Eleazaro Rossi: “Lascio Le Iene, ero un pagliaccio. Pucci è innocuo, il body shaming ai politici è un dovere civico”

Quando ascolti le risposte di Eleazaro Rossi hai l’impressione che possano finire in tre modi: una battuta, una tragedia o una teoria filosofica. A volte tutti e tre insieme. Il comico, 44 anni a giugno, tra gli artisti più solidi e affermati della stand-up italiana, in questa intervista a Fanpage.it dimostra di non avere grande interesse per la diplomazia (benché si definisca “democristiano di corrente morotea”). Sul piano religioso, per chi viene da una famiglia di Testimoni di Geova – confessione abbandonata da tempo – non crede “in un Signore con la barba che mi spia”, ma considera la rimozione di Dio “una sostituzione con qualcosa di altrettanto autoritario e meno affascinante”.
Sulla politica non ha particolari remore: “Il body shaming ai politici è quasi un dovere civico”. Nel frattempo riempie teatri in tutto il Paese e si è affrancato da Le Iene, la trasmissione di Italia 1 che lo ha fatto conoscere al grande pubblico: “Lascio, facevo letteralmente il pagliaccio ma non è per colpa loro, i limiti sono totali” perché in fondo, per lui, la televisione “serve a vendere spazi pubblicitari”. Persino il format di Comedy Central, che lo ha chiamato per la prima volta in tv, ora lo considera “di una bruttezza insopportabile” e sui colleghi non ha dubbi: "Michela Giraud non è la più forte tra le femmine, è la più forte punto”.
Chi è oggi Eleazaro Rossi?
Cominciamo malissimo, ti avviso.
Arriviamoci per gradi. Qual è il tuo primo ricordo da bambino?
È il ricordo di una battuta. Ho tre anni e siamo, io con mio padre, in visita a degli amici a Bormio. La figlia degli amici, Emma, una sedicenne che io ricordo bellissima, ci porta a vedere il palazzetto del ghiaccio. Non avevo mai visto così tanto ghiaccio tutto insieme e chiedo a mio padre: "Ma lo fanno con l’acqua?". E lui: "No, col vino".
Hai raccontato di essere cresciuto in una famiglia molto religiosa, che aveva aderito ai testimoni di Geova per poi uscirne. Adesso che rapporto hai con la fede?
Da zero a diciannove anni la fede per me è stata il centro di tutto. Ora mi trovo in un “trentennio di sospensione”, verso aprile 2031 riprenderò in mano l’argomento. Nel frattempo la religione mi è indifferente, non riesce a penetrarmi.
Quindi non credi in Dio, qualunque Dio esso sia?
Impossibile dire se credo in Dio finché non definiamo con molta precisione Dio, cosa che non ho particolarmente voglia di fare. Certo posso dirti questo: non credo in un Signore con la barba che mi spia. Dopodiché, credere in Dio o almeno sperare nell’esistenza di un Dio, è una condizione comune nei più intelligenti tra gli esseri umani. Credeva in Dio Blaise Pascal, ci credeva Kierkegaard, ci credevano Isacco Newton e Max Planck, Galileo Galilei, Copernico, la lista è infinita. Tu prendi un tizio intelligente, uno studioso, uno scienziato, uno che effettivamente ti risolve i problemi, o li scopre, e guarda un po': crede in Dio. Che sorpresa!
Allora perché Dio, per dirla alla Gen Z, non è più in trend?
Perché diamo retta a Danielino da Cremona, che ha letto sette pagine di Richard Dawkins e ci vuole spiegare il mondo. La rimozione di Dio, nella maggior parte dei casi, è solo una sostituzione con qualcosa di altrettanto autoritario e meno affascinante: lo stato, un partito, il clan o, peggio di tutti, se stessi. Ma ripeto, sono in un periodo di disinteresse.
La religione, però, in particolare quella islamica, sembra essere l’ultimo tabù per la comicità, almeno in Italia. Il rischio è ancora quello di fare la fine della redazione di Charlie Hebdo?
Il problema dell'umorismo sulla religione islamica ha una doppia matrice. Da una parte l’immediata classificazione politica se fai uno sfottò ai maomettani. Dall’altra l’effettivo pericolo, perché esiste una frangia di credenti radicale e violenta. È minoritaria? Assolutamente. Esiste? Assolutamente. Quindi, da un lato se prendi per il culo l'Islam sei automaticamente di destra, non c'è scampo, se osi fare una battuta sul fatto che l’Islam è stata fondata da un colonialista e un macellaio che scopava una bambina di nove anni, altolà: “Chi abbiamo qui? Lei è per caso il king dei fascisti?”.
Accuse che non scattano automatiche con la religione cattolica.
Se prendi per il culo Gesù sei il più sopraffino dei comici, se addirittura ti spingi a fare una battuta sui preti pedofili sei il maître chocolatier degli umoristi. Dall’altro lato gli unici comici ammazzati in Europa negli ultimi dieci anni avevano giocato sull’Islam. Perché è questo che fanno i comici: giocano. Capisci che è un po' frustrante. Ed è frustrante anche se non fai battute, perché se non fai battute sull'Islam sai chi arriva? Esatto: il tizio di destra basic, che si mette a frignare convinto di essere acuto: “Ah, su Maometto le battute non le fai? Per caso hai paura?”. Detto ciò queste sono frustrazioni sopportabili. Prendere il cancro, per farti un esempio, è molto peggio.
Hai raccontato anche che tuo padre è stato comunista e ha fatto parte di Lotta Continua. Di quell'esperienza cosa ti ha trasferito?
Mio padre è stato un sognatore e un idealista fino al giorno della sua morte. In realtà quello che mi ha trasferito è la capacità di prendere tutto ciò in cui credi e metterlo in dubbio. Sempre mettere in discussione tutto, respingere i pacchetti di idee. Senza pace, a costo di tagliare i ponti con le persone, di farsi dei nemici, di perdere qualsiasi posizione acquisita. Altra cosa che mi ha trasferito: il diabete di tipo 2.
Sei nato a Galeata, in Romagna, ma in seguito ti sei trasferito a Forlì. La provincia è un luogo da cui scappare?
No, mai. Anche perché Forlì rimane una cittadina di campagna, la chiamano “il paesone”. Io sono una persona di provincia, questo non cambierà mai. L'urbe mi è aliena, offre troppa scelta, complica, fa perdere tempo. Io voglio scegliere tra poche cose e fare sempre le stesse, sono poco affascinato dall’esplorazione e passo la maggior parte del tempo dentro casa. Non posso sopportare una vita in cui il venti per cento del tempo è impiegato nella ricerca di un parcheggio. Io parcheggio dentro casa, scendo dalla macchina, faccio sette metri, mi abbasso i pantaloni e caco nel mio cesso.
Sulla comodità niente da eccepire.
Questo è un lusso riservato solo a chi abita in provincia e ai milionari. E sono provinciale nella forma mentale e nei modi, i miei simboli e i miei orizzonti sono quelli della provincia. Le moine dei cittadini, i loro tic, il senso di appartenenza, mi fanno accapponare la pelle. Sono talmente provinciale da non sentirmi italiano. Io non voglio far parte di niente, non voglio essere assimilato a nessun gruppo, a nessuna circolino, voglio stare da solo. Lontano.
Una tua clip su Facebook nel 2019 aveva superato il milione di visualizzazioni e da lì sei diventato un punto di riferimento. Un colpo di “fortuna” o un talento ripagato?
Colpo di culo. Tutto è un colpo di culo. Nessuno merita davvero qualcosa. Tutto quello che ottieni lo ottieni per puro caso, devi ringraziare il cielo e sperare che duri più a lungo possibile. Colpo di scena: non dura quasi mai. Sono convinto che opporre il concetto di merito, di fatica, di impegno a quello di fortuna abbia una funzione sociale, che sia necessario per tenere su la baracca, credo che sia una strategia opportuna per far girare la ruota dentata. Non esiste il libero arbitrio e non esiste il merito, esistono solo degli stimoli chimici che ci governano nella speranza di traghettare più materiale genetico possibile più avanti nel tempo possibile. Siamo solo dei corrieri. Comunque quella clip fece quattro milioni di visualizzazioni, non uno, certo che sono diventato un punto di riferimento, ci mancherebbe pure, me lo meritavo.
Infatti poi sei stato selezionato per partecipare al format “Stand Up Comedy” su Comedy Central, ma ultimamente hai detto che quel format non ti piace, perché?
Non è che non piace a me, non piace a nessuno. Anno dopo anno è sempre un po’ peggio nonostante ci investano fior di quattrini e i comici facciano a spintoni per andarci quasi gratis. La logica con cui vengono selezionati i partecipanti è: dobbiamo prenderne uno per ogni categoria umana esistente. Parola d’ordine: coprire le nicchie. Il dialogo tra autori è questo: “Ci manca un comico zoppo con due caz*i”, “ne ho trovato uno in un penitenziario di Ulan Bator”, “fa ridere?”, “ma chissene frega se fa ridere, coglione!”.
Già la selezione sembra uno sketch comico.
Il format è di una bruttezza insopportabile, finto, fuori moda, parruccone, tre quarti dei comici sono lì per il discorso sopra o perché hanno qualche follower su Instagram, oppure relitti nati e morti in quel programma, se ne salvano pochissimi per errore, quelli bravi compaiono per un glitch del sistema, sono riusciti a sfuggire al controllo. Guarda il mio Street Credibility, fatto una tantum per provare, da uno che non dovrebbe manco saperlo fare: è fresco, è punk, è vero. Se quelli di Paramount a un certo punto decidessero di fare sul serio possono chiamarmi e assumermi come capo autore con un contratto molto semplice in due punti: 1. Più libertà mi lasciano meno soldi voglio; 2. Voglio che si riferiscano a me esclusivamente come “Principe delle Tenebre”. Resto a disposizione.
In Street Credibility cosa cambia per gli stand-up comedian?
Intanto sono stati scelti perché facevano ridere, non per le loro storie struggenti o le abitudini private o la categoria a cui appartengono. Hanno una registrazione fatta come dio comanda, sono stati pagati esattamente la stessa cifra che avrebbero avuto a casa dei giganti, si sono esibiti davanti a 1300 persone invece che nel teatrino delle marionette, chi li ha scelti di mestiere fa il comico, non l'autore televisivo, e li ha lasciati liberi di fare esattamente quello che volevano fare. Sì, puoi dirlo, sono un grande mecenate.

Chi sono i tuoi riferimenti fra i maestri della stand-up?
Louis CK, Dave Chappelle, Jerry Seinfeld, ognuno per ragioni diverse. CK per la capacità di navigare tra i generi e la caratura morale inarrivabile, la serie “Horace and Pete” è una delle cose meglio scritte degli ultimi dieci anni. Chappelle per il modo di stare sul palco, i silenzi, i tempi granitici, lo guardi ed è come guardare Atlante. Seinfeld per la cura minuziosa, chirurgica, autistica, dei dettagli di ogni singola battuta e per aver sposato una diciottenne meravigliosa quando aveva più di quarant’anni: maestro di vita in tutto.
Fra gli italiani c’è qualcuno che consideri un maestro?
Ma per carità.
Ti faccio qualche nome. Montanini dice spesso di aver fondato l’Impero di “Giorgio I”, cioè di aver sdoganato la stand-up in Italia.
Giorgio ha un carisma naturale rarissimo. C’è solo un altro comico nella micro-bolla della stand-up che appena lo vedi entrare in scena pensi: “Non ha ancora detto niente e già si è preso tutta la sala, come caz*o fa?”, e quel comico è Michela Giraud. Ho detto tutta la frase al maschile perché se la dicevo al femminile si capiva subito. Sono completamente diversi, ma appena salgono sul palco tu li vuoi solo guardare e ascoltare, vorresti strappargli un pezzo e portartelo a casa. È un dono meraviglioso, commovente quasi. Nell’ultimo spettacolo Michela era un tornado, la furia. Non è la più forte tra le femmine, è la più forte punto. Sai cosa senti quando sei seduto in mezzo alla gente che aspetta di vedere un fenomeno vero?
Cosa?
Senti la fame del pubblico, una sorta di appetito pagano. Questo si sentiva in attesa che si aprisse il sipario per Michela. Ma torniamo a parlare di uomini. Montanini è, senza ombra di dubbio, quello che ha involontariamente sbriciolato il paradigma per cui era imprescindibile passare da Zelig se volevi avere successo come comico. È stato un cambiamento epocale ed è avvenuto un bel po' prima che i social diventassero il nuovo media d'ingresso degli eventi dal vivo. Se oggi usiamo con questa abitudine e facilità l'espressione “stand-up comedy” è merito di Giorgio Montanini. Non l'ha inventata, l'ha resa di uso comune: fallo te se sei capace.
Chi altro in Italia consideri fondamentale per il movimento?
Il secondo “kick” alla pedivella di avviamento l’ha dato Luca Ravenna. Lo sdoganamento finale della stand-up comedy. E infatti per avermi strappato questo primato lo odio.
Visto che Montanini probabilmente leggerà queste righe, c'è qualcosa che vorresti dirgli?
Pur avendo rapporti urbani e affettuosi, io e Montanini quando ci incrociamo dissentiamo su tutto. Non credo che potrei parlare di politica o di mondo o di comicità con Giorgio senza venire alle mani o tentare di suicidarmi dopo quattro decimi di secondo. Unica eccezione: a un certo punto nella sua recente puntata a Tintoria podcast decolla con un rant meraviglioso sulle parole proibite, un capolavoro. Lì ha ragione dall’inizio alla fine. Invece, quando apre la bocca su tutto il resto dovrebbe esserci un assistente che gli spara un dardo al cloroformio nel collo, lo trascina via e lo lascia incaprettato per una settimana. Eppure è impossibile non provare un moto di affetto sincero quando lo incontri, perché incarna perfettamente l’emblema della condizione umana: mutilato, fragilissimo ma irriducibile e inspiegabilmente entusiasta della vita.
Montanini dice che in televisione non ci va più perché non c’è libertà. È troppo radicale?
Beh, “e grazie al cazzo Giò”. Il mio parere disincantato sulla televisione è questo: la televisione serve a vendere spazi pubblicitari. Partiamo da qui. Questa, di per sé, non è una caratteristica negativa, ne sono sinceramente convinto. Ci si poteva lamentare forse una volta, in cui la televisione era effettivamente l’unico media che raggiungeva tutti e allora era necessario avesse una funzione sociale, ma oggi che senso ha? E in ogni caso: che funzione sociale avrei mai io? La televisione è un contenitore di spazi pubblicitari, se le cose che fai in televisione aiutano a vendere la réclame allora te le lasciano fare, altrimenti no.
Un esempio?
Se per puro caso un'azienda che produce pasta scoprisse che, magicamente, quando trasmetti delle immagini di un uomo adulto che lecca l’ano di una scrofa aumentano le vendite delle penne rigate di un 3%, in televisione avremmo sei canali di persone che leccano ani di scrofa 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Sai un'altra cosa che non c'è in televisione? I soldi veri.
Spiegaci meglio.
La televisione paga moltissimo poche persone e pochissimo la maggior parte delle persone che ci lavorano. Ti paga pochissimo per farti fare cose brutte in un mondo in cui le persone sono disposte a pagarti moltissimo per lasciarti fare esattamente quello che vuoi, per esempio a teatro.

Hai fatto parte del programma Le Iene, quali sono stati i limiti?
Ho appena smesso. Gli impegni a teatro e quelli in televisione non potevano più sovrapporsi, non aveva più un senso economico e soprattutto di economia del tempo. In ogni caso non facevo lo stand-up comedian a Le Iene, facevo letteralmente il pagliaccio. Cosa, devo dire, anche divertente. C’è stato un tentativo di fare monologhi nelle prime due stagioni ma è fallito, i limiti sono totali e non è né colpa del programma, in cui in realtà mi sono trovato molto bene, né colpa mia. Ripetiamolo tutti insieme: la televisione serve a vendere gli spazi pubblicitari. Le Iene mi hanno dato uno stipendio in un periodo della mia carriera in cui mi faceva comodo avere un paracadute e per questo gli sarò sempre grato, essere pagati per divertirsi coi propri amici è una bella fortuna. All’ultima puntata Davide Parenti mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto ricominciare “Pregiudizi Universali”, un format inaugurato da Montanini e poi proseguito con Lastrico che va in onda post-Iene con un monologo comico.
E tu cosa hai risposto?
A me sembra inconcepibile che persino lui, che forse è la persona che capisce la televisione meglio di tutti, non comprenda che non mi farebbero mai fare quello che voglio fare, ma non perché Mediaset sia cattiva, bensì perché sarei da ostacolo alle pubblicità. E, lo ripeto a scanso di equivoci, non ritengo che la televisione vada riformata o si debba cambiare la capoccia di chi la guarda: va benissimo così, è un mezzo di comunicazione che, credo, nel giro di vent’anni sarà straordinariamente ridimensionato, è inutile preoccuparsi. Quando non esiste alternativa ha senso combattere, ma quando l’alternativa esiste ed è disponibile si vanno ad occupare gli spazi disponibili, ci sono le praterie, la televisione non serve, discorso già fatto. Combattere per fare quello che ti pare in tele è come litigare col padrone di casa a Belfast nel 1850 perché ti ha alzato l’affitto: prendi una nave, attraversi l’Atlantico e hai a disposizione il Texas. Con la differenza che noi abbiamo il Texas senza dover prendere la nave e attraversare l’Atlantico.
L’esperienza televisiva ti ha permesso di conoscere Belén Rodríguez che, come hai spiegato anche nel tuo spettacolo, ha un certo effetto sulle persone.
La gente cambia al cospetto degli uomini e delle donne che rientrano alla perfezione in determinati canoni estetici. Belen rientra in quei canoni estetici, quindi le persone, nella realtà, non sui social dove sono tutti piccoli giaguari tastierici, non possono fare a meno di trattarla con deferenza, come se fosse una reliquia, un’immagine sacra. Ma questo succede a tutte le donne e a tutti gli uomini bellissimi. Rispetto a noi giocano un altro sport, in un altro campo. Buon per loro.
Chi si lamenta di essere censurato in tv la usa come marketing?
O è in malafede o è uno sprovveduto.
Ultimamente si è parlato molto di Andrea Pucci, prima scelto come co-conduttore di Sanremo e che poi ha abbandonato perché accusato di body shaming verso Elly Schlein o di avere posizioni troppo di destra. Che idea ti sei fatto sulla questione?
Il body shaming ai politici è quasi un dovere civico, Berlusconi lo abbiamo chiamato “nano” per anni e tutti giù a ridere fino a svenire per la mancata ossigenazione, ah che matti, che satiri sopraffini! Aristofane perculava Cleone perché era grasso e puzzava, direi che Pucci non ha inventato niente.
Apprezzi la comicità di Pucci?
Io di Pucci non ho mai visto un singolo pezzo, te lo giuro, però so che riempie i più grandi teatri italiani da trent'anni. E un comico così nazional-popolare è perfetto per Sanremo. Delle idee che ha a casa sua non me ne fotte un caz*o, esattamente come non me ne fotte un caz*o delle idee di Montanini. Se hanno delle idee brutte peggio per loro, basta non parlarci. Ad ogni modo, l'unico contatto che ho avuto con Pucci è stata una breve videochiamata un paio di anni fa, dopo uno scambio veloce abbiamo messo giù e ho pensato: "Well, not the sharpest knife in the drawer". Io penso quasi sempre in inglese.
Può esistere una satira di destra?
Ti giuro, se c’è una cosa che mi annoia sono le disquisizioni sulla comicità e in particolar modo sulla satira. Sembra che stiamo parlando dell’ambrosia, basta per favore, che due coglioni. Io ho la sensazione che “satira” sia il nome che diamo alla comicità quando è un pochino alla ricerca di due cose: stringere a sé i propri sodali e sentirsi migliori. In ogni caso, certo che esiste la satira di destra, in rete è pieno, sai che effetto fa? Fa schiumare le persone di sinistra. Ovvero lo stesso effetto che la satira di sinistra fa alle persone di destra. Forse dovremmo interrogarci se “far schiumare” qualcuno sia in generale un comportamento pregevole. O se invece, scrivere qualcosa appositamente per irritare non sia un po’ da frustrati.
Non è l’obiettivo di ogni stand-up comedian “far schiumare” qualcuno?
Non lo so, non è questo il mio obiettivo quando scrivo qualcosa di comico, ma del resto ho le mie idee, ad esempio quando vado a vedere un comico lo faccio per distrarmi, non per pensare, non nella speranza che mi lasci qualcosa. Se ho voglia di pensare mi guardo un dibattito politico su YouTube, se voglio che qualcuno mi lasci qualcosa leggo Jonathan Franzen. Ma siamo tutti diversi, sicuramente ci sono dei coglioni che vogliono pensare quando vanno a vedere un comico. Quelli, ecco, possono stare alla larga dai miei spettacoli.
Chiudo con le disquisizioni sulla satira chiedendoti di Daniele Luttazzi. Nel podcast di Alessandro Cattelan hai detto che “la sua difesa stava in piedi”. Nonostante tutto, cos’ha rappresentato per te e perché non torna?
Luttazzi faceva i palazzetti usando un linguaggio e con una libertà che era avanti di trent'anni rispetto a tutta la scena. Nessuno ha più toccato quel livello di successo, inteso come notorietà, sovrapposto a quel livello di libertà di linguaggio, sovrapposto a quel livello intellettuale. Dimmi un comico oggi che pubblica annualmente con Feltrinelli, fa i palazzetti e ogni volta che va in televisione fa i picchi d’ascolto. Non esiste. L'ho visto due volte dal vivo, era un alieno.
E sulle accuse di aver rubato le battute?
Della vicenda per cui lo accusano, segnati bene le mie parole, non me ne frega un caz*o. È stato solo un modo per levare dal mercato uno dei player più forti. Quello che dice Giorgio (Montanini, nell'intervista a Fanpage, ndr) “non torna perché è colpevole” si chiama processo alle intenzioni. Luttazzi ha dichiarato più volte che non torna perché non gli lasciano fare televisione senza censurarlo e lui quella vuole fare, perché quella ha fatto sempre con grande successo, e qui torniamo alla mia risposta di prima sulla televisione. Dopodiché, a me non è che Luttazzi stia simpatico umanamente, gli devo moltissimo ma è un altro con idee sulla comicità parecchio bizzarre e il ditino alzato a dare patenti di umorismo democratico qua e là. Vatti a recuperare lo scambio con Alessandro Gori, lo Sgargabonzi, sulla comicità fascistoide: Luttazzi teneva un punto secondo me totalmente campato per aria con quello che è attualmente il miglior scrittore comico italiano. E “comico” inizia ad essere riduttivo.
Invece l’annunciata “egemonia culturale” di destra ti sembra che stia funzionando e si fa sentire nella comicità?
Te lo faccio sapere tra trent’anni.
Qual è il tuo rapporto con la politica?
Mi appassiona il fenomeno, non mi appassiona l’attivismo.
Sei uno di quelli che preferisce non dire per chi ha votato o non avresti problemi a dirlo?
Ma figuriamoci se ho problemi a dirlo. Io sono un democristiano di corrente morotea. Dopodiché, in assenza della Democrazia cristiana, voto esclusivamente la Südtiroler Volkspartei.
Daniele Fabbri è stato denunciato per diffamazione da Giorgia Meloni per averla definita “puzzona”. È più difficile fare il comico oggi?
In realtà no, perché il processo verrà stravinto da Daniele che, se si gioca bene le sue carte, avrà forse un piccolo ritorno in termini di notorietà. In ogni caso trovo imbarazzante che, da una parte Giorgia Meloni difenda il diritto di Pucci di andare a Sanremo, cosa legittima, e dall’altra denunci un comico per averla definita “puzzona”. Posso dire? Classica destra italiana. Non ce la faranno mai. Uno proprio si impegna per essere di destra in Italia ma poi arrivano questi e ti fanno passare tutta la fantasia. Addirittura più provinciali di me.
Quante querele hai ricevuto finora?
Zero. Non sono un comico pericoloso, è evidente. Ci tengo però a segnalare che il mio avvocato è un penalista foggiano, tanti cari auguri ai querelatori.
La spesa più stupida che hai fatto con i primi soldi guadagnati?
Non ho comprato niente di stupido. Ho comprato alcune cose costose che desideravo da tempo. Ne ho investito parecchio, ad esempio, nel produrre eccellenti registrazioni dei miei spettacoli: letteralmente l'unico a farlo in Italia, gli altri in confronto sembrano i claudicanti esperimenti dei fratelli Lumière.
C’è qualcosa che ti fa davvero arrabbiare e che ancora non hai portato sul palco?
Non è questo il ragionamento che utilizzo. Porto sul palco le cose che mi fanno incazzare se riesco a declinarle in maniera utile alla risata. Altrimenti le tengo per me. Mi interessano solo le battute, non intendo diventare un comico bilioso. Sono un uomo di pace.
Quando è stata l’ultima volta che hai pianto?
Piango in continuazione. Per i film, per la musica, per i pensieri che ho. Più invecchio e più piango. Paul D. Genovese dice che è perché mi sta calando il testosterone, ma lui ha un testicolo solo quindi è praticamente una donna. Non lo so, sono una persona malinconica ma credo che ci sia una punta di felicità nella malinconia, se hai messo un po’ di soldi da parte. Se non hai messo un po’ di soldi da parte, nessuna punta di felicità.
E l’ultima volta che hai riso a crepapelle?
Louis CK a Milano, pochi giorni fa. Non capisco come riesca ad essere il migliore da così tanto tempo.
Nel frattempo, hai portato i tuoi spettacoli nei più importanti teatri, ma per ora mai nei palazzetti. È solo perché preferisci il contatto con il pubblico?
In parte. Il clima che si crea in un teatro da 5-600 posti per me è superiore a qualsiasi altra situazione. Poi, io sto ancora imparando a fare questo lavoro. Secondo me i palazzetti si fanno quando diventa logisticamente impossibile fare i teatri, oppure si fanno quando hai voglia o bisogno di lavorare il meno possibile. Io mi trovo all’inizio di un percorso, sento il bisogno di stare più tempo possibile sul palco e di portare lo spettacolo in maniera capillare in tutto il Paese piuttosto che concentrarlo in pochi punti. Sono tra i 3-4 stand-up comedian italiani che raccoglie più pubblico in questo momento, ma anche il più grosso tra noi è ancora distante dai “vecchi”.

È vero che tua figlia per spiegare alla maestra il titolo di un tuo spettacolo, “Grande figlio di puttana”, l'ha scritto su un foglio?
Ah è semplice, mia figlia ha imparato che fuori casa non si dicono parolacce finché qualcuno non ti paga per farlo, è una persona molto educata che conosce le regole del mondo. Quindi per non dire la parola “puttana” l'ha scritta su un foglio e l’ha mostrata alla maestra.
Qual è l’insegnamento più importante che credi di averle dato?
Non comprare i pacchetti di idee.
Se un giorno deciderà di fare stand-up, che consiglio le darai?
Madonna, speriamo che le capiti qualcosa di meglio che lavorare in un ambiente di senzapalle, pecoroni ed egomaniaci. Nell'orrendo caso questo si verificasse, allora le consiglierei di non mentire mai, di parlare a loro come se parlassi a me, l'ansia non esiste, si farsi più nemici che può, di calpestali tutti. Infine le direi: "Sei bellissima, tuo padre ti ama più della sua vita".