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Stefano Santucci, re dei giochi in Tv: “La Ghigliottina? La Rai non la voleva. Dopo De Martino a STEP serve una pausa”

Intervista al grande autore televisivo, mente dei giochi e quiz più popolari della Tv, da L’Eredità a quelli con Bonolis. Su Avanti un altro: “Venduto in tanti paesi ma rifiutato in Francia, lì vincere soldi sbagliando è inaccettabile”. Poi Stasera Tutto è Possibile: “Senza quello, Amadeus non avrebbe fatto Sanremo. Con De Martino è diventato altra cosa”.
A cura di Massimo Falcioni
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Se c’è un gioco di successo in televisione, è difficile che non l’abbia ideato e concepito lui. Eppure Stefano Santucci la tv rischiò di non abbracciarla e se alla fine il matrimonio è avvenuto è solo grazie ad una delusione d’amore che lo spinse a tuffarsi verso l’ignoto. Per sfida, per incoscienza. “La mia fidanzata mi aveva appena lasciato e in un momento di cambiamento decisi di dare ragione a Sandro Parenzo, che mi continuava a ripetere che il piccolo schermo sarebbe stato il futuro”, rivela il diretto interessato a Fanpage.it. “L’8 gennaio ho festeggiato i miei quarantatré anni in questo settore”.

Questione di sliding doors, con Santucci che, altrimenti, avrebbe percorso tutt’altra strada: “Il mio obiettivo era diventare un astrofisico e avevo studiato per questo. Le prospettive mutarono in maniera totalmente casuale”.

Storia di un predestinato, perché il primo incarico fu nientemeno che quello del ‘trova robe’ per “Il pranzo è servito”: “Ignaro di ciò che mi sarebbe accaduto, avevo fatto domanda per il militare. Abitavo a Roma in un appartamento di 28 metri quadri e decisi di partecipare al concorso per diventare ufficiale dell’Aeronautica soprattutto perché davano uno stipendio che mi avrebbe permesso di mantenermi. Partii nell’aprile successivo”.

Il servizio di leva non gli impedì comunque di rimanere in trasmissione: “Facendo l’ufficiale potevo fare entrambe le cose. Per fortuna mi ritrasferirono presto nella Capitale e potei fare i turni come ufficiale di guardia e collaborare al programma. Registravamo cinque puntate al giorno, cinque giorni alla settimana. Non avevo nessuna esperienza alle spalle, ma ero spinto da un grande entusiasmo”.

Si ritrovò al fianco di un mostro sacro come Corrado.

Fu un maestro, un secondo padre. Lui e Marina Donato mi accolsero subito in maniera positiva. Quando nei primi mesi di militare ero a Firenze, mi venne a trovare a sorpresa in caserma. Fu un gesto straordinario, era consapevole che quella visita avrebbe cambiato la mia vita all’interno di quel contesto. Tutti infatti si incuriosirono e rimasero stupiti. Fu un atto di generosità unilaterale straordinario.

Corrado ne Il pranzo è servito.
Corrado ne Il pranzo è servito.

Berlusconi, dopo aver visionato la puntata pilota del “Pranzo è servito”, ordinò di realizzarne immediatamente altre trecento.

È una storia vera, raccontata dallo stesso Corrado un sacco di volte, ma che io non ho vissuto direttamente. Entrai nel progetto al centoventesimo episodio. Fino a quando non fui lasciato dalla ragazza, la mia aspirazione era davvero quella di fare l’astrofisico. La televisione nemmeno l’avevo in casa. Non sono mai stato un addicted del mezzo. Persino adesso, guardo la tv più per dovere che per entusiasmo.

Però può svelarci se la ruota con le portate girava veramente grazie ad una bicicletta posizionata sul retro. C’è chi sostiene che ci fosse un operaio incaricato di pedalare.

Effettivamente la ruota della bici c’era. Permetteva con una molla di fermarsi in maniera corretta sulle singole portate. Tuttavia, il movimento era elettrico. La ruota consentiva di non fermarsi a metà.

Se dico Corrado, dico soprattutto “Corrida”.

Mi occupavo assieme a lui dei concorrenti. Andavo in giro a visionare i provini. Fu un’esperienza fenomenale, monitorai più di 10 mila esibizioni. C’era di tutto. Ricordo il grande rispetto di Corrado e la sua attenzione nel tutelare le persone più borderline. Si domandava se avrebbero sopportato i fischi. Non era una riflessione campata in aria: durante la prima puntata televisiva realizzata al Palatino passai buona parte della registrazione a convincere una concorrente che non era stata apprezzata a non suicidarsi. Voleva buttarsi giù da una rupe.

Corrado visionava i provini. Quindi sapeva già chi avrebbe trovato davanti e in cosa si sarebbe esibito.

L’effetto sorpresa non mancava, te lo assicuro. Era tutto vero. Il maestro che partecipava ai casting non era Pregadio. Inoltre, le prove avvenivano senza l’orchestra. Quando il concorrente arrivava sul palco incontrava i musicisti per la prima volta. Ed erano tutti questi ingredienti a generare la reazione. Senza dimenticare un ulteriore aspetto.

Quale?

Non c’erano i social. ‘La Corrida’ dava veramente voce e spazio a persone inaspettate. C’erano signore che venivano con i capelli appena fatti dal parrucchiere e col maglione buono. Era uno scenario molto più popolare. Corrado lo diceva sempre: era come una festa di paese, dove il farmacista si esibiva nella recita di una poesia con esiti disastrosi, restando però una figura stimata nel suo campo. Si distingueva la persona dalla performance. Ho sempre evidenziato una grossa differenza tra la gestione di Corrado e quella dei successori: lui era realmente incuriosito dai concorrenti, interpretava perfettamente la meraviglia degli spettatori. Era unico.

Il 21 dicembre 1997 andò in scena la sua ultima puntata. Eravate al corrente della lettera di congedo che avrebbe letto?

Non lavorai all’ultima edizione, perché c’era anche ‘Tira e Molla’ che mi impegnava molto sul fronte della scrittura. Riguardo alla lettera, Corrado sarebbe morto un anno e mezzo dopo. Spesso le cose accadono per casualità, non c’è necessariamente un collegamento. Forse era semplicemente stanco.

Paolo Bonolis in una celebre sequenza di Tira e Molla
Paolo Bonolis in una celebre sequenza di Tira e Molla

Citava “Tira e Molla”. Corrado e Bonolis inizialmente non si presero.

Ci furono visioni discordanti ed è chiaro che anche questa situazione influì. Corrado vedeva la conduzione a modo suo e aveva a che fare con me, Jurgens e Paolo che appartenevamo ad una generazione diversa. Avevamo un’energia differente e questo principio lo tengo ben presente oggi, perché al posto di Corrado ci sono io. Sono io l’anziano e devo comprendere dove sta l’energia vincente. A ‘Stasera tutto è possibile’ lavoro a stretto contatto con Stefano De Martino. Ha una ‘cazzimma positiva’ che io non posso avere e ho il compito di adeguare la mia visione ad un tempo che cambia sempre più velocemente.

Su cosa si incentravano le discussioni?

Corrado era figlio di un’altra tv e la conduzione di Bonolis gli sembrava sporca. Ci furono divergenze di opinione. Non era convinto nemmeno del ruolo mio e di Stefano, fu Paolo a spingere per la nostra presenza in video. Non fu un reale contrasto, ma era una questione di diverse sensibilità.

Non a caso, “Tira e Molla” si trasformò in corsa.

Ci stavano per chiudere. Avevamo contro ‘Luna Park’ e impiegammo del tempo per trovare la chiave giusta. La svolta ci fu con la telefonata di un signore che doveva indovinare il titolo della canzone ‘E io tra di voi’ pronunciato utilizzando solo la vocale ‘e’. Quel blocco durò un quarto d’ora, alla fine avevamo le lacrime agli occhi. Capimmo di aver individuato la vera potenzialità del gioco e Paolo seppe interpretarla al meglio. Ancora adesso ‘Tira e Molla’ è modernissimo, era bello lavorarci. Allora, quando si ingaggiava un conduttore nuovo, si usava affidargli programmi inediti…

Quando Bonolis lasciò si virò su Giampiero Ingrassia. Una mossa oggettivamente inspiegabile.

Sì, fu un’operazione che vista ora appare strana. Sia io che Jurgens eravamo contrari a rifare ‘Tira e Molla’ con un’altra figura. Fu Costanzo, che era direttore di Canale 5, ad insistere. Gli spiegammo che chiunque fosse arrivato avrebbe patito il confronto col predecessore e per farlo desistere gli portammo persino un nuovo format. Fu irremovibile. Era una trasmissione troppo legata al talento di Paolo e ovviamente andò malissimo.

Nel 2001 il flop, forse il più cocente, toccò proprio Bonolis con “Italiani”.

Era uno show molto ambizioso e cervellotico. L’idea di vedere questi novanta spermatozoi entrare in questa grande vagina per uscire dall’altra parte era surreale! Paolo si ispirò a ‘Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso’ di Woody Allen e all’accoppiamento visto da dentro. È un riferimento culturale ironico e leggero che Bonolis ha e ha sempre mantenuto.

Molti legarono l’insuccesso ai fatti dell’11 settembre.

Quando attaccarono le Torri Gemelle stavamo lavorando. Saremmo partiti dieci giorni dopo e rimanemmo scioccati dalle immagini della tragedia. Inevitabilmente il clima cambiò.

A battervi fu “Torno Sabato” di Panariello, che proponeva un varietà altrettanto leggero.

Il loro era uno spettacolo più classico e rassicurante. Aveva un impianto strutturato fatto di monologhi, musica, ospiti e vallette. ‘Italiani’ era diventato decisamente fuori dal tempo. E la scelta di una lotteria alternativa fu azzardata.

Nell’ambito dei giochi, nel 2000 arrivò in Italia “Quiz Show”. Dopo un quarto di secolo possiamo ammetterlo: era una copia del “Milionario”.

Era indubbiamente una risposta a ‘Chi vuol essere miliardario’. C’era il discorso della scalata, della vincita a salire e delle domande con opzioni.

Amadeus divenne il simbolo delle attese estenuanti. Un atteggiamento che nel 2026 sarebbe improponibile.

Portò il ragionamento all’esasperazione, tanto che quando nacque ‘L’Eredità’ gli suggerii di cambiare totalmente l’approccio. Passammo dalle due-tre domande a puntata fatte in ‘Quiz Show’ a più di cento. Il ritmo era totalmente diverso.

Il gioco della Ghigliottina a L’eredità.
Il gioco della Ghigliottina a L’eredità.

“L’Eredità” nacque nell’estate del 2002. Venne testato per un mese, passandosi il testimone con “Azzardo”.

Esatto. Facemmo 28 puntate ad agosto. Andarono benissimo e ci dissero di continuare. Inizialmente ‘Azzardo’ partì favorito, ma poi si optò per ‘L’Eredità’, con Giorgio Gori che ci diede carta bianca. Scrivemmo giochi nuovi di zecca. Del format originale è rimasto solo il principio del conduttore al centro, abbinato alla scenografia circolare.

La ‘ghigliottina’ si manifestò tre anni dopo.

Battemmo ‘Passaparola’ e il ‘Milionario’, ma ad un certo punto le curve si avvicinarono. Nel 2005 mi inventai la ‘ghigliottina’ che è figlia del ‘sì e no’ finale di ‘Tira e Molla’. Mi dissi: ‘Posso applicare questa scelta ad esclusione alle domande?’. Una notte mi addormentai con questo pensiero e mi venne lo spunto di selezionare cinque termini da altrettante coppie e di legare le parole rimanenti alla sesta. Ma convincere la Rai non fu facile.

Perché?

Il montepremi andava a scalare e non ad aumentare. Sembrava un procedimento ingiusto. Ho ancora un’analisi dell’ufficio marketing dell’azienda in cui si sosteneva che la ‘ghigliottina’ non era adatta a rivitalizzare il preserale. Però un autore deve essere un visionario, deve avere il coraggio di osare. Battagliai molto e ringrazio Amadeus che mi appoggiò.

Entrambi nel 2006 approdaste a Mediaset. Mollaste il successo de “L’Eredità” per lanciare “Formula Segreta”. Il risultato fu rovinoso, con il progetto che naufragò dopo tre settimane.

Ero contrario al salto, ma le cose sono sempre più complesse di come sembrano. Amadeus era rappresentato da Lucio Presta e l’operazione fu loro. Non ero convinto e chiesi perlomeno di farci produrre il game da Magnolia, così da non scontrarci frontalmente con ‘L’Eredità’. Invece, per qualche ragione a produrci fu la Triangle. Non solo: Presta, che era pure il mio agente, mi coinvolse anche in ‘Fattore C’, un altro programma non riuscito che prese il posto proprio di ‘Formula Segreta’ e che chiusero a dicembre. Ero più giovane e avevo meno forza di impormi, ma la verità è che non avrei voluto lavorare né ad uno, né all’altro.

Col senno di poi, cosa non funzionò?

‘Italiani’, ‘Formula Segreta’ e ‘Fattore C’ erano giochi troppo intellettuali. La tv deve essere semplice, quando hai un approccio ideologico i progetti non vanno mai a buon fine. Nel caso di ‘Fattore C’ c’era, in aggiunta, il discorso della vendetta sui ‘pacchi’ e facemmo tutto di corsa. Un fattore importante per stare in questo mondo è l’umiltà. Non ci si deve mai sentire portatori di una formula vincente. Credimi, è capitato a tutti: Bonolis, Amadeus, Fiorello. Non bisogna mai pensare ‘il programma sono io’. Non è così.

Nel 2007 fu la volta di “Reazione a catena”. Un gioco che, a mio avviso, profuma d’estate e solo lì andrebbe collocato.

È sicuramente un’offerta estiva, per storia. ‘Reazione a catena’ è una trasmissione prodotta dalla Rai e non è un aspetto secondario. Significa che non ha una reale paternità. Se fosse prodotta da esterni avrebbe di sicuro più peso e forza. Occupa spazi economici che fanno gola a molti e si è sempre difesa con gli altissimi ascolti.

Quest’anno toccherete le venti edizioni.

Cominciammo con cento puntate estive, non davamo fastidio a nessuno. Come ti accennavo, nacque come progetto che puntava alla riappropriazione dei prodotti da parte della Rai. Alla direzione delle risorse artistiche c’era Lorenza Lei che ci chiese di muoverci in tal senso.

Il format è straniero. Che innesti furono apportati?

Il programma era tarato sui 25 minuti, che abbiamo fatto diventare di un’ora. In origine c’erano delle catene ordinarie e ‘L’Intesa Vincente’, che veniva fatta solo dalla squadra vincitrice come gioco finale. La prima edizione del 2007 con Pupo era un classico preserale un po’ buio. L’anno dopo cambiammo tutto, accendemmo e colorammo lo studio. Mi venne in mente la ‘Catena Musicale’, considerando che avevamo Enzo alla conduzione, e associai alla catena le note. Poi inventai il ‘Quando, Dove, Come, Perché’, la ‘Caccia alla Parola’ e facemmo diventare ‘L’Intesa Vincente’ una fase di scontro tra le due formazioni. Infine creammo ‘L’ultima catena’.

Nel 2011 riabbracciò Bonolis nel preserale e dal cilindro uscì “Avanti un altro”.

Quando mi coinvolsero l’intenzione era quella di rifare ‘Tira e Molla’ con le telefonate e di farmi fare l’autore di palco. Mi opposi. Quello che dovevamo fare l’avevamo fatto, dissi che era il caso di ingegnarsi e di trovare qualcosa di nuovo.

Avanti un altro.
Avanti un altro.

E ci riusciste.

C’era un problema di base: non potevo far porre a Paolo una domanda finale da 300 mila euro. Che credibilità avrebbe avuto? Pertanto, capovolsi il ragionamento: ‘Se faccio fare a Paolo una domanda idiota dal valore di 300 mila euro, cambia tutto’. Mi venne in soccorso ‘Il pranzo è servito’: il principio premiale di ‘Avanti un altro’ è analogo. Nel ‘Pranzo’ avevi le portate, ponevi delle domande e l’esito lo conoscevi solo dopo il giro della ruota.

C’è un grande consumo di concorrenti.

Lo spirito di fondo è quello del concorrente usa e getta, che racconta il tempo di oggi. Lo introduci, gioca e se sbaglia lo mandi via immediatamente. I programmi devono rispettare lo spirito dei tempi, così come la ‘ghigliottina’, che seppe creare il concetto delle associazioni in un periodo in cui il nozionismo aveva perso di valore. La ‘ghigliottina’ non la puoi risolvere sbirciando su internet, l’associazione delle parole è solo tua e sono felice di aver introdotto questa tipologia di gioco.

Un po’ come per “Tira e Molla”, non potrebbe esistere “Avanti un altro” senza Bonolis.

È un vestito che gli si cuce addosso benissimo. Sicuramente la struttura light permette a Paolo di essere se stesso, ma parliamo del primo o secondo programma italiano più venduto all’estero. Credo vada in onda in 14-15 nazioni diverse, dal Brasile al Canada, passando per il Vietnam. Cosa vuol dire questo? Che alla fine il meccanismo della fila e del pidigozzaro funziona. Solo in un Paese non siamo riusciti a sbarcare.

Quale?

La Francia. Non lo hanno comprato perché per la loro cultura vincere dei soldi dando la risposta sbagliata è inconcepibile. Non hanno questa elasticità.

Nel 2017, a sorpresa, Rai 1 inaugurò la stagione dei giochi nella fascia post-pranzo con “Zero e Lode”. L’esperimento durò appena nove mesi, eppure c’è chi ancora lo rimpiange.

Andavamo bene, facevamo il 14% alle 2 di pomeriggio, ma secondo la Rai il pubblico che portavamo era troppo giovane e non rimaneva sul ‘Paradiso delle Signore’, che arrivava dopo. Non c’era continuità. Era un gioco carino e tra Alessandro Greco e Francesco Lancia si era formata una bella sintonia.

Nell’elenco non può mancare “Stasera tutto è possibile”. Quanto influisce il contesto napoletano nel clima goliardico che si respira in scena?

È la città dove attualmente vivo, dunque sfondi una porta apertissima. Ne parlavo giorni fa con un amico: Napoli è una città emozionante, seppur con tutti i suoi difetti. Se ‘Step’ si realizzasse a Milano, sarebbe certamente un’altra cosa.

La questione dell’erede di Stefano De Martino andrà prima o poi affrontata. La prossima sarà, quasi certamente, la sua ultima edizione.

Quella di Stefano fu un’intuizione di Carlo Freccero che noi pensammo di supportare affiancandogli delle figure che già avevano partecipato allo spettacolo, come Francesco Paolantoni e Biagio Izzo. Ha funzionato. De Martino è davvero bravo, intelligente ed è maturato moltissimo. ‘Step’ è una trasmissione che fa crescere. Amadeus senza ‘Stasera tutto è possibile’ non sarebbe approdato a Sanremo in quelle modalità. È uno show che ti consente di cogliere ciò che succede e di cavalcarlo, al di là del testo e del copione. È un ping-pong imprevedibile.

Stefano De Martino a Stasera tutto è possibile.
Stefano De Martino a Stasera tutto è possibile.

Amadeus e De Martino. Due stili opposti.

La napoletanità di Stefano ha una maggiore risonanza, con Amadeus Napoli era invece marginale. Nel 2015, quando partimmo, il grande successo della comicità partenopea veniva identificato con ‘Made in Sud’ e ‘Step’ era quasi un ripiego. Non c’era la compagnia di giro fissa, gli ospiti erano differenti e Amadeus era tutto fuorché napoletano. Col passaggio di consegne è cambiato l’intero mood. Ora il principio fondante è quello di amici che si divertono davanti alle telecamere.

Torniamo a bomba: chi dopo De Martino?

Non è detto che i programmi siano infiniti. Stefano ha segnato ‘Stasera tutto è possibile’ in modo importante. Qualora se ne andasse, penso che bisognerebbe fermarsi un attimo. Non potrebbe ripartire l’anno dopo con un’altra conduzione, come se nulla fosse. I rischi sarebbero notevoli. Piuttosto vorrei capire se ci può essere un rinnovamento generazionale della comicità. Al momento abbiamo un meraviglioso equilibro di comicità classica attoriale, mentre tutte le nuove leve nascono dalla stand-up comedy. Occorre capire se uno stand-up comedian può essere inserito in quell’universo.

Insomma, una valutazione tutt’altro che scontata.

’Step’ è un programma anche parecchio fisico. Le prove sono impegnative. Qualora si cambiasse, dovremmo ragionare e domandarci se sia il caso di rimanere sulla commedia, che per me è la cifra del successo del progetto, o virare altrove.

Tra “Eredità”, “Reazione a catena” e “Avanti un altro”, spesse volte Rai 1 e Canale 5 si sono sfidate con giochi inventati da lei. Un briciolo di vanto sarà scattato…

Quando uscì la prima puntata di ‘Avanti un altro’ mia mamma si lamentò di Bonolis perché parlava troppo in fretta e si sintonizzò sulla ‘ghigliottina’. La rassicurai informandola che era pur sempre roba mia (ride, ndr). Un po’ di vanità c’è, ma penso seriamente che noi siamo al servizio del mondo. Un autore è un interprete dello spirito della società. Ho avuto anche tre programmi in onda contemporaneamente: un preserale su Canale 5 e un preserale ed un access su Rai 1. Sono gratificazioni che non ti stravolgono la vita. Non mi sento qualificato da questo.

Scusi l’ineleganza, ma questo mestiere suppongo l’abbia arricchita.

Guadagno sui diritti d’autore, ho tante mie invenzioni che girano e che mi vengono retribuite. Non lo nego: ho avuto la fortuna di incrociare l’onda montante, ho surfato sull’onda giusta. Nel 1983 le cose andavano bene, c’erano più soldi. Ma se uno cominciasse oggi non si arricchirebbe. Non ci sono più investimenti, ora la pubblicità sul web raccoglie globalmente di più di quella in tv. Per non parlare del tempo. Non ci sono prove, non c’è cura, non c’è interesse. Tutto è dato per scontato. Si tenta di fare qualche operazione coraggiosa, ma poi manca la linea editoriale. Quando nacque Canale 5, Berlusconi ebbe una visione e seppe raccontarla. Indipendentemente dal giudizio, c’era dietro un’idea di vita. Quel canale cambiò in ogni caso il costume degli italiani. Ora i costumi vengono stravolti da Tik Tok.

Un’analisi impietosa.

Trasmissioni nuove non se ne vedono, la televisione è diventata un grande scrigno della memoria. Basta fare i conti: siamo a venti edizioni di ‘Reazione a catena’, a quattordici di ‘Avanti un altro’, a ventitré de ‘L’Eredità’. Poi abbiamo ‘Ballando con le stelle’ che c’è dal 2005, ‘Tale e Quale’ che esiste dal 2012, ‘La Ruota della Fortuna’ che è tornata in auge e pure ‘Stasera tutto è possibile’, che è relativamente fresco, quest’anno toccherà gli undici anni. La tv non parla al futuro, non c’è un’idea che ti racconti una visione nuova del mondo.

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