Orlando Cinque: “Ne La Grazia provo a rendermi invisibile. Il cinema oggi è sotto attacco, la fiction torna indietro”

In La Grazia di Paolo Sorrentino, Orlando Cinque dà corpo a una presenza che esiste soprattutto nel silenzio. Il suo colonnello è una figura che osserva, protegge, ascolta, una sorta di angelo custode del Presidente interpretato da Toni Servillo: un personaggio che sembra farsi da parte per permettere agli altri di esistere. È un ruolo che chiede all’attore di sottrarsi, di diventare invisibile, e proprio per questo di esporsi fino in fondo.
Da quel lavoro nasce una riflessione che va oltre il film di Sorrentino (qui l'intervista al regista). In questa intervista a Fanpage, Cinque parla in di cinema come luogo civile, di ascolto e di pensiero, ma anche di un sistema, quello delle fiction, delle serie, della produzione culturale italiana, che dopo una stagione di grande vitalità sembra oggi essersi arrestato. Tra memoria di un’età dell’oro recente e uno sguardo disincantato sul presente, l’attore attraversa temi come il rapporto tra politica e cultura, la precarietà del mestiere, la perdita di centralità di cinema e teatro come spazi collettivi.
Interpreti il un ruolo di una figura trattenuta, che di fatto è la valvola di sfogo per il presidente interpretato da Servillo. Guardando il film, mi è capitato al cinema di sentire il commento di qualcuno in sala che ha pensato la trama a un certo punto celasse un rapporto padre-figlio. È così campato in aria?
No, assolutamente non è senza senso, anzi, ti dirò, la cosa che mi ha detto Toni quando ci siamo incontrati alla prima prova costumi è che sembrava un po' un rapporto padre e figlio. È nota la sua qualità di studiare in maniera molto approfondita le sceneggiature, poi lui ce l'aveva in mano da 3 anni.
È un uomo che si occupa di una figura paterna e soprattutto, come dire, delle sue evasioni.
Sì, non c'era solo quello perché come solito nei film di Paolo lui taglia tantissimo. Figure come quella che ho interpretato sono molto affascinanti in quanto servitori dello Stato, un concetto desueto in cui pare non credere più nessuno. In realtà c'è tutta una serie di figure sulle quali il nostro Stato si regge, nonostante i nostri politici. Se hai la fortuna di entrare, come è capitato a me, nella scuderia dei corazzieri, questa cosa la respiri subito, ed è molto bella, devo dire.
È affascinante il compito di dover dare forma a un personaggio che essenzialmente deve tendere ad essere invisibile, sottrarsi.
È stato l'aspetto più difficile, in certi momenti mi sentivo quasi nudo come attore, mi chiedevo se sarebbe poi bastato.
Per costruire il tuo colonnello ti sei ispirato a qualche figura in particolare?
In realtà dietro di lui si nascondono due figure, il capo del servizio di sicurezza del Quirinale, che è un ufficiale di alto grado nominato direttamente dal Presidente della Repubblica, quindi una persona di sua fiducia, e poi uno un po' più giovane che è un ufficiale dei corazzieri con il ruolo di capo scorta. È quello più operativo che lo segue dappertutto. Sono persone eccezionali che devono fare questo, essere presenti, vigili, proteggere ma essere invisibili. È stato bellissimo poi avere dei riscontri così forti che non mi aspettavo onestamente.
Per esempio?
Tante persone mi hanno detto sembrasse un angelo custode, una cosa su cui avevo lavorato. Ma a colpirmi molto è stata una cosa detta successa dopo una proiezione al cinema, una ragazza mi ha fermato dicendo che avrebbe voluto un fidanzato con quella capacità di essere presente, dare sicurezza senza intervenire troppo, esattamente come riesce a fare il colonnello.
Allo stesso tempo il colonnello è per il Presidente anche una finestra sul mondo. È lui a fornirgli la musica di Guè.
Assolutamente. sì. C'è un altro aspetto, che quelle figure lì sanno stare zitte. Considerando che noi talvolta paghiamo le persone perché stiano zitte ad ascoltarci, la dice lunga sul fatto che forse ascoltare è una cosa che sappiamo fare molto poco. La società oggi ci spinge a sovra essere noi stessi, anche se poi non sappiamo neanche cosa siamo. Se una figura così ha colpito, penso che sia anche per questo.
Sorrentino sembra un regista dallo stile che lascia una traccia. Quanta libertà lascia agli attori sul set?
Lui fa dei provini accuratissimi, i più accurati che abbia fatto con un regista, è molto attento e non a caso mi sembra che azzecchi sempre gli attori per i ruoli. Poi ti chiede poche cose, ti consegna una sceneggiatura che ti fa entrare in un mondo per cui un attore con un minimo di sensibilità potrebbe già fare tutto. I dialoghi sono, come tutti sanno, molto belli e una gioia per chi recita. Quindi poi sul set devi ti chiede di metterti al servizio della scrittura e ti dice poche cose, tante le capisci da te già da come mette la macchina da presa, crea un campo nel quale è chiaro che delle cose non le puoi fare.
Sei d'accordo con chi pensa che questo sia, per certi versi, il meno sorrentiniano dei suoi film più recenti?
Dipende da quale punto di vista lo intendi.
Ho avuto la percezione che avesse una una minore propensione alla ruffianeria del vezzo stilistico, che fosse, diciamo, più essenziale e che in questo fosse diverso, ad esempio, dal precedente di Parthenope.
Sì, io ho conosciuto ovviamente prima la sceneggiatura, che ho studiato a fondo e ho trovato differente. Percepivo assolutamente tutti i suoi tratti distintivi, però in questo caso, come tra l'altro ha detto anche lui, a differenza degli altri film è partito da una storia, non da un personaggio. Una storia che tra l'altro è sviluppata in maniera quasi geometrica, nel senso che è una sceneggiatura che risponde quasi alle regole classiche. È un gioco di contrapposizioni tra tesi che poi avviene continuamente e gli permette di sviluppare il tema dall'inizio alla fine e anche la canzone di Gué ha un suo senso che si connette perfettamente al senso del film.
Come si è articolato il dialogo attoriale con Servillo, considerando che i vostri scambi sono caratterizzati principalmente da silenzi?
Avevo avuto la fortuna di lavorare con lui su un altro film con Carrisi e in quel caso mi aveva impressionato ancora di più per la sua capacità di creare empatia sul set. Passavamo molto tempo assieme, anche nelle pause, stavamo vicini e questo ha facilitato il lavoro, anche perché Toni è uno degli attori che mi hanno fatto venire voglia di fare questo mestiere. L'ho scelto tardi, quindi per me, come dire, era naturale omaggiarlo, trattarlo con rispetto e con amore. È stato tutto molto naturale grazie a lui, una persona che è capace di trasmetterti le cose solo con uno sguardo. È anche una persona molto divertente, che sa leggere le situazioni che si creano sul set.
Dicevi che avevi hai iniziato tardi a fare l'attore. Per tardi cosa intendiamo? Qual è stata la folgorazione?
Le decisioni che prendi da giovane a quell'età sono definitive, le vivi come definitive, infatti poi così è stato. Dico che ho cominciato tardi perché tutti i miei colleghi in genere volevano fare gli attori sin da piccolini. Io no, ero molto timido, giocavo a basket, studiavo, andavo a teatro ma non sentivo la vocazione. Poi ho avuto una crisi molto forte intorno ai 18 anni, un innamoramento, una delusione d'amore. Allora ho smesso di fare tutte le cose che mi interessavano fino a quel momento. Un amico mi ha portato a un corso di teatro per farmi un po' "desberinare", come si dice a Venezia.
Che effetto ha fatto?
È stata una folgorazione. Quando sono salito sul palco, la prima volta ancora me lo ricordo, è uscito di tutto da dentro, ho scoperto un mondo e poi da lì, nel giro di due anni e mezzo, forse anche meno, stavo nella scuola di teatro più importante d'Italia, quella di Genova. L'ho vissuta proprio come una una chiamata.
Tornando a La Grazia, credi che un film possa avere il potere di stimolare un dibattito su quel tema che è un tabù per eccellenza, almeno in Italia, ovvero il fine vita?
Purtroppo non credo sia l'ultimo tabù rimasto, anche se non vedo le cose in un'ottica progressista. Io penso che Paolo abbia affrontato un tema civile e anche coraggioso. Non credo assolutamente, tuttavia, visto il clima in cui viviamo oggi, che un film possa cambiare l'opinione della politica, ma anche della gente. Abbiamo visto quello che è successo rispetto a Gaza, che ricorderemo nei libri di storia se ci sarà ancora un'umanità nei prossimi secoli. In fondo è in corso un ritorno fortissimo di un autoritarismo che è molto peggiore, molto più forte e invasivo dei fascismi storicamente conosciuti. Non vedo una reazione tra la gente, quindi purtroppo sono pessimista rispetto alla possibilità di un film di aprire a un dibattito.
Dicevi che non credi sia l'ultimo tabù rimasto, quello del fine vita. Me ne dici un altro?
Ad esempio il fatto di pensare che quello dell'attore possa essere un lavoro come gli altri. Che abbia la dignità di essere protetto come gli altri. È una cosa che proprio non entra, non ci non interessa, sembra proprio fuori dal dibattito, non frega a nessuno e anche in un momento drammatico come questo. Siamo tutti contenti per Sorrentino e Zalone, che si dica che comunque la gente vuole andare vuole andare al cinema, però il cinema italiano è messo malissimo, è completamente abbandonato, boicottato, bombardato.
La crisi industriale e culturale che investe cinema e teatro in effetti è palese.
Assolutamente. Intanto il discorso del teatro meriterebbe un discorso a parte che io non sono in grado di fare, perché sono molto arrabbiato col mondo del teatro da cui provengo. Il teatro non è sotto attacco, il teatro andrebbe politicizzato fino all'inverosimile, è una cittadella assediata che andrebbe espugnata dall'interno, ormai è una roba di nicchia, dove la gente se la canta e se la suona, un pubblico sempre più stordito che applaude anche a cose orrende.
E il cinema?
Il cinema rischia di fare questa fine, forse, ma forse no, perché il cinema mantiene la capacità di emozionare che il teatro non ha più. La questione italiana è assolutamente politica, cioè si sono bloccate delle leggi di un sistema di finanziamento per distruggere il sistema, appunto, perché lo si vede come un avversario politico. Questa cosa in 30 anni di vita da attore non l'ho mai vista. Non si può per una questione politica distruggere un settore industriale dove lavorano 700.000 persone.
La crisi pare più profonda del dato sistemico. Sembra cambiato chi al cinema e a teatro dovrebbe andarci. Non credi?
Credo sia anche un problema di spazi, penso sempre più che i cinema debbano essere concepiti come centri culturali, luoghi di incontro. Andarci dovrebbe essere piacevole come andare in palestra, un posto in cui si ritrova un'unità di pensiero che non abbiamo altrove.
E la soglia di attenzione è calata, c'è chi ne fa un problema generazionale.
Sì è chiaro che cambia tutto e i ragazzi non riescono a stare fermi due ore in un posto, come faccio fatica anche io. È molto semplice, noi abbiamo dei distrattori interni, i cellulari, macchine per creare degli schiavi. Più che di educazione affettiva, che pure è importante, in Italia bisognerebbe parlare urgentemente di educazione digitale. La cosa riguarda anche noi adulti eh, non solo i più giovani, su cui voglio chiarire di non essere pessimista. Non voglio dire che i ragazzi siano tutti rincoglioniti, anzi i giovani in gamba sono molto meglio di noi, hanno una capacità di lucidità straordinaria che la mia generazione ancora idealista e romantica si sognava. Trovo tuttavia che si è consentito ai giganti delle big tech di distruggere la nostra interiorità. Il cinema, in questo, può essere una salvezza.
Luoghi di resistenza, per scomodare un termine ingombrante.
La resistenza di per sé è già difensiva e ogni volta che abbiamo chiamato i posti luoghi di resistenza, quei luoghi poi sono finiti male. Più che di resistenza parlerei di ritrovamento. Semplicemente il cinema andrebbe sostenuto con investimenti perché sono luoghi che aiutano la gente a pensare con la propria testa, uscire dal sistema binario dell'essere pro o contro Meloni. È una cosa cui non siamo più abituati. La politica dovrebbe sostenere con tutte le proprie forze questi luoghi, invece li distrugge perché lì uno rischia di pensare e quindi è un problema.
Gli attori hanno spesso visioni drastiche sul confronto tra il recitare su un palco e davanti a una camera. È una differenza che esiste concretamente per chi fa questo mestiere?
Ho avuto la fortuna di fare una scuola, quella dello stabile di Genova, che ha formato tanti attori di cinema e televisione, perché ha uno stile piuttosto naturalistico, realistico, non recitativo. Per questo non ha avuto tante difficoltà. Penso che l'attore sia uno, un bravo attore può fare sia l'uno che l'altro tranquillamente. Io trovo che, paradossalmente, in alcuni casi fare teatro sia più facile. Si pensa che l'attore di teatro sia quello che veramente recita, mentre l'attore di cinema, oppure di fiction, è quello che invece si è improvvisato. Non è così, perché il cinema ti chiede di fare delle cose a volte difficilissime, facendole sembrare naturali, nonostante tu abbia la macchina del presa a mezzo metro. A teatro ti puoi rifugiare in una tecnica, mentre sul set devi anche essere adattato alla gestione dell'emotività, arrivare sul set quando c'è l'azione ed essere già dentro. Ma aggiungo un'ultima cosa…
Prego…
La cosa più difficile di tutte è fare fare le fiction brutte.
Spiegati meglio.
Quando tu ti trovi una scena scritta male, delle battute orrende, lì devi essere proprio bravo per non sembrare cane, quindi la fatica è doppia. Tante volte sono stato nella situazione in cui lo scopo era salvarsi e basta. Salvare la tua reputazione, non la fiction.
Converrai con me che non è detto lo spettatore sia sempre alfabetizzato a capire chi sia bravo e chi no.
Questo non lo so, io mi baso sui giudizi che sento spesso, a volte si sente dire "Oh, quell'attore fa schifo" e tu magari lo sai che non fa schifo, sta solo facendo un prodotto pessimo.
A proposito di fiction, è la definizione stessa ad avere confinato certi prodotti a scarti dal punto di vista qualitativo, distinguendoli da sempre rispetto alla più nobile serie Tv. E tu di serie Tv ne hai fatte, a cominciare dalla capostipite del genere ovvero Romanzo Criminale.
Ecco, Romanzo Criminale era facilissima per un attore. Personaggi bellissimi, si basava su un libro bellissimo, un regista bravissimo, gli attori tutti in gamba e i dialoghi erano brevi e precisissimi. Sembravamo tutti bravi.
Al tempo rappresentava anche per voi un'esperienza più pionieristica.
Totalmente, lo ricordo ancora adesso. Io mi rendevo conto che si trattasse di un progetto di grande qualità, ma la sorpresa che ho avuto quando ho visto la prima puntata mi ha lasciato scioccato. Mi sono detto "ma allora si può fare".
Romanzo Criminale aprì una strada, dopo anche la fiction tradizionale, quella Rai, ha comunque fatto dei passi in avanti notevoli e tu ne hai fatto parte.
Per poi ritornare indietro.
Sì, l'impressione è che di recente quell'età d'oro si sia arrestata.
Più che un'impressione è un fatto e parliamo degli ultimi due o tre anni. Dico una cosa che non dovrei dire: non essendo veramente nessuno, non essendo iscritto a nessun partito politico, nessuna massoneria, nessun Opus Dei, avendo fatto comunque in Rai due coprotagonisti, ho sempre avuto un accesso tranquillo ai prodotti. Adesso non è più così.
Un'ultima cosa. Al netto della crisi sistemica, vieni da un territorio come quello campano reduce da un momento storico estremamente prolifico. Napoli pare ovunque e il trend prosegue, dalla musica al cinema, alle serie Tv.
Per esempio?
Beh dall'era inaugurata da Gomorra – La Serie, fino a L'Amica Geniale, ma penso anche a Il Commissario Ricciardi cui hai lavorato. Non si può dire che il trend non esista.
Che non esista nessuno lo può dire ed è un fatto buono. Ci sono tanti talenti a tutti i livelli in questa città e sul territorio campano. Noi abbiamo delle capacità, non so se questo abbia determinato la nascita di un sistema industriale. Non so valutarlo e lì sono un po' più diffidente. Bisognerà capire se questo momento possa lasciare qualcosa o se si tratterà di una moda passeggera che rischia di scemare da un momento all'altro per stanchezza. Però è stato un bene perché favorisce la crescita di talenti, non vorrei che Napoli fosse semplicemente una colonia dove poi è solo più facile girare.
Anche qui la questione si riduce a un aspetto politico, una visione.
Esatto e io al momento non vedo da parte della politica una visione di futuro di questa città, se non un luna park per turisti nel quale tutti noi faremo i camerieri o gli intrattenitori. Ci serve ci serve una prospettiva, un'alternativa. D'altronde anche nel film di Paolo si immagina un un presidente diverso, un Papa diverso. Chi lo sa? Magari c'è un genio napoletano di 18 anni che già sta lì a fare video con coi suoi amici e che aprirà dei nuovi dei nuovi orizzonti.