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Pino Campagna: “Abbandonato da Zelig, mi ha fatto male. Mai visto un film di Zalone, Pio e Amedeo non hanno rispetto”

Il comico foggiano che esplose col personaggio del ‘papi ultrà’ si racconta a Fanpage.it: “Furono sette anni meravigliosi, ma è come se mi avessero messo al mondo e poi abbandonato in autostrada. Perché non mi hanno richiamato?”. Sulla comicità pugliese: “Checco è un ragazzo straordinario, intelligentissimo, ma c’è anche altro. Pio e Amedeo hanno fatto la gavetta, ma a volte mancano di rispetto”.
A cura di Massimo Falcioni
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Può vantarsi di aver creato un tormentone che lo identificherà per sempre. Ma oggi Pino Campagna quello slogan intende modificarlo, non senza amarezza: “Sarebbe il caso di cambiarlo in ‘Papi, ci sei? Ce la fai? Sei estromesso’. Non essere stato richiamato a Zelig per la celebrazione dei trent’anni mi ha fatto davvero male”.

Foggiano doc, Campagna ha compiuto da poco settant’anni. Traguardo importante per chi ha costruito una carriera dal nulla, esplodendo prima nella sua Puglia e, successivamente, nel resto d’Italia. “Mi diplomai all’istituto industriale e già a scuola emersero i sintomi schizzoidi”, racconta a Fanpage.it. “Facevo il verso ai professori, ne imitavo le movenze. Partì tutto da lì, quasi per scherzo”.

Parallelamente al lavoro in fabbrica (“imbustavo i cavoli e sono rimasto nel settore dicendo cavolate”), Campagna si tuffò nella musica folk, proponendo un repertorio umoristico che rifaceva il verso ai grandi artisti internazionali. “Ricantavo i loro brani in foggiano. Dai Beatles a Freddie Mercury, passando per i Deep Purple e Bob Dylan, che imitavo suonando la chitarra e l’armonica a bocca. Un repertorio ricco che ancora rispolvero nei miei live”.

Ad un certo punto si trasferì a Roma.

Sì, nella Capitale cominciai a muovermi nel mondo del cabaret. Tramite Marcello Casco entrai nella compagnia stabile “Al Fellini”. Si era accorto di me in uno spettacolo a Zafferana Etnea. Facevo la parodia di Edoardo Bendato, uscendo sul palco con una benda sull’occhio e suonando i pezzi di Bennato.

Il debutto in tv arrivò con “D.O.C.”, programma di Gegè Telesforo.

Passai quindici giorni in via Teulada ad implorare il regista che, stufatosi della mia presenza, mi fece passare. Non ne poteva più, gli avevo fracassato gli zebedei. ‘Vediamo che sai fare’, mi disse. Io risposi mimando la sigla del programma, come se fosse una partita di tennis. Rimasero tutti stupiti e mi diedero l’ok. Fu una bella notizia, dopo la delusione di ‘Indietro Tutta’.

Cioè?

Avevo tentato di entrare nella trasmissione di Arbore, ma Renzo mi snobbò. Da buon foggiano mi mise da parte, non credeva in quello che facevo. Ad ogni modo, rimane un grande. Se ha fatto quella carriera grandiosa un motivo c’è.

A dire il vero, la primissima apparizione televisiva era stata a “La Corrida”.

Esatto. Partecipai alla primissima edizione in tv portando la gag di una base musicale stonata. Vinsi il secondo premio che consisteva in un videoregistratore e in un televisore. Purtroppo a distanza di un anno mi fotterono sia uno che l’altro.

Nel 1990 si aprirono le porte di “Gran Premio”, al cospetto di Pippo Baudo.

Un grande, indimenticabile. Il mio scopritore ufficiale fu lui. Lavoravo al ‘Fellini’ e Pippo venne di persona insieme al suo staff. Nella compagnia di dieci persone selezionò me e Francesco Scimeni.

La vera svolta si concretizzò con “La sai l’ultima?”.

Non andai mai come concorrente, ma sempre come ospite. Esordii nell’edizione del 1993 ispirata ai pirati, assieme al mitico Pippo Franco e alla splendida Pamela Prati. Riadattavo i segnali stradali europei aggiornandoli all’attualità politica e assieme a Davide Rota tenevo un corso di lombardo per meridionali. Mi divertii tantissimo.

Rimase per molte edizioni.

Nel 1997, 1998 e 1999 io e Franco Guzzo ci inventammo la gag dei due carabinieri e fu molto gradita. Poi nel 2001 traslocammo sulla Rai a ‘Ci vediamo su Rai 1’ alla corte di Paolo Limiti. Furono due stagioni stupende, al termine delle quali decisi di spostarmi a Milano. Pensavo che per fare cabaret fosse la città più idonea.

E come andò?

Il Derby aveva chiuso e mi esibii in locali meno appariscenti, ma molto carini. Riuscii a farmi largo, avevo tanta carne da cuocere e la gente si divertiva.

“Zelig” fu un approdo automatico.

Ci entrai nel 2003. Il mio primissimo personaggio fu proprio il ‘papi ultrà’ che prese ben presto il volo. Mi ispirai ai miei figli, che mi parlavano veramente in quel modo. Sentendo questo linguaggio strano mi venne l’idea e costruii gli sketch grazie a due autori validi come Paolo Uzzi e Marco Del Conte. Scrivemmo più di cento pezzi, subito sposati da Gino e Michele.

Il successo fu clamoroso.

Ringrazierò sempre per quei sette anni meravigliosi. Oltre al ‘papi ultrà’ mi inventai altre cose, come il monologo dei dialetti pugliesi che ti consentono di imparare tante lingue europee. Su Youtube toccò il milione di visualizzazioni ed è tutt’oggi un cult.

Gli ascolti erano altissimi e superaste a più riprese i 10 milioni di spettatori.

Eravamo la Champions dei programmi comici, a cui poi si aggiunsero ‘Colorado’ e ‘Made in sud’, che però definisco dei surrogati. Si aggrapparono al carrozzone, ma fu come tentare di far volare goffamente una gallina. ‘Zelig’ era ‘Zelig’ e lì ho passato gli anni più esaltanti della mia vita. Quando portavo gli spettacoli in piazza e a teatro radunavo migliaia di persone, manco fossi Robbie Williams.

Un clamore che, immagino, la arricchì.

È chiaro, non posso nasconderlo. ‘Zelig’ fu un fenomeno di massa, come ‘Lascia o raddoppia’ negli anni cinquanta. Se facevi ridere, inevitabilmente ti arrivavano mille proposte. E io feci di tutto: live, pubblicità, libri, ospitate. Realizzai un sacco di cose e cercai di dare un senso alla mia vita. D’altronde, dopo aver sputato tanto sangue me lo meritavo. Fu come vivere un sogno, anche se non nego il dispiacere per non essere stato ricontattato quest’anno.

Ecco che riemerge lo sfogo di apertura. Che spiegazione ha dato a questa esclusione?

Continuo a domandarmelo. ‘Zelig’ purtroppo fa figli e figliastri. Alcuni comici sono stati coinvolti, altri come me, Cornacchione, Cacioppo e Braida no. Perché? Vorrei ricevere una spiegazione. Io appartengo alla squadra di ‘Zelig’ e ho questo brand tatuato nell’anima. Avrei potuto accogliere le richieste di ‘Colorado’ o ‘Made in sud’, ma ho sempre rifiutato. Sarebbe stato come vedere Del Piero togliersi la maglia della Juventus per passare al Torino. Senza contare che per me avrebbe significato fare un passo in serie B.

L’amarezza è evidente.

Loro mi hanno dato molto, però anche io ho dato tutto quello che avevo. È come se mi avessero messo al mondo e poi abbandonato in autostrada. Capisco che non potevano richiamarci tutti, ma farci dire almeno un ‘ciao’ sul palco sarebbe stato carino. Ci siamo sentiti abbandonati e ad un artista questo atteggiamento fa molto male.

Magari hanno influito le parole che pronunciò nel 2011. Dichiarò: “Zelig ti fa diventare famoso, ti trita e ti spreme fino a quando servi alla loro causa. Poi ti abbandona”.

Credo di sì. Infatti da allora non mi hanno più cercato. Non sono stati eleganti e non sono stati equi nelle loro scelte. Ovviamente parlo a titolo personale, non so cosa pensano i miei colleghi.

Torniamo per un attimo all’epoca d’oro: nell’aprile del 2005 condusse addirittura “Striscia”.

Partecipai a tre serate in compagnia di Pino Insegno e Loredana Lecciso. Fu Ricci a coinvolgermi. Antonio è un mio grande amico, lo stimo tantissimo, è un extraterrestre della tv e nel 2014 a ‘Giass’ mi rivolle per tutte le puntate.

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Nel gennaio 2006 incrociò invece Berlusconi a “Tutte le mattine”, dando vita ad un momento televisivo che divenne iconico.

Ero ospite di Costanzo ed improvvisamente vidi uno stuolo di fotografi in fondo allo studio. Non immaginavo che si presentasse e colsi la palla al balzo. Tra noi ci fu da subito un ottimo feeling e, da foggiano approfittatore, appena vidi la possibilità di mettermi in evidenza la sfruttai.

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Gli fece mimare con le mani il motto ‘Ci sei? Ce la fai? Sei connesso?’.

E chi se lo scorda! Il giorno dopo eravamo su tutti i giornali, italiani ed internazionali. A casa custodisco le copie. A lui avrei potuto chiedere di tutto, mi avrebbe accontentato. Eppure non lo feci mai. Mi invitò a pranzo ad Arcore e poco dopo entrai nell’agenzia di Lele Mora. La mia vita è stata un’avventura gastrointestinale (ride, ndr), piena di occasioni che non ho saputo cogliere. Avrei potuto dirgli: ‘Silvio, dammi un programma in prima serata’. Me l’avrebbe concesso, sono sicuro. Ma sono ugualmente felice. Essere coccolato da lui fu una gran bella cosa.

Ha dei rimpianti?

L’unico rammarico è un film che ho scritto e che è ancora nel cassetto. Si intitolerebbe ‘Natale a Cerignola’. Sarebbe la ciliegina sulla torta e vorrei che a dirigermi fosse Carlo Verdone. Ero entrato in contatto con la Filmauro, parlammo, il soggetto piacque, ma non si concretizzò nulla. La storia è interessante, fa ridere ed è al contempo romantica. Non si può vivere di solo Zalone. Sia chiaro: Checco è un ragazzo straordinario, intelligentissimo. Ma c’è anche altro.

Ha in parte anticipato la mia domanda. Cosa pensa di questo exploit della comicità pugliese?

Innanzitutto bisogna ringraziare Lino Banfi, che ci aprì le porte tanto tempo fa. Chapeau. Per il resto, credo che qualcuno in cielo abbia voluto premiare alcune persone. Hanno messo i nostri nomi in un’urna e hanno tirato fuori un biglietto. E in questo biglietto c’era scritto ‘Checco Zalone’. Non ho visto manco uno dei suoi film, sono sincero. Non per sminuirlo, ma perché ha una comicità molto diversa dalla mia.

Prova della sana invidia?

Invidio le cose degli altri, così come gli altri invidiano le cose mie. Io sono stato molto invidiato nella vita. Specialmente a Foggia.

A proposito di Foggia, Pio e Amedeo sono suoi concittadini.

I cafoni li sanno interpretare molto bene. Roba che io facevo a 18-20 anni. Hanno fatto la gavetta e si sono meritati il successo. Ma come io rispetto Banfi, loro rispettino me.

In che senso?

A volte mancano di rispetto. Bisogna rispettare chi è venuto prima di te. Il mio momento, prima che mi mettano il cappotto di legno, arriverà. Non è frustrazione, la celebrità l’ho avuta e non me la toglie nessuno. Tuttavia, a volte ci sono ingiustizie che non riesci a spiegarti. La vita dà, la vita toglie.

Le manca la televisione?

No. La tv attuale non mi piace. Vogliono solo farti piangere. Prendi Garlasco, una storia di quasi diciannove anni fa che ancora infesta gli schermi. Ci fanno iniezioni di ansia nelle vene, viviamo perennemente col patema d’animo.

Qualche offerta sarà arrivata.

Avrei potuto fare ‘L’Isola dei Famosi’ e il ‘Grande Fratello Vip’. Mi cercò Biagio D’Anelli, che fece da gancio. Ci confrontammo, ma poi declinai. Non volevo spiattellare i cazzi miei alla gente e mettere sul tavolo i miei difetti.

La comicità è profondamente mutata e ora è improntata soprattutto sulla stand-up comedy. Come la giudica?

Adesso si prende un microfono e si raccontano cose in maniera aggressiva. Si parla di sesso, religione, antisemitismo. Non so se avrei il coraggio di farlo. In una scala da 1 a 10 siamo al livello 6. C’è qualche giovane che mi piace, tipo Max Angioni.

Ai tempi vostri dominavano i tormentoni. Decisamente un’altra epoca.

A ‘Zelig’ avevamo tormentoni con i controcoglioni. Il mio ancora mi apre delle porte. Probabilmente sono passati di moda, in giro non ne sento. Vent’anni fa la gente li ripeteva al lavoro, nei bar, a scuola…

C’è poi un altro dettaglio fondamentale per chi fa stand-up comedy: il microfono col filo.

Vero. Mi fanno ridere perché io lo usavo quando ero alle prime armi. Adesso utilizzo l’archetto, ma ammetto che il microfono col filo ha sempre il suo fascino. Però tutto dipende da ciò che dici. In questa fase funziona così, i giovani apprezzano questo stile e la gioventù è cambiata. Noi della vecchia guardia non possiamo fare altro che aspettare a bordo fiume che passi il cadavere e che termini questa goliardata.

A chi vuole rivolgere l’ultimo pensiero?

Voglio cogliere questa occasione per salutare l’inventore di ‘Zelig’, Giancarlo Bozzo. Un mostro di intelligenza che ha partorito altri mostri come noi. Ciao ‘Zelig’, ti amo.

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