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Roberto Arduini: “Ho perso 50 chili e nulla è cambiato. In Italia abbiamo un problema col corpo degli altri”

Roberto Arduini, il conduttore de I Lunatici, racconta in un’intervista a Fanpage il suo percorso di dimagrimento, figlio di un’esperienza estrema: “Arrivato al peso forma dopo una vita mi sono reso conto che nulla era risolto”. È il punto del suo libro, in cui sfata alcuni pregiudizi culturali difficili da estirpare: “Ho capito che sul corpo degli altri dobbiamo farci i cavoli nostri”.
A cura di Andrea Parrella
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Arrivare al peso forma e scoprire che non basta. È da qui che parte il racconto di Roberto Arduini, conduttore de I Lunatici su Radio 2, che per la prima volta mette in parole nel suo libro Un chilo d'anima un percorso fatto di binge eating, bulimia e anoressia. Un viaggio complesso che attraversa il corpo ma non si ferma al corpo, perché, come racconta a Fanpage.it, il problema non è mai solo il cibo. È lo sguardo, quello degli altri e soprattutto il proprio.

Quando hai iniziato a concepire l'idea di mettere in parole questa esperienza vissuta?

A settembre scorso e a metà ottobre l'avevo praticamente finito, sono tutte cose che avevo dentro e che dovevo soltanto prima ammettere a me stesso e mettere nero su bianco. La voglia di raccontare questa storia mi è venuta quando per la prima volta nella mia vita sono arrivato al peso forma, perché io sono sempre stato un bambino sovrappeso, un ragazzo obeso che ha combattuto con i chili troppo e la bilancia.

Il peso forma è stato un obiettivo raggiunto?

Sono sempre stato convinto dagli altri che una volta arrivatoci tutto sarebbe stato perfetto, allo specchio mi sarei visto come un divo di Hollywood, che ogni problema sarebbe scomparso e ogni affanno sarebbe svanito.

Invece?

Invece poi quando per la prima volta nella mia vita sono arrivato al peso forma, mi sono reso conto che non non era così.

Hai avuto un contraccolpo?

Ho avuto un contraccolpo che però s'è poi anche un po' anestetizzato grazie alla possibilità di scrivere questo libro e di raccontare la storia. Volevo essere normopeso e volevo farlo in concomitanza con i miei 40 anni.

E sei riuscito poi a raggiungere il traguardo prima della della data prefissata?

Sono riuscito a raggiungerlo, ma lì praticamente la nutrizionista alla quale mi ero affidato nella seconda parte del percorso mi mise in guardia, perché stavo diventando anoressico. Il mio percorso praticamente parte dal binge eating che mi fa diventare obeso, poi dopo la morte di mia madre divento bulimico, condotte di compensazione, vomito e digiuni per i sensi di colpa cui poi seguivano le abbuffate, ma ero sempre stato sicuro che fosse una questione legata alla forza di volontà e che si sarebbe risolta se fossi stato in grado di fare la dieta definitiva, fare la dieta che mi potesse portare al punto che m'ero prefissato. Una volta raggiunto lo scopo, però, ho continuato ad andare avanti, nel senso che io avrei dovuto pesare secondo questa dottoressa 70 kg ed ero arrivato a 62.

In cosa consistevano questi squilibri?

C'erano dei periodi in fase bulimica in cui mangiavo diverse volte al giorno per poi vomitare, una cosa che poi ti distrugge a livello sia mentale che fisico. Dall'altra parte c'erano giorni in cui io mangiavo 500 calorie, andavo in diretta di notte, andavo in palestra di giorno e veramente arrivavo in alcune situazioni a un passo dallo svenimento, non so che cosa m'ha salvato. Dal giorno alla notte ho smesso di mangiare e ho cominciato a stressare il mio fisico in un modo assurdo, perché io poi per tanti anni non avevo fatto nessun tipo di attività e in quel periodo andavo in palestra sempre, se saltavo un giorno per me crollava tutto.

Perché è successo secondo te?

Continuavo a vedermi grasso e continuavo a contare le calorie, ad andare in palestra anche se avevo la febbre o se non mi sentivo bene, non mi reggevo più in piedi perché mangiavo 5-600 calorie al giorno e fu lei a dirmi "guarda che così tu hai soltanto cambiato nome alla tua problematica, questa si chiama anoressia, io non posso aiutarti". Mi consigliò di andare da una psicoterapeuta che potesse fare un percorso diverso da quello che potevo fare con lei.

È un problema che non aveva più nulla a che fare con la questione estetica?

È un qualcosa di molto più complesso, infatti io mi sono reso conto che quando se ne parla lo si fa sempre in relazione al cibo, tutti si sentono in diritto di dire "Ma come mai ti sei ingrassato", oppure quando anche stavo dimagrendo le persone vedevano il programma sul canale di Radio 2, dicevano: "Ma Arduini, che c'ha? Sta male, sta bene?".

La cosa provoca una doppia sofferenza.

Era complessa da gestire. Chi soffre di determinati disturbi ha un'immagine completamente distorta di se stesso, io l'ho visto sulla mia pelle, l'ho visto quando andavo a comprare i pantaloni perché ho dovuto cambiare il guardaroba tre volte nel corso di questi di questo anno. Ogni volta prendevo la taglia 54, era la mia compagna a dirmi "No, tu devi prendere la 44". Io dicevo "Ma la 44 non mi entra". Poi quando la provavo vedevo che era quasi larga anche la 44. Stessa cosa per per lo specchio e per tutte le persone che dicevano in qualche modo che stavo esagerando, come mio padre e la mia compagna che hanno visto questo percorso giorno dopo giorno e sono stati loro ad indirizzarmi verso una nutrizionista che potesse seguirmi almeno sul piano alimentare.

Quando hi raggiunto l'obiettivo di peso hai proseguito perché forse avvertivi un senso di vuoto, l'idea di non averlo più uno scopo.

Sicuramente in parte è così. Su di me ho sperimentato che tutti i commenti delle persone, magari anche a fin di bene, erano benzina su questa mia problematica, ovviamente in modo inconsapevole da parte loro. Una cosa che ho imparato sulla mia pelle in questo percorso è che sul corpo degli altri davvero ci si deve fare i cavoli propri. Anche se vuoi dire che una persona è dimagrita e sta in forma, non glielo dire. Se puoi dire una cosa cattiva, peggio, lascia perdere. Rischi di mettere in moto meccanismi malsani e pericolosi in chi ovviamente è predisposto a soffrire di certe tematiche.

Forse il principio del problema sta proprio nell'eccesso di attenzione a quell'elemento in generale, negativo o positivo, per il corpo. È troppo radicata nella nostra cultura.

Esatto, ammesso che sia possibile estirparla, credo ci vorranno ancora tanti anni perché questa cosa qui è una dinamica che riguarda proprio la nostra società, io non l'ho mai vissuto all'estero e non so se è una cosa che poi esiste anche da altre parti, ma da noi vale per tutti, qualche volta con cattiveria, ma molto spesso anche senza.

Nel quotidiano ascolti e racconti le storie di altri in radio. È evidente che in questo momento la storia è la tua, questa cosa ti inibisce un po'?

Un po' mi intimidisce perché un conto è scrivere, altro è parlarne. Anche perché questo è un libro che in cui io cerco di parlare di tante cose, la morte di mia sorella, la morte di mia madre, tutti elementi che poi hanno contribuito a creare il puzzle che ho cercato di combattere. L'ultima cosa che vorrei è che qualcuno potesse pensare a pietismi o speculazione.

Qualcuno potrebbe pensare che sulla tematica dei disturbi alimentari si sia sviluppato una sorta di trend, allo stesso tempo mi viene anche da credere che è per quella stessa ragione che tu ti sei sentito stimolato a raccontare questo tipo di storia oggi.

Ci ho pensato e la risposta non ce l'ho, nel senso che è vero che di disturbi mentali adesso se ne parli parecchio, però notavo anche che se ne parla quasi esclusivamente in ottica femminile. Dal punto di vista maschile ho la sensazione che se ne parli pochissimo.

Un pregiudizio che avevi su questa vicenda e che poi hai smentito a te stesso?

Fino a qualche mese fa ero convinto che fondamentalmente fosse tutta una questione legata a forza di volontà, che poi avrei risolto, sarei cambiato da un giorno all'altro. All'improvviso invece ho capito che che non era così, che era una cosa per la quale dovevo farmi aiutare, dovevo cominciare un percorso con figure competenti e con professionisti, che non era un aspetto legato alla mia forza, alla mia debolezza, ma era una questione da affrontare proprio dal punto di vista clinico.

Oggi senti di avere la situazione sotto controllo?

Il percorso che che ho cominciato sta andando avanti, ha dato dei risultati importanti, ho smesso di cercare allo specchio un'immagine che non mi arriverà mai, ho smesso di essere inflessibile con me stesso perché io poi lo scrivo sono sempre il primo carceriere di me stesso, in un senso nell'altro. Resta il timore che domani si spenga la luce e ricominci tutto da capo.

Il tuo collega Andrea Di Ciancio come ha affrontato questa circostanza in cui l'attenzione si concentrava molto su di te?

C'era un'attenzione morboso e a lui dispiaceva la cosa. Anche perché, essendo stato io sempre in sovrappeso, pensavo che nel momento in cui mi mi fossi dimagrito il corpo avrebbe smetto di essere oggetto di dibattito, di critiche o di complimenti. Invece ho visto che per un periodo venivo massacrato, decine di commenti sul nostro gruppo o di persone che chiamavano che dicevano "Ma Arduini è malato, si droga, c'ha un tumore, si fa le punture, non ce lo dice, era più simpatico da ciccione". La vivevo male e devo dire che lui è stato molto bravo perché l'ha trattata con enorme delicatezza. Se mi andava di parlarne ascoltava, se non mi andava non diceva niente, è stato molto molto attento.

Hai menzionato le punture e riflettevo che tra l'altro il tema dei farmaci per il dimagrimento è di grande attualità e molto controverso. Affrontare questo periodo in questo preciso momento storico deve essere stato ancora più complesso.

Sì, calcola che hanno creato pubblicità ingannevole su di me, tratta dalla mia ospitata a La Volta Buona, rimontata con l'intelligenza artificiale e una voce finta. Sponsorizzavo a mia insaputa prodotti dimagranti miracolosi, me ne sono accorto solo perché su Facebook alcune persone hanno incominciato a scrivermi segnalandomelo. Il primo giorno di vacanza dello scorso anno l'ho passato dai Carabinieri a denunciare.

Questa storia forse un lato positivo ce l'ha, mi fa pensare che forse tu sia più incline all'ascolto di queste storie, magari con un programma specifico. 

Non so, proprio per quel discorso che ti dicevo prima, non voler dare l'idea di speculare. Sicuramente mi piacerebbe confrontarmi con quante più persone possibili che hanno avuto in un modo o nell'altro questo problema, penso ai genitori che magari hanno dei figli che ci stanno combattendo, un fidanzato o una fidanzata, confrontarmi con loro e parlarci. Anche perché io non offro soluzioni con questo libro, l'unica soluzione è parlarne. Se avete comportamenti come quello che ho descritto, sappiate che non sono normali, non bisogna fidarsi di nessuno salvo che di professionisti che possano aiutarvi.

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