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Addio a James Van Der Beek: per noi nati negli ’80, Dawson Leery è stato il primo a dirci che potevamo essere diversi

Per chi è nato negli anni ’80, Dawson è stato molto più di un personaggio tv: un modello impossibile che ci ha insegnato a sognare in un’Italia che non ci capiva.
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È morto James Van Der Beek. E nelle sue foto su Instagram, nella sua vita così semplicemente perfetta – una moglie bellissima, sei bellissimi figli – me lo chiedo per la prima volta anche io, guardando di riflesso la mia di vita e la mia di famiglia: quando è successo? Quand'è che siamo diventati adulti?

La notizia della morte di James Van Der Beek, giovanissimo solo 48 anni, colpisce così, in questo modo. E in un punto assai preciso delle nostre biografie personali. L'adolescenza. Per chi è nato nel 1983, ma anche qualche anno dopo, Dawson Leery non è stato semplicemente un personaggio di una serie tv. È stato qualcosa di più scomodo, più personale: il primo a suggerirci che essere diversi non era una condanna, ma una possibilità.

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Dawson era insopportabile, questo va detto subito. Parlava in monologhi infiniti sul significato dell'esistenza, si perdeva in riflessioni sul cinema mentre attorno a lui la vita accadeva. Era molto volubile, egocentrico, confuso, perennemente indeciso se amasse Joey Potter o se fosse solo terrorizzato dall'idea di perderla come amica. Eppure, proprio quella sua inadeguatezza lo rendeva straordinariamente reale per chi, come noi, cresceva in un'Italia dove essere intellettuali, sensibili o semplicemente diversi dalla massa equivaleva a un marchio sociale.

La sua stanza piena di poster di Spielberg era un manifesto politico, in un paese dove il cinema d'autore era roba da cineforum imparruccati e la cultura pop americana arrivava filtrata, censurata, addomesticata. Dawson sognava di fare film, e lo diceva senza vergogna. Non voleva diventare calciatore, non voleva sposare una velina (le serie italiane del'epoca erano, in questo senso, molto chiare!), non aspirava a entrare in qualche azienda di famiglia. Voleva raccontare storie. Per un adolescente italiano della provincia profonda, quello era un atto rivoluzionario.

La stanza di Dawson.
La stanza di Dawson.

Ogni giovedì sera, per chi seguiva Dawson's Creek su Italia1, Capeside diventava più reale di qualsiasi cittadina italiana. Era una geografia dell'impossibile: ragazzi che parlavano di filosofia davanti a un piccolo pontile, che discutevano di relazioni con una lucidità incredibile, che vivevano drammi esistenziali ogni volta più grandi.

La nostra Italia, almeno la mia, era completamente diversa. Non c'erano pontili, il massimo dell'introspezione era chiedersi se uscire con gli amici o restare a casa a giocare a Winning Eleven, sognando magari la rappresentante d'istituto, che però aveva occhi solo per i ragazzi più grandi. Capeside era una bugia meravigliosa che ci permetteva di credere che da qualche parte, in qualche angolo del mondo, fosse possibile essere adolescenti in modo diverso.

Il rapporto tra Dawson e Joey Potter era frustrante fino allo spasimo. Si amavano? Non si amavano? Volevano stare insieme? Preferivano restare amici? Per sei stagioni abbiamo assistito a questo balletto emotivo, e ci sembrava la cosa più vera del mondo. Perché a quell'età, l'amore è esattamente questo: una negoziazione continua tra il desiderio e la paura di perdere qualcosa di prezioso.

Michelle Williams nei panni di Jen Lindley
Michelle Williams nei panni di Jen Lindley

Jen Lindley arrivava da New York come una bomba a mano lanciata nella quiete morale di Capeside. Era la ragazza con un passato, quella che aveva fatto sesso e non si vergognava, quella che sfidava l'ipocrisia perbenista con una sincerità che in Italia sarebbe stata bollata come sfacciataggine. Per noi, cresciuti in un paese ancora soffocato dal moralismo cattolico, Jen era la prova che si poteva sbagliare e non essere condannati per sempre.

E poi c'era Pacey Witter. Joshua Jackson riuscì a fare quello che Van Der Beek non poteva: rendere il personaggio irresistibile non nonostante i suoi difetti, ma grazie a essi. Pacey era diretto, ironico, capace di dire "ti amo" senza perdersi in tre episodi di analisi esistenziale. Era il ragazzo che tutti pensavano fosse il cattivo della situazione e che invece si rivelava il più maturo del gruppo. Il suo amore per Joey, quando finalmente arrivò, fu devastante proprio perché sembrava impossibile.

Pacey (Joshua Jackson) e Joey (Katie Holmes).
Pacey (Joshua Jackson) e Joey (Katie Holmes).

Il rapporto di Dawson con i suoi genitori era un campo minato emotivo. La scoperta del tradimento materno, il tentativo di ricostruire una famiglia frantumata, la morte del padre nelle stagioni successive: questi erano temi che la televisione italiana trattava con la delicatezza di un talk show pomeridiano. Dawson's Creek li affrontava con rispetto, senza soluzioni facili, senza moralismi.

Per una generazione cresciuta con l'idea che i genitori fossero figure intoccabili, vedere Dawson confrontarsi con la fallibilità degli adulti era liberatorio. Ci diceva che potevamo essere arrabbiati, delusi, feriti, e che questo non ci rendeva cattivi figli. Ci insegnava che l'amore familiare poteva sopravvivere ai tradimenti, alle separazioni, persino alla morte.

James Van Der Beek con John Michael Schipp e Mary Margaret Humes.
James Van Der Beek con John Michael Schipp e Mary Margaret Humes.

Il paradosso di Dawson's Creek è che nessuno voleva davvero essere Dawson Leery. Tutti volevano essere Pacey, o Joey, o persino Jen. Ma Dawson era necessario. Era il punto di vista attraverso cui guardavamo quel mondo, il filtro sensibile e nevrotico che rendeva ogni emozione amplificata, ogni scelta drammatica.

James Van Der Beek ha dato vita a un personaggio che rappresentava tutto ciò che l'adolescenza italiana degli anni '90 non permetteva: la fragilità, l'introspezione, il diritto di essere complicati. 

Oggi, ripensare a Dawson's Creek significa confrontarsi con quanto il mondo sia cambiato. Quei ragazzi lavoravano in un videonoleggio – un videonoleggio! – e il dramma più grande dell'America sembrava essere una macchia su un vestito alla Casa Bianca. Era un'epoca in cui la finzione televisiva poteva ancora permettersi di essere innocente, di credere che i problemi più grandi fossero quelli del cuore e dell'identità.

Per noi, Dawson's Creek era un rifugio. Non perché rappresentasse la nostra realtà, ma perché ci mostrava che da qualche parte esisteva uno spazio dove essere confusi, sensibili e sognatori non era un handicap. Ecco che la morte di James Van Der Beek chiude un cerchio. Dio, quand'è successo che siamo diventati adulti? 

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Gennaro Marco Duello (1983) è un giornalista professionista e scrittore. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Lavora a Fanpage.it dal 2011. È autore di "Un male purissimo" (Rogiosi, 2022) e "California Milk Bar - La voragine di Secondigliano" (Rogiosi, 2023). "Un desiderio di ieri" (2025) è il suo ultimo romanzo. 
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