Samuele Carrino: “Carlo Acutis mi ha avvicinato alla fede. L’ora di religione a scuola è ancora necessaria”

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Samuele Carrino è Carlo Acutis ne “Il mio nome è Carlo”, il film che ha sfiorato il 30% di share su Canale 5. In quest’intervista a Fanpage.it, parla del suo rapporto con la spiritualità: “Per essere fedeli non serve frequentare la chiesa”. E sull’ora di religione delle scuole: “Offre ai giovani un’occasione di dialogo”.

Samuele Carrino si racconta in un'intervista a Fanpage.it dopo il boom di ascolti su Canale 5 di "Il mio nome è Carlo", il film in cui ha prestato il volto al beato Carlo Acutis conquistando quasi il 30% di share. Originario di Gallipoli, ha appena sedici anni, ma nel suo curriculum vanta già due dei ruoli più intensi e discussi degli ultimi anni, tra cui quello di Andrea Spezzacatena ne "Il ragazzo dai pantaloni rosa". Dal rapporto con la fede fino all'equilibrio tra la scuola, gli amici e un set dopo l'altro, il giovane attore traccia il bilancio del suo percorso artistico. Senza rinunciare a un grande sogno nel cassetto: indossare, un giorno, i panni di Spider-Man.

"Il mio nome è Carlo" su Canale 5 è stato visto da oltre 4 milioni di spettatori, raggiungendo il 29,6% di share. Che effetto ti ha fatto?

Nessuno se lo aspettava, ma è stato dirompente e siamo tutti molto felici. Mi rende orgoglioso che il film sia stato apprezzato anche da una fascia di pubblico giovane, e che la mia interpretazione abbia fatto piangere ed emozionare.

Cosa pensi che possa insegnare, soprattutto ai giovani, la storia di Carlo Acutis?

Oggi tra i ragazzi c'è un grosso problema: quello di indossare delle maschere, di non mostrarsi mai per quello che si è davvero. Questo film insegna invece ad aprirsi, a far emergere la bontà del proprio cuore. E poi lascia un messaggio importante sull'uso dei social. Mi sono trovato a dover descrivere entrambe le facce della medaglia: ne "Il ragazzo dai pantaloni rosa", Andrea Spezzacatena subisce tutto il male che internet può fare. Al contrario, Carlo, sia nel film che nella sua vita reale, ha usato strumenti come Facebook per diffondere il bene.

Qual è il tuo rapporto con la fede?

Dopo questo film, mi ci sono avvicinato molto. Sono credente e ho ricevuto tutti i sacramenti, ma quest'esperienza mi ha fatto sentire Carlo molto vicino a me. La sua storia è attuale e, quando sono andato ad Assisi a visitare la sua tomba, ho visto le sue scarpe Nike, i jeans e la felpa che indossava. Questo spezza un po' quell'idealismo dei "santi con l'aureola": lui era un ragazzo semplice, con un cuore grande.

Credi che il fatto di professarsi fedeli sia un tabù tra i tuoi coetanei?

Sicuramente oggi la pratica religiosa è vissuta in modo più distaccato rispetto al passato, ma credo che, per essere fedeli, non bisogni per forza frequentare assiduamente la chiesa: basta prendersi cinque minuti per connettersi, trovare la pace con se stessi e spendere un pensiero per i nostri cari.

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Samuele Carrino è Carlo Acutis ne "Il mio nome è Carlo".

Si discute molto del ruolo dell'ora di religione a scuola. Secondo te ha ancora senso mantenerla?

Penso che non debba essere dedicata soltanto alla fede in senso stretto: è uno spazio di libertà, un'occasione per parlare di argomenti che ci interessano e trovare il coraggio di esprimersi. È un momento prezioso, in cui si confrontano culture, religioni e punti di vista diversi. Credo che resti necessaria, non solo dal punto di vista spirituale, ma come occasione di dialogo.

Al centro del dibattito politico e sociale c'è anche l'introduzione dell'educazione sessuo-affettiva.

Se affrontata nel modo giusto e con i messaggi corretti, sono assolutamente d'accordo a introdurla. Secondo me è una materia importante, di cui bisogna parlare al momento giusto della crescita, senza anticipare i tempi, così da educare davvero i ragazzi al rispetto e all'affettività.

Com'è iniziata la tua carriera da attore e come riesci, oggi, a conciliare il set con la vita da adolescente?

Ho iniziato a quattro anni con la moda, poi a sette anni ho fatto il provino per "Liberi di scegliere", diretto da Giacomo Campiotti (lo stesso regista de "Il mio nome è Carlo", ndr), che mi ha lanciato. Lasciando Gallipoli mi sono trasferito a Roma, dove vivo da sei anni, e oggi frequento il quarto anno di Scienze Umane. Non mi è mai pesato rinunciare alla spensieratezza: riesco a incastrare tutto, dagli amici alla moto, dagli hobby al lavoro. Grazie alla scuola privata, ai professori che organizzano le lezioni e ai tutor sul set, riesco a gestire lo studio senza problemi. Me la sono sempre vissuta molto serenamente.

A soli sedici anni hai già alle spalle due grandi successi. Riuscivi a capire lo spessore di queste storie, nel momento in cui le interpretavi?

In entrambi i casi, trattandosi di storie vere, avvertivo chiaramente una grande responsabilità. Però poi quella sensazione si trasformava in adrenalina, forza, coraggio. La paura iniziale era legata soprattutto al timore di deludere chi ha conosciuto realmente queste persone, ma l'ho trasformata in una sfida con me stesso. In un modo per mettermi alla prova.

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Samuele Carrino e Claudia Pandolfi ne "Il ragazzo dai pantaloni rosa".

Hai già pensato a cosa farai dopo il liceo?

Vorrei continuare a fare l'attore e per ora non penso a un piano B, ma continuerò sicuramente a studiare e a perfezionarmi. Tra i colleghi che apprezzo di più c'è Pierfrancesco Favino: è capace di fare tutto e di farlo benissimo, sia la commedia che il dramma. È una fonte di ispirazione per me.

Hai paura di essere associato prettamente a ruoli drammatici?

In realtà, adesso sto lavorando a progetti molto più leggeri. Nel film "Fino alla fine", diretto da Margherita Ferri, ho interpretato un rapper con dei superpoteri e mi sono divertito molto.

C'è un personaggio in particolare che sogni di interpretare?

Spider-Man. Sono un fan sfegatato del personaggio fin da quando ero molto piccolo, quindi lancio un appello sperando che qualcuno mi ascolti: se si farà un nuovo Spider-Man, io ci sono.

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