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Mare Fuori 4

Cristiana Farina: “Ciro non resusciterà, Rosa e Carmine tra bene e male. In Mare Fuori 5 non ci sarò”

La quarta stagione di Mare Fuori è ormai approdata su RaiPlay con i primi sei episodi. Di quello che ci aspetta ne abbiamo parlato con Cristiana Farina, ideatrice della serie, che ha dimostrato ancora una volta di saper descrivere in maniera coinvolgente la realtà che ci circonda, dandone una lettura sempre nuova.
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A cura di Ilaria Costabile
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Se volessimo riassumere in poche righe la carriera di Cristiana Farina, correremmo sicuramente il rischio di dimenticare qualcosa, tanti sono i progetti che portano la sua firma diventati dei successi, tante le storie che hanno trovato nell'inchiostro della sua penna la linfa necessaria per diventare qualcosa di importante, di significativo da poter raccontare. La quarta stagione di Mare Fuori, la serie scritta e pensata insieme a Maurizio Careddu, è arrivata su RaiPlay, attestandosi come uno dei fenomeni seriali più imponenti della scena italiana.

Il tema dell'omosessualità in carcere, i personaggi che andranno via e non torneranno, la voglia di riscatto, questi i punti cardine di una serie dal successo senza eguali. Cosa c'è alla base di un racconto che funziona e come si può leggere la realtà in un modo così coinvolgente è quello che la sceneggiatrice ha provato a spiegarci in questa intervista, dove non soltanto si è parlato delle peculiarità della serie dei record, ma anche dei lavori passati, di quelli che l'hanno entusiasmata, dei progetti da cui ha imparato e di quelli ai quali dovrà ancora lavorare.

Ma se c'è un comune denominatore è quello di indagare il presente attraverso le conoscenze acquisite guardando il passato, senza mai dimenticare che l'unica lente capace di leggere l'attualità è quella che scava nell'io più profondo di ogni individuo.

La quarta stagione in arrivo, la quinta e la sesta già confermate, il fenomeno Mare Fuori non intende fermarsi. 

Una piccola precisazione: non farò la quinta stagione. Mare Fuori però rimane mio figlio, di conseguenza col cuore rimango lì.

Come mai la scelta di lasciare proprio adesso?

Semplicemente mi hanno proposto altri progetti e mi ci sto dedicando. Non è detto che io non faccia la sesta, la settima e l’ottava.

Cosa ha reso i suoi personaggi forti finora?

I personaggi di Mare Fuori hanno un'età piena di conflitti, drammi, up & down e questo di conseguenza crea il famoso drama, che nasce proprio dai conflitti, opposizioni umorali. La serie, poi, ha un'arena nella quale il male e il bene finiscono per stare costantemente a contatto. Credo che la forza dei protagonisti risieda, in realtà, nella spinta propulsiva dell'intero racconto, ovvero la necessità di instradare i ragazzi che hanno sbagliato, riavvicinandoli al bene. Già questo è un movimento piuttosto attivo, che avviene in un contesto mobile come quello del carcere minorile, il cui scopo, come da costituzione, è quello di rieducare i giovani. Infine ci sono entrate, uscite, personaggi che vengono recuperati dal passato, e tutto questo crea una sorgente narrativa particolarmente forte.

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A questo proposito, non crede che la rappresentazione del carcere nella serie sia molto meno dura e restrittiva di quanto sia in realtà?

Quei carceri minorili che hanno una dirigenza più illuminata, non sono da considerarsi un luogo di punizione, ma di rieducazione. Le scelte maturate dai giovani in quegli anni sono indotte dall'ambiente, da una psicologia fragile, quindi un istituto di detenzione può diventare un luogo di stop verso tutto quello che da fuori ha portato i ragazzi a delinquere. Sono convinta che non si nasce cattivi. Anche il fenomeno della delinquenza minorile, slegato dalla criminalità organizzata, è un urlo dei ragazzi che non hanno mai conosciuto la potenza della parola, del confronto, dell’affetto, non trovano una via favorevole e quindi nasce la rabbia che a sua volta porta alla violenza. Per questo penso che il carcere debba essere un luogo ricreativo, dove nel vero senso del termine ti ri-crei, ricominci, ti si devono aprire porte, dare possibilità. Il desiderio è sempre quello: essere accettati, capiti, a quell’età soprattutto, e messi nella condizione di comunicare il proprio disagio.

Parlando di disagio e di delinquenza giovanile, un tema molto dibattuto anche nella conferenza è stata l'emulazione che i ragazzi possono maturare nei confronti delle serie televisive. Lei cosa ne pensa?

Mi è sembrato un discorso puerile e semplificativo. Guardiamo il Padrino e diventiamo tutti mafiosi o un film d’amore e ci dovremmo innamorare tutti? È davvero una cosa sciocca. Mare Fuori ha un intento educativo, ti accoglie per farti capire che non sei solo e che puoi ricominciare daccapo, quindi non si parte da un presupposto di esaltazione del male, anzi, noi i cattivi li facciamo morire o trasferire, quelli che fanno una scelta definitiva e che davanti alle possibilità di cambiare cedono sempre al lato oscuro, subiscono le conseguenze delle loro scelte.

Come l'amatissimo Ciro Ricci. 

Esatto. Nonostante tutti ci chiedessero di resuscitare Ciro, anche internamente, ci siamo sempre opposti sia io che Maurizio, contro tutto e tutti, perché se un personaggio di Mare Fuori sbaglia e continua a sbagliare, non ci sono altri finali possibili. Mare Fuori è la verità, è la vita, vogliamo essere risolutivi e avere un occhio per questo disagio giovanile.

Tante le tematiche affrontate finora nella serie. In questa quarta stagione, anche quello dell'omosessualità in carcere, non c'è il rischio di parlarne in maniera superficiale?

No, si affrontano pienamente le difficoltà. Più se ne parla e meno c'è il problema. Dieci anni fa sarebbe stato più complicato parlare di questi argomenti, c'era il rischio di scadere nella macchietta, adesso c'è un altro tipo di percezione. In questo caso, l'omosessualità non si nasconde, si affronta e si parla delle criticità di un ambiente machista, come potrebbe essere quello dell'IPM. Nel racconto noi andiamo oltre, magari non affondiamo le unghie nella tragedia, proviamo a trovare anche una naturalezza nelle cose che raccontiamo.

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In una serie di lunga durata è possibile che alcune scelte narrative risultino non comprensibili agli occhi del pubblico. Ad esempio, come è nato l'exploit tra Beppe e Sofia?

Nella scrittura, fin dalla serie in cui è entrata Lucrezia (Guidone ndr.), abbiamo sempre avuto l'idea che tra lei e Beppe potesse nascere qualcosa. Beppe, rispetto agli altri, è quello più accomodante, cercava di capire le motivazioni della sua rigidità. Poi dalla scrittura alla recitazione, alla messa in scena, ci sono tanti passaggi, per cui alcune cose vengono potenziate e altre non colte. Quello che posso dire è che, sicuramente, c’era un disegno.

L'idea di Mare Fuori è nata già nel periodo in cui ha lavorato per Un Posto al Sole. Quanto è stato formativo per lei lavorare in una soap di questo tipo?

Moltissimo, credo di aver imparato davvero tanto dagli australiani, che all'epoca seguivano ancora il progetto quando sono arrivata a Napoli. Stando con loro ho imparato un sistema, perché la scrittura in Italia era ed è legata ad un modello produttivo cinematografico, mentre loro hanno portato qui un modello industriale di scrittura e produzione, che non è da intendersi in modo negativo. È quello che fanno gli americani con le serie tv, sono stati i primi ad utilizzare un metodo di produzione in cui è tutto calcolato, scandito, come un orologio e questo ti permette di andare in onda con la prima puntata, mentre con la scrittura sei già a quattro puntate dopo, per la serialità da 50 minuti.

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Con un prodotto in onda tutti i giorni immagino sia ancora diverso. 

Sì, noi andavamo in onda con un blocco, sfornavamo storie per una settimana. Il blocco che scrivevo e congelavo in una giornata, andava in onda dopo due mesi, avevi anche il tempo di cambiare le cose rispetto al feedback che ti arrivava. Ho imparato lì un sistema di scrittura industriale e anche corale, perché avevi più personaggi da far ruotare ed esiste proprio una tecnica per rendere tutto armonioso, funzionante.

Paradossalmente, quindi, nonostante la soap sia guardata dall'alto in basso, è molto più difficile lavorarci di quanto si possa immaginare. 

Sì, assolutamente. Io stessa sono andata a Napoli con la bocca storta, avevo scritto per Dino Risi per Monicelli, però di fronte al compenso mi sono detta “oh cavolo, non ce li ho mai avuti sti soldi, vado”. Invece mi sono ritrovata in un meccanismo enorme, che mi ha insegnato tanto, e mi ha permesso di scrivere Vivere, CentoVetrine, Amiche mie, anche quello è un racconto polifonico. Mare Fuori, ad esempio, è un derivato di quel tipo di narrazione, ovviamente il fatto che vada in prima serata richiede un altro tipo di impegno, sia di scrittura che produttivo, però è sempre quello il seme iniziale.

Visto che li ha citati, come mai secondo lei Vivere, Cento Vetrine non hanno avuto lo stesso seguito di Un Posto al Sole, sebbene l'impianto produttivo fosse lo stesso?

Credo che lì ci sia un motivo molto più semplice, lì c’è la Rai dietro, ed essendo un servizio pubblico ha garantito la continuità di Un Posto al Sole, anche nei momenti di difficoltà. È diventato un brand importante, hanno investito, ma il primo anno la soap faceva dei numeri ridicoli, sarebbe stata soppressa in una tv commerciale. Lì ci sono altre logiche, tra l’altro non erano neanche legate all’ascolto perché andavano bene sia Vivere che Centro Vetrine, semplicemente l'obiettivo è stato spendere meno per ottenere gli stessi risultati.

Dai lavori passati passiamo a quelli più attuali. Com'è stato lavorare al documentario su un'icona come Raffaella Carrà

È stato un lavoro meraviglioso, una scoperta ora dopo ora. Io non ero una fan di Raffaella Carrà, non avevo seguito la sua carriera in maniera assidua, come tanti hanno fatto, per alcuni Raffa è stata una religione. Ricordo il primo incontro con Daniele (Luchetti il regista ndr.), anche lui non era questo gran conoscitore e ci siamo detti "da dove partiamo?".

E che risposta vi siete dati?

Abbiamo avuto l’intuizione di partire da Bellaria, che è una sorta di discoteca a cielo aperto, lì si è formata Raffaella, ed è cresciuta negli anni in cui la cultura dell'accoglienza si è innestata in un territorio che era una palude, non c’era nulla, era povero. Ma le donne dell'epoca avevano un'innata capacità di dare ospitalità, organizzare, e quindi è diventata anche la terra del divertimento. Quell'atmosfera l’ha interiorizzata in maniera eccelsa. Avendo anche lei un privato molto privato (ride ndr.), è difficile trovare cose che non siano già dette, e invece ci siamo appassionati. Alla fine anche lo stesso Japino, che non ha voluto rilasciare un’intervista, si è dispiaciuto di non averlo fatto e ci ha detto: "Avete veramente raccontato Raffaella".

Quello su Raffaella Carrà rientra in una serie di progetti che guardano al passato, oltre che a figure iconiche. Perché secondo lei? Siamo un popolo di nostalgici?

Nostalgici lo siamo, ma sono convinta di una cosa. I miei successi sono dovuti al fatto che nel tempo ho acquisito una buona capacità di interpretare la realtà, che a mio avviso si interpreta bene se si conosce il passato. Il passato ti permette di capire certi movimenti dell'anima e della storia, che poi ti danno una lente veritiera sulla realtà. Anche con Raffa è successa questa cosa.

Che guardando al passato ha compreso meglio il presente?

Non la conoscevo bene, ma studiarla è stato illuminante perché ho capito come lei abbia raggiunto certi obiettivi. È stato d'ispirazione scoprire come sia riuscita a diventare quello che è diventata pur non avendo grandi talenti, è stata una lezione immensa. Una ragazza di provincia che non ha conoscenze, non è eccezionalmente bella, non è particolarmente brava a cantare, ballare, recitare diventa Raffaella Carrà e come si fa? Lì ho compreso, immergendomi nella sua storia, anche le sue emozioni e cosa l’ha portata ad essere quello che è stata, come ha fatto, in cosa ha creduto fermamente. Mi ha insegnato una cosa meravigliosa.

Ovvero?

Non bisogna mai piangere sui fallimenti, non bisogna piangere per le cose che non sono andate, piuttosto assumersene la responsabilità e trovare la forza in quelle cadute per rinnovarsi, per trovare una nuova direzione. Le delusioni, le situazioni andate male sono lì ad indicarci che stiamo sbagliando strada, ti stanno dicendo "cambia, non sei fatta per questo". Dare la colpa agli altri dei propri fallimenti è da vigliacchi.

Facciamo un passo indietro. C'è una frase che pronuncia Sofia Durante riguardante la pietà: "La pietà è per le vittime o per chi se la merita". Ce la spiega?

Sì, Sofia ha subito una violenza ingiustificata da parte di alcuni ragazzi, perché già in scrittura lei si assume la missione di vendicare sua sorella, che lei ritiene giustamente una vittima. A lei non importa che questi ragazzi si riabilitino, li vorrebbe morti come la sorella che le hanno strappato. Quello è il suo punto di partenza, dovrà conquistare la capacità di perdonare, un’altra sfida immane per l’essere umano. Perdonare chi ti ha fatto tanto male è una cosa eroica. Il rancore fa male a chi lo prova non a chi lo riceve, chi lo riceve il male l’ha fatto, lo farà e non cambia, non lo cambierà il tuo odio, che è lì proprio per dare una direzione alla tua esistenza, ma che sia una direzione positiva, verso la felicità.

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Finiamo come abbiamo iniziato. In Mare Fuori si è sempre parlato d'amore, tra i ragazzi, tra gli adulti, ma spesso sembra essere un amore escludente, che non contempla compromessi tanto è totalizzante. Potrebbe essere un messaggio pericoloso da veicolare?

Ci sono diversi tipi di amore in Mare Fuori. L’amore tra Rosa e Carmine è un amore consapevole da parte di Carmine, perché lui ha capito la potenza insita in questo sentimento, ha capito come sia l’unica possibilità che potrebbero avere entrambi per sanare la guerra tra i Di Salvo e i Ricci. Rosa nutriva un odio nato per osmosi dalla sua famiglia. È lei, infatti, a dibattersi in questa scelta. Ma è un tipo di amore che ha una valenza positiva, perché sarà la scelta tra il bene e il male. L’amore è l’unica forza che ti può sradicarla da quella realtà, ma deve trovare dentro di lei la forza necessaria perché possa portarla via da tutto il resto. Però, non è l'unico amore che raccontiamo.

C'è stato l'amore tra Cardiotrap e Gemma. 

Lì c’era un amore tossico che ha trovato terreno fertile in Gemma, Gianni l'ha visto nella sua famiglia, lo conosce bene, lo individua subito in Gemma, perché conosce quel tipo di dolore, e cerca di farle capire quanto sia sbagliato, quanto sbagli lei per prima a cedere a quel tipo di pressione, fa di tutto affinché lei capisca. Ma lei non ce la fa, ricade nella trappola del suo amore di sempre, Gianni fa un gesto eroico e finisce per commettere un delitto, che poi confesserà perché in fondo è un puro, è un cuore bianco. Cardio confessando rinuncia, ancora una volta, alla vicinanza di Gemma nonostante la ami, per permetterle di farsi una vita e di non ricadere nella trappola del senso di colpa, che poi, molto spesso, è una scusa per non affrontare le cose. Diciamo ci avere un senso di colpa e di non poter fare altro perché non si hanno scelte e invece no, la scelta c'è sempre.

E quale dovrebbe essere la scelta?

La prima scelta è quella verso la propria felicità. Solo quando si è felici e sereni, si riesce a far felici gli altri.

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