessa in discussione.

L'esperimento di Stanford era davvero attendibile? Le critiche degli studiosi
Per anni l'esperimento di Stanford è stato presentato nei manuali come una dimostrazione dell'influenza delle situazioni sul comportamento individuale. Nel tempo sono emerse, però, critiche sulla metodologia, sull'interpretazione dei risultati e sulle condizioni in cui venne condotto. Nel 2019 lo studioso Thibault Le Texier ha pubblicato su American Psychologist l'articolo Debunking the Stanford Prison Experiment, nel quale ha analizzato gli archivi della ricerca e intervistato quindici partecipanti, mettendo in discussione alcuni aspetti della ricostruzione tradizionale. Uno dei punti più controversi riguarda le istruzioni ricevute dalle guardie: secondo le analisi successive, i ricercatori avrebbero contribuito a suggerire quale comportamento ci si aspettasse da loro. Il rischio è che i partecipanti abbiano finito per assecondare, almeno in parte, le aspettative degli studiosi anziché reagire spontaneamente alla situazione. Anche il ruolo dello stesso Zimbardo è stato contestato: oltre a dirigere la ricerca, aveva assunto la funzione di sovrintendente della prigione simulata, sovrapponendo in parte il ruolo di osservatore a quello di chi gestiva l'esperimento. Ciò non significa che l'esperimento sia stato dimostrato interamente falso o che le dinamiche di potere siano prive di effetti sul comportamento. Significa, piuttosto, che non può essere utilizzato senza cautele come prova universale del fatto che chiunque, messo nella posizione di una guardia, finisca inevitabilmente per diventare crudele. I suoi limiti riguardano proprio la possibilità di isolare le cause dei comportamenti e distinguere il peso del contesto da quello delle aspettative e delle dinamiche tra i partecipanti.
La ricerca della BBC che mise in discussione le conclusioni di Zimbardo
Nel 2002 la BBC realizzò The Experiment, un programma televisivo che documentava uno studio ideato dagli psicologi Stephen Reicher e S. Alexander Haslam per indagare le dinamiche di potere e l'identificazione con i gruppi. La ricerca partiva da un diverso quadro teorico rispetto a quella di Zimbardo e prevedeva interventi specifici per osservare come si sviluppassero i rapporti tra guardie e detenuti. Lo studio durò otto giorni e produsse risultati differenti da quelli di Stanford: le guardie faticarono a identificarsi con il proprio ruolo e a imporre la propria autorità, mentre i detenuti svilupparono un'identità condivisa e riuscirono a sfidarle. Reicher e Haslam analizzarono i risultati in un articolo pubblicato nel 2006 sul British Journal of Social Psychology, sostenendo che il comportamento non dipende automaticamente dal ruolo assegnato, ma anche dall'identificazione con il gruppo e dalle relazioni che si instaurano al suo interno.
Tutele, telecamere e confessionali: cosa cambia rispetto al 1971
La versione Netflix dell'esperimento nasce anche dalla consapevolezza dei problemi emersi nel 1971. Secondo quanto dichiarato dai produttori Jane Lipsitz e Dan Cutforth a Variety e a Netflix Tudum, i volontari sono stati sottoposti a valutazioni psicologiche preliminari e hanno prestato il proprio consenso informato. Durante l'esperimento erano disponibili psicologi e personale medico 24 ore su 24, oltre a una parola di sicurezza, "pineapple", per interrompere l'esperienza o chiedere di parlare con uno psicologo o un produttore. Nonostante ciò, i produttori hanno confermato che sei partecipanti hanno abbandonato il programma, spiegando che l'esperienza si è rivelata per loro troppo impegnativa per alcuni volontari, anche per l'impatto iniziale con la struttura carceraria e le urla provenienti dalle aree in cui si trovavano i detenuti reali. Tra i partecipanti c'è anche Larry Foy, soprannominato "Scary" Larry, che ha raccontato di aver trascorso oltre 300 giorni in carcere e oggi si occupa di sensibilizzare sul tema della riforma penitenziaria. La sua presenza introduce un elemento ulteriore rispetto al gruppo del 1971, formato solo da studenti universitari: esperienze personali differenti che possono incidere sul modo in cui ciascuno interpreta il ruolo assegnato.

Anche l'esperimento originale era documentato dalle telecamere. La differenza è che nel 1971 i partecipanti erano stati reclutati per uno studio psicologico, mentre oggi sanno di essere protagonisti di una serie destinata a Netflix, in cui raccontano le proprie impressioni attraverso interviste individuali e diventano veri e propri personaggi di una storia costruita anche attraverso il montaggio. A questo si aggiungono le scelte del format, tra turni delle guardie, responsabilità all'interno del gruppo e scambi di ruolo. Elementi potenzialmente interessanti per il pubblico, ma che rendono più difficile separare le reazioni spontanee da quelle influenzate dalla struttura televisiva. Un esperimento scientifico dovrebbe permettere di comprendere quali variabili producano un determinato risultato, ma un reality deve anche costruire un racconto capace di mantenere alta l'attenzione. I due obiettivi non coincidono necessariamente: una situazione che genera tensione può funzionare in televisione senza fornire, per questo, nuove prove sul comportamento umano. La definizione di serie unscripted, cioè non sceneggiata, non basta dunque a renderla una ricerca scientifica in senso rigoroso.
Le polemiche sui social: "Perché rifarlo dopo quello che è successo?"
Le discussioni intorno alla serie erano cominciate già prima del debutto. Su Reddit, diversi utenti hanno messo in dubbio l'opportunità di riprendere una ricerca nota anche per le sue criticità etiche e metodologiche. C'è chi teme che la necessità di creare conflitti e tensioni per il pubblico finisca per prevalere sull'osservazione del comportamento e chi ricorda che lo stesso esperimento del 1971 è stato contestato dagli studiosi. Altri utenti si dicono incuriositi dalla possibilità di osservare come persone contemporanee, consapevoli di ciò che accadde negli anni Settanta, reagiscano a ruoli simili. Su TikTok, invece, numerosi utenti si interrogano sull'utilità di ripetere un esperimento controverso e sollevano dubbi sulla possibilità di ottenere risultati attendibili.