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Weinstein rompe il silenzio dal carcere: “Minacciato e malato, ho paura di morire. Non sono uno stupratore”

Harvey Weinstein rompe il silenzio nella sua prima vera intervista strutturata da quando è iniziata la sua detenzione in isolamento a Rikers Island. L’ex produttore, volto dello scandalo MeToo, racconta la sua vita in carcere ma continua a negare le violenze: “Sono stato insistente, ma non sono un predatore. Non durerò molto”.
A cura di Sara Leombruno
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Harvey Weinstein rompe il silenzio nella sua prima vera intervista strutturata da quando è iniziata la sua detenzione in isolamento a Rikers Island. L’ex produttore, considerato il volto dello scandalo MeToo, racconta la sua vita in carcere tra malattia e minacce, ma continua a negare le violenze: Sono stato insistente, ma non sono un predatore. Non voglio morire qui dentro.

La disperazione di Weinstein: “Non durerò molto”

All’Hollywood Reporter, Weinstein descrive la sua detenzione come un incubo. Rinchiuso in isolamento da 19 mesi, ufficialmente per proteggerlo dalle aggressioni degli altri detenuti, l’ex boss di Miramax rimpiange persino il carcere di massima sicurezza dove scontava la precedente condanna: "Lì parlavo con le persone, guardavamo la tv assieme. Qui sono sotto assedio. Sono costantemente minacciato e deriso, non durerò molto" ha confessato, dicendosi spaventato a morte dall'idea di morire in cella prima del nuovo processo fissato per il 14 aprile. Il quadro clinico, d'altronde, è critico: diabete, un intervento d'urgenza al cuore e una recente diagnosi di cancro al midollo spinale.

Da quando è entrato in carcere, il suo è stato un silenzio quasi totale, interrotto solo ora che sente la fine vicina a causa della malattia. L'ultima intervista, infatti, risaliva a quasi 8 anni fa, quando si raccontò al giornalista Piers Morgan poco prima del suo arresto.

Le scuse a metà: “Sono stato solo insistente”

L’aspetto più controverso dell’intervista è il tentativo di derubricare decenni di accuse a semplici "errori di galanteria". L'ex produttore ammette le bugie alla moglie e l'uso improprio dello staff per coprire i suoi tradimenti, ma respinge l'etichetta di stupratore: “Ho fatto avance senza successo, forse ho esagerato e sono stato troppo insistente. Ma ho mai aggredito sessualmente una donna? No. Mai”. Per Weinstein, il movimento MeToo che ha cambiato la storia del cinema sarebbe solo una questione di affari: "Per avere un assegno bastava compilare un modulo e dire che le avevo aggredite". Una lettura che ignora le testimonianze di decine di donne e che mostra un uomo ancora ancorato a una visione predatoria del potere, che lui definisce "insistenza".

Le tappe legali del processo

La caduta di Harvey Weinstein si è articolata in un lungo e doloroso processo che ha scoperchiato il "sistema" Hollywood. Tutto ha inizio tra il 2017 e il 2018, quando le inchieste giornalistiche del New York Times e del New Yorker danno voce a decine di donne, trasformando le voci di corridoio in un atto d'accusa formale che porta il produttore dritto in manette. Nel 2020 arriva la prima sentenza storica a New York: Weinstein viene condannato a 23 anni di carcere per violenza sessuale e stupro. Sembra la fine definitiva, confermata poi nel 2022 da un tribunale di Los Angeles che aggiunge altri 16 anni di reclusione per un ulteriore caso di violenza.

Tuttavia, il percorso giudiziario subisce una svolta nell'aprile 2024. Con un colpo di scena che indigna l'opinione pubblica mondiale, la Corte d’Appello di New York annulla la condanna del 2020: un vizio di forma (l'ammissione di testimoni le cui accuse non erano parte integrante del processo) rimescola le carte. Ad oggi, nonostante le vittorie legali dei suoi avvocati, l'ex produttore resta dietro le sbarre in regime di detenzione preventiva. Il suo destino è rimandato al 14 aprile 2026, quando si aprirà il nuovo processo di New York, l'ultimo appuntamento con la giustizia che deciderà se finirà i suoi giorni in cella o se riuscirà, incredibilmente, a riottenere la libertà.

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