Paolo Rossi: “Destra e sinistra? Una truffa, io sto con gli ultimi. Zalone è bravissimo ma io sono figlio del teatro”

Paolo Rossi viene da una famiglia divisa tra fascisti e comunisti (e qualche monarchico), cresciuto in un ambiente che discuteva già allora come in un talk show, ma con più vino e meno hashtag. E forse è da lì che nasce il suo sguardo obliquo: “Più che a destra o a sinistra preferisco guardare in alto e in basso”, perché, come ha spiegato in questa intervista a Fanpage.it, “dietro alla dicotomia destra-sinistra mi sembra ci sia una truffa”. E ancora la sua Milano, un tempo inclusiva e ora carica di diseguaglianze, le guarda con l’immaginazione di Miracolo a Milano, ma in attesa che “quelle scope piovano giù dal cielo per fare un po’ di pulizia”.
Ha fatto il militare, per questo è diventato antimilitarista, e su figure come il generale Roberto Vannacci confessa di capire "dove trovano dei generali così sciocchi”. È talmente anarchico che si è candidato ma non si è votato (“non mi fidavo neanche di me stesso”) e sul presente non è tenero: “Viviamo un nuovo Medioevo”. È un artista che non si sente investito di missioni salvifiche, però è consapevole di qual è il suo posto nel mondo: “Sono un figlio del teatro”. Così ha scelto la durata invece dei record al botteghino: “Checco Zalone è bravissimo, ma io ho puntato sul mestiere a lungo termine”.
Nasci a Monfalcone, un posto di confine dove l’identità non è mai semplice.
Hanno deciso i miei genitori di farmi nascere lì perché vengo da quelle terre. La metà del mio albero genealogico è addirittura al di là del confine italiano. Se i Balcani cominciano dai Colli Euganei, come sostiene lo scrittore Paolo Rumiz, io sono nato nei Balcani avanzati.
Quelle origini sono rimaste nella tua personalità?
Sì, le ho ancora dentro. E a Milano, quando sono arrivato, c’era quasi una lobby dei triestini, o almeno era considerata tale. Il più famoso di questo gruppo era Giorgio Strehler. Erano famose le sue sfuriate, o meglio quelle che sembravano delle vere e proprie incazzature, ma a me scappava sempre da ridere perché capivo che recitava. E lui mi diceva: “Sei qui al Piccolo Teatro perché sei bravo, ma soprattutto perché sei nella lobby dei triestini. Anche se sei bisiacco”. I triestini considerano i bisiacchi, quelli di Monfalcone, dei quasi slavi.
Anche le sfuriate sono tipiche di quelle zone?
Bè, certo, siamo fumantini. Io ho fatto due anni di tournée con la band di Emir Kusturica e tra bizzarrie e sfuriate ci siamo trovati particolarmente bene. Devo dire grazie alla nonna croata.
Tuo padre ha combattuto nella Repubblica sociale italiana, mentre in famiglia avevi anche una componente comunista, e hai detto che a Natale c’era una resa dei conti.
Era una storia discussa molto dal basso, non sui massimi sistemi ideologici o ricostruzioni storiche. Tra l’altro si fa fatica, soprattutto in quelle terre di confine, a ricostruire una verità ben definita. Si parlava di confronti sui vari episodi capitati a ognuno durante il ventennio o la guerra. Oltre che in famiglia era così anche fuori, nei vari bar della zona. Comunque è vero, una parte era fascista, una anarco-comunista e con qualche monarchico. In fondo, però, erano discussioni buffe viste con gli occhi di un ragazzino. Alla fine mi chiamavano per chiedermi l’imitazione di José Feliciano, prendevo la chitarra e tutto finiva in risate.
Oggi ci si accusa ancora di essere fascisti o comunisti. Non è cambiato niente?
Ormai è tutto ridicolo. Come nei talk televisivi, dove chi sostiene che la destra e la sinistra non esistono più e poi usa lo stesso schema nei momenti elettorali o quando gli fa comodo. In realtà, almeno io, più che guardare a destra o a sinistra preferisco guardare in alto e in basso.

In che senso?
Ho cominciato a pensare che dietro a questa dicotomia destra-sinistra ci sia una truffa. Guardare in alto e in basso, invece, ti fa capire meglio da che parte stare. C’è chi ha troppo e chi non ha niente, e io non sto certo con chi ha troppo. C’è in giro un esercito di mediocri che sta in alto e dei numeri uno che devono scappare all’estero o starsene chiusi nella loro stanzetta perché, per semplificare, la corsa della vita in questa società è stata truccata.
La tua Milano, un tempo accogliente, è lo specchio di queste diseguaglianze?
Se ricordiamo il film Miracolo a Milano, alla fine ci sono tutti gli ultimi, i barboni, che da Piazza Duomo se ne volano in cielo a cavallo di scope. Un finale strepitoso, molto poetico. Io credo che tra un po’ quelle stesse scope pioveranno giù dal cielo per fare un po’ di pulizia.
Senti nell’aria la voglia di una rivolta dal basso?
Sì, ma non tanto di una rivolta per come l’abbiamo conosciuta. Perché la storia ci ha insegnato che non si ripete mai nello stesso modo. Una mia vecchia fidanzata andalusa mi ripeteva spesso: “Es lo mismo, però no es lo mismo”. È la stessa, ma non è uguale.
Hai fatto il servizio militare vicino a Torino, dove eri comandante di un carro armato. Il generale Roberto Vannacci ha risvegliato in te qualche sopita velleità militare?
Comandante è un po’ troppo, ero al massimo capopezzo. Roberto Vannacci è un militare e io, che ho fatto il militare e infatti sono diventato anti-militarista, posso capire dove trovano dei generali così sciocchi. Li trovano tra i colonnelli, i colonnelli tra i capitani e così via. E questo la dice lunga sulla gerarchia militare. Il problema è che i militari non dovrebbero fare politica, ma fare i militari con una sorta di vocazione che capisco ancora meno di quella dei preti. Ma dopo aver conosciuto Don Gallo ho capito che esistono delle differenze.
Forse non a caso il tuo esordio teatrale è con Histoire du soldat, una storia faustiana che, alla fine, ci costringe a decidere da che parte stare.
La parte bisogna sempre prenderla, perché la vita ti spinge a quello. Più che per carattere o per principio, devi sempre sapere che non tutte le ragioni sono dalla tua parte. La mia unica vera scuola che ho fatto è quella di perito chimico. E là ho capito che è sempre una questione di dosaggio. Me lo ha poi confermato Shakespeare, perché anche il farmacista di Romeo e Giulietta dice che non c’è niente di buono o cattivo, è sempre una questione di dosi.
Un po’ come l’etimologia della parola “farmacia”, che dal greco ha un doppio significato, sia “medicina” che “veleno”.
L’arsenico se preso in dosi infinitesimali è un ricostituente, mentre se invece si oltrepassano certe dosi diventa un veleno. Vale per tante cose, anche non chimiche o materiali.
Indro Montanelli aveva ragione nel dire che “l’unico vaccino contro Berlusconi era Berlusconi stesso”?
Ma certo, perché in fondo Berlusconi era dentro di noi. Tutto lì.
Dopo averlo tanto criticato e parodiato, Silvio Berlusconi ora che non c’è più ti manca?
Quando una persona muore credo si debba stare molto attenti. Verso certi personaggi puoi aver provato dall’ira all’antipatia, ma quando una persona non c’è più finisce tutto. Bisogna portare grande rispetto per la morte perché riguarda tutti, di destra, sinistra, in alto e in basso.
Tornando al percorso artistico, quanto è stato importante il Teatro dell’Elfo per la tua formazione?
Ho partecipato a due grandi spettacoli e in quel gruppo c’erano tutti i più bravi dell’epoca: Claudio Bisio, Silvio Orlando, Gigio Alberti, Renato Sarti, Bebo Storti, Gabriele Salvatores, Elio De Capitani e Gianni Palladino, il più sfortunato di tutti. Spero di non aver dimenticato nessuno. Devo molto al Teatro dell’Elfo, ma anche il Teatro dell’Elfo deve molto a noi attori.

Con Claudio Bisio sono famosi i vostri scherzi. Ve ne fate ancora oggi?
Noi comedian siamo legati da un’amicizia fraterna. Più che scherzi, oggi abbiamo una chat su Whatsapp che ci permette di sentirci e ogni tanto di vederci. Anche se io non sono molto tecnologico, devo dire che mi diverte ogni tanto rispondere. E poi ci unisce molto il ricordo di Gianni Palladino, ci tengo a sottolinearlo, perché resta sempre nei nostri cuori.
Al cinema hai iniziato nei film di Carlo Vanzina interpretando prima uno yuppie e poi un baro. Ma al cinema, in generale, non sei mai stato così presente. Come mai?
Recentemente ho partecipato al film Gloria!, di Margherita Vicario, che è stato molto premiato agli ultimi David di Donatello e ho ricevuto delle ottime recensioni per la mia interpretazione. Mi sono tolto qualche soddisfazione. Però è vero che non ho mai fatto un film mio, come invece ho fatto in teatro e in televisione. Ma c’è anche da dire che i film dei Vanzina, rispetto ai film comici che escono oggi, erano avanti di due secoli. Allora venivi contestato se avevi delle idee originali, ma ci sarà una riabilitazione prima o poi.
E come mai non hai mai fatto un tuo film?
Perché io sono un figlio del teatro. E soprattutto sono molto indipendente. Quindi quando le cose vanno troppo bene, come è successo con trasmissioni come Su la testa! o Il laureato con Piero Chiambretti, si vengono a creare dei problemi con chi gestisce certe dinamiche.
Nessuna invidia per Checco Zalone, che da Zelig è diventato campione di incassi al cinema?
Checco Zalone è bravissimo. Non lo dico per fare dei complimenti dopo che ha già avuto successo, l’ho visto come si concentrava a Zelig, ai suoi esordi, e ne rimasi impressionato. Ma io ho un altro percorso, che viene più dalla strada. All’inizio della mia carriera ho fatto la scelta di puntare sul mestiere a lungo termine, invece che su quello medio o breve. A distanza di tanti decenni nell’ultimo anno ho fatto un tour nei teatri tutto esaurito. E quando vado in televisione o mi mettono sui social faccio dei numeri che sono più che soddisfacenti, ma che mi servono sempre per continuare a fare teatro come pare a me. E a teatro sono più libero.
Il tutto senza usare i social.
Sto cominciando adesso a usare un po’ di tecnologia. E devo dire che mi diverto, anche se ci sono aspetti che continuano a stupirmi ogni volta. Oggi va così e quando sei libero devi trovare ogni modo per sentire il clima che c’è nel paese, l’umore delle persone, che poi ti serve a capire in anticipo, non tanto di cosa ha bisogno la gente ma di quello che non sa ancora di aver bisogno. Non vale solo per la comicità, ma un po’ per tutti i lavori artistici.
A metà degli anni ‘90 con Il circo di Paolo Rossi hai aiutato tanti altri comici a emergere, da Aldo, Giovanni e Giacomo ad Antonio Albanese, Maurizio Milani o Antonio Cornacchione. Sei stato anche un talent scout?
A me piace lavorare con gli altri e aiutare quelli che hanno delle qualità. Purtroppo non ci sono riuscito con tutti, come per esempio Palladino e mi emoziona ancora parlarne. In generale, mi capita spesso per strada che qualcuno mi dica: “Se il numero uno”. E gli rispondo: “Sono al massimo il quattro o cinque”. Allora mi chiedono chi sarebbero gli altri, e gli spiego che sono gli altri sconosciuti, a casa o in un teatrino, ma per sfortuna o mancate relazioni e non riescono a mettersi in mostra. Ci vuole coraggio per fare questo mestiere.
Salire su un palco e cercare di far ridere non è facile come sembra?
Credo il coraggio sia l’elemento che più mi ha aiutato. E ho coraggio perché ho paura, altrimenti sarebbe incoscienza.
In questo ti hanno aiutato i grandi artisti con cui hai condiviso la scena?
Non ho frequentato accademie, però ho avuto come maestri Giorgio Strehler, Dario Fo, Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. E non con lezioni teoriche, ma direttamente in trincea: sul palco o per la strada. Quindi sono stato molto fortunato, anche se me li sono andati a cercare.
Il più grande insegnamento che ti ha dato Enzo Jannacci?
Meglio un fiasco trionfale di un successo sobrio.

La televisione di oggi ti piace o ti annoia?
In tv guardo soprattutto film e calcio. Poi, ogni tanto, mi attardo a guardare quelle trasmissioni definite kitsch per capire cosa rubargli. È strano ma serve. Per esempio, dovevo tenere in un teatrino di periferia un laboratorio per attori anziani, così gli ho fatto interpretare il Don Giovanni di Molière con lo stesso schema dei tronisti di Uomini e Donne della De Filippi. Bisogna volare basso ma con un profilo alto. E prendere quello che serve da tutti.
A livello culturale a che punto siamo?
Viviamo un Medioevo. ma non dobbiamo dimenticare che la cultura popolare attinge da quella orale, commerciale e colta. Anche se quella colta oggi se la canta e se la balla da sola.
Rabelais, Shakespeare, Molière, hai sempre usato i classici per parlare dell’oggi.
Perché i maestri che ti citavo prima mi hanno insegnato a rubare. Che è diverso dal copiare. Dario Fo diceva: “Rubare è da geni, copiare è da coglioni”. Chi sa rubare nasconde bene la fonte e alla fine fa sua la nuova opera.
La stand-up comedy, che ormai da anni imperversa, è una novità che apprezzi?
Noi la facevamo con Comedians negli anni ‘80. Anche Walter Chiari e Dario Fo facevano stand-up. Solo che noi non imitavamo gli americani. L’America fa dei danni in vari campi.
Come diceva Giorgio Gaber: “La cultura non li ha mai intaccati”?
Non li ha neanche sfiorati. In questo sono un po’ razzista.
Verso gli americani?
Sì, al contrario di quelli che vengono dal terzo mondo. Perché gli americani li considero stupidi. Forse perché arrivo da un tour di un anno e mezzo dove ho vissuto in svariati alberghi, e ne ho incontrati tanti di americani. Sono arroganti. Parlo di quello che succede a me, ma lo dico generalizzando e anche un po’ come provocazione. Ho avuto diverse fidanzate con origini di tanti paesi nel mondo e mai americane. E mi sento bene così.
Trump come presidente degli Stati Uniti non aiuta nel tuo giudizio, immagino.
Ho lavorato con gli africani e quando bevono alcolici vedono i loro avi. Gli americani, invece, quando bevono vedono solo se stessi. Detto questo, alla fine non dimentichiamoci che l’America l’abbiamo fatta noi europei. E forse loro vogliono uccidere i padri, che sono stati i fondatori degli Stati Uniti, tra irlandesi, inglesi, greci, italiani, tedeschi e francesi.
La realtà ha superato ancora una volta la fantasia. Non hai mai pensato di comprarti la Groenlandia?
No, al massimo ho pensato di comprarmi Cuba o la Giamaica.
A proposito di politica, ti sei candidato nel 2010 per la Federazione della Sinistra e nel 2024 alle Europee con Santoro, ma poi non sei andato a votare. Come mai?
Non sono andato a votare neanche per me perché non mi fidavo neanche di me stesso. Sono un anarchico e me lo posso permettere perché sono un artista, che è un bel privilegio.

L’egemonia culturale del governo Meloni sta funzionando?
Io non parlo dei colleghi.
Ti riferisci ai politici?
Sì, non mi sembra né eticamente né deontologicamente corretto criticare dei comici.
Uno dei simboli di questa egemonia culturale è stato individuato in Pino Insegno, che hai raccontato nel podcast Tintoria che ti aveva rubato un gol a un Derby del cuore.
Ma sai che non era lui?
E chi era?
Roberto Ciufoli. Mi sono sbagliato, ma visto il periodo suona meglio che sia stato Pino Insegno a rubarmi un gol. Ora la leggenda è questa e non mi scuserò con Pino Insegno.
Qual è invece lo stato di salute della sinistra?
Non ne ho idea perché guardo solo, come ti dicevo, in alto e in basso. Sto con gli ultimi, le cause perse, con quelli per strada. Ti dirò di più, stando con quelli in basso posso stare anche con quelli che vengono definiti di destra, perché nella merda ci stanno anche quelli di destra, mica solo quelli di sinistra. E se sono in difficoltà anche loro sono dalla mia parte.
Come Giovanni Lindo Ferretti, cantante dei CCCP e CSI, sei dovuto andare anche tu ad Atreju per conoscere qualcuno di destra?
Macché, mi era già capitato di conoscere gente di destra. Con il mio mestiere ho conosciuto di tutto, dai gangster agli operai, ma quello che ho capito è di valutare la persona, non che etichetta gli affibbiano. Anche grazie alla mia famiglia che era molto variegata.
Quindi se dicono che sei di sinistra ti dà fastidio?
Sono extraparlamentare, quindi preferisco da sempre vagare fuori dal Parlamento.
Dal cinema al teatro, i tagli previsti sui fondi pubblici dal ministro della Cultura, Alessandro Giuli, pensi che penalizzeranno questi settori?
In Italia i ministri della Cultura hanno il corpo in questo paese ma il cervello all’estero. Io vivo e sopravvivo con gli incassi grazie al pubblico, devo tutto alla gente che viene a vedermi la sera a teatro, non ai soldi pubblici. Quando c’è stato il Covid non mi è arrivato assolutamente niente come fondi statali, eppure ho continuato a lavorare ovunque. Persino nei cortili o nei teatri che abbiamo riaperto, mi sono inventato di tutto. Credo di aver sostituito lo Stato in quel periodo, che per la cultura non ha fatto nulla. Del resto avevamo avuto 30 anni di imbarbarimento culturale, è stato un lavoro facile quello degli ultimi ministri della Cultura.
Anche tu, come altri, in passato hai conosciuto la censura televisiva. Nel 2003 rifiuti di andare a Domenica In senza poter recitare il discorso di Pericle, mentre nel 2005 Rai2 sospende Questa sera si recita Molière e parli apertamente di sopruso. Com’è finita?
Che io non mi sono vantato di essere stato censurato. Non ho cavalcato quell’onda, come hanno fatto tanti altri. Ma perché non avevo nessuna voglia di interpretare il ruolo della vittima. Ho detto: guardate domani quanti biglietti faccio a teatro e smettiamola di piangere. Infatti fuori dalla biglietteria dei miei spettacoli c’era la fila. È questa la realtà.
C’è un erede di Paolo Rossi?
Ma come scusa? Io devo ancora cominciare! Sono e resterò sempre un dilettante, di spirito.
È questo il segreto, non prendersi mai sul serio?
Certo, non me la sono mai tirata e lo può testimoniare chiunque. Però, e questo posso dirlo solo io, mi sono preso sul serio per un breve periodo ma ho subito fatto un passo indietro.
In futuro dove ti vedremo?
Sto buttando giù tante idee, ma siccome la regola più importante è quella che dicevo prima, cioè capire di cosa la gente non sa ancora di aver bisogno, ho dei progetti ma li annuncerò quando sarò sicuro che potranno essere davvero in linea con il sentire del pubblico.
Nel libro Meglio dal vivo che dal morto racconti il tuo “periodo blu” e che gli eccessi avevano iniziato a darti dei problemi. Erano sempre dovuti al successo?
Non credo. Ho avuto quel “periodo blu”, legato all’alcol, e ne sono uscito da 8 anni. Ma non per il successo, perché non riuscivo a reggere la realtà, in questo ci metto dentro soprattutto la vita privata. E, per aggiungere una cosa che di solito non si può dire, all’inizio mi avevano aiutato a reggerla. Poi, alla lunga, mi si è ritorto tutto contro. Come spesso accade.

Come se ne esce?
L’ho raccontato in uno spettacolo. Certe cose riesco a dirle meglio lì. Se mi venite a vedere a teatro lo capite. A teatro, anche se interpreto altri, ci metto sempre qualcosa della mia vita.
Invece nel 2020 si è parlato di una malattia che ti avrebbe causato diversi problemi.
Ho avuto quella malattia, ma molto prima. Mi sono stupito che in quel periodo mi chiamassero per chiedere se stessi male, stavo benissimo. Era una malattia di 25 anni fa.
Quindi è una fake news, che però è rimasta anche su Wikipedia?
Sicuramente! Una malattia autoimmune, che in gergo militare si chiamerebbe “fuoco amico”. Ho avuto altri acciacchi ma, per dirla alla francese, saranno anche cazzi miei.
C’è stato anche un momento, nel 2020, in cui ti hanno dato per morto, ma si trattava di un caso di omonimia con il calciatore Paolo Rossi.
L’ho conosciuto ed era una bellissima persona. Quando è morto non l’ho saputo subito e alla mattina mi arrivavano messaggi inquietanti che non riuscivo a decifrare. Tipo: “Quando ho saputo che non eri tu sono andato a fare colazione”, oppure “ti stai toccando i coglioni?”, per non parlare dei più ridicoli: “Stai bene, vero?”, ma se ero morto… Ma se non sai il perché, cosa ci capisci? Esco di casa e uno mi viene incontro urlando: “Oddio, credevo fossi tu”.
Un po’ come cantava Jannacci: “Si potrebbe andare tutti quanti al tuo funerale / Per vedere se la gente poi piange davvero”.
Beh, a me è capitato un po’ prima del funerale. Ma è stato meglio non esserci arrivati.
Per un artista, meglio morire sul palco o almeno questo vuoi risparmiartelo?
Il mio finale lo vedo come quello di Davy Crockett, che dopo la battaglia di Alamo, circondato dall’esercito messicano, in ginocchio, ammanettato e sanguinante, al generale che gli chiede se ha un ultimo desiderio prima di essere fucilato, risponde: “Arrendetevi!”.