I 160 milioni che Mediaset ha chiesto a Corona non sono casuali: la spiegazione degli avvocati su come funziona il risarcimento

Centosessanta milioni di euro suonano come una cifra sparata a caso per fare scena. Corona l'ha liquidata come "atto intimidatorio con metodo mafioso", e l'istinto sarebbe dargli ragione: chi può mai pagare una somma del genere? Eppure, dietro quella cifra c'è una logica giuridica precisa. I colleghi di Today hanno interpellato due esperti di diritto – Giovanni Adamo e Andrea Di Pietro – per capire come si costruisce una richiesta di risarcimento simile. E la risposta è meno folle di quanto sembri.
La differenza tra punire e risarcire
Punto primo: l'Italia non è l'America. "Il nostro ordinamento non conosce i danni punitivi come negli Stati Uniti", spiega Adamo a Today. Da noi il risarcimento non serve a punire chi ha sbagliato, ma a riparare il danno effettivamente subito. Tradotto: Mediaset non può chiedere soldi per "dare una lezione" a Corona. Deve dimostrare che quelle accuse hanno causato perdite economiche concrete o un danno alla reputazione quantificabile.
E qui scatta il primo problema per l'ex re dei paparazzi: quando parliamo di società quotate in Borsa, i numeri possono diventare vertiginosi. "Pensiamo a un ipotetico crollo del prezzo delle azioni", ragiona Adamo nell'intervista a Today. "Se si dimostra che quel crollo è legato alla campagna di Corona, allora sì che parliamo di danni patrimoniali enormi". Mediaset e MFE valgono miliardi. Se anche solo una piccola percentuale del valore azionario si volatilizzasse per colpa delle accuse di Falsissimo, ecco che i 160 milioni smettono di sembrare una cifra assurda. Secondo quanto raccontato dagli avvocati a Today, non serve nemmeno un tracollo: basta provare che alcuni sponsor hanno rescisso contratti citando esplicitamente le rivelazioni di Corona. O che investitori istituzionali hanno venduto azioni dopo aver letto quelle accuse.
Il parametro della viralità
C'è poi la questione della diffusione. Un insulto su Facebook con dieci like è una cosa. Una campagna che diventa virale con milioni di visualizzazioni è tutt'altro. "La diffusione costituisce uno dei parametri oggettivi per valutare il danno", conferma Adamo a Today. E Falsissimo ha macinato numeri impressionanti: milioni di view, condivisioni infinite, rimbalzi su tutti i media tradizionali. Più gente ha visto quelle accuse, più il danno si amplifica. È matematica, prima ancora che diritto.
La notorietà conta (da entrambe le parti)
Altro elemento che pesa: chi accusa e chi viene accusato. "Nelle tabelle per la liquidazione equitativa del danno ci sono la notorietà del diffamato e quella del diffamante", spiega ancora Adamo nell'intervista raccolta da Today. Quindi: se un perfetto sconosciuto accusasse Pier Silvio Berlusconi di chissà cosa, il danno sarebbe minimo perché nessuno lo ascolterebbe. Ma Corona è Corona. Ha milioni di follower, credibilità (per quanto discutibile) costruita in anni, una storia che lo rende "interessante" agli occhi del pubblico. E dall'altra parte ci sono volti notissimi: Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Pier Silvio stesso. Più sono famosi, più il loro nome vale. E più vale, più il danno reputazionale può costare.
Di Pietro, l'altro avvocato sentito da Today, mette in guardia: "Normalmente i giudici ridimensionano di molto le richieste". Tradotto: è probabile che anche se Mediaset vincesse, non vedrebbe mai l'intero importo. I tribunali tendono a riportare le cifre con i piedi per terra. Il caso citato da Adamo è emblematico: nel 2012 Fiat chiese sette milioni a Corrado Formigli e alla Rai per un servizio di Annozero. Condanna in primo grado, ribaltamento in appello, conferma in Cassazione. Alla fine Fiat non vide un euro. Quindi i 160 milioni sono realistici? Dipende. Se Mediaset riesce a provare perdite patrimoniali concrete – crollo in Borsa, sponsor persi, contratti saltati – allora sì, quella cifra ha un fondamento. Se invece si tratta "solo" di danno reputazionale, storicamente le possibilità di vedersi riconoscere somme simili sono basse.