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L’architettura dello Stato di diritto in Italia attraversa una fase di profonda riconfigurazione attraverso il nuovo decreto sicurezza, nel quale è stata confermata la misura del fermo preventivo della durata di 12 ore per i manifestanti. Tale dispositivo normativo consente alle autorità di limitare la libertà personale anche in assenza di reati flagranti, rendendo ordinaria una procedura di controllo che interviene sulla dinamica del dissenso prima ancora che questo si espliciti, normalizzando di fatto la restrizione delle libertà civili durante le manifestazioni.
Il dibattito politico è alimentato da un lessico che richiama le stagioni più buie della storia repubblicana. Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha infatti giustificato questo inasprimento evocando esplicitamente il rischio di un ritorno alle Brigate Rosse. Si tratta di una presa di posizione pesante che giunge dopo giorni di polemiche relative al corteo di sabato scorso a Torino, nonostante la magistratura abbia già disposto la scarcerazione dei fermati e nonostante le incongruenze emerse nella ricostruzione del ferimento degli agenti e nella gestione delle prove fotografiche fornite dalla polizia.
Proprio la comunicazione istituzionale segna un punto di rottura metodologico con la questione della foto simbolo dei due agenti che si abbracciano durante gli scontri. L’immagine parrebbe essere stata ritoccata e modificata tramite l'intelligenza artificiale al fine di ottenere quel messaggio emotivo ricercato dal governo. Tuttavia, la tenuta democratica di un Paese non può fondarsi sull'emotività della propaganda, ma deve basarsi sulla certezza di norme e leggi capaci di tutelare ogni cittadino.
Questo approccio si inserisce in un quadro più ampio che comprende il prossimo provvedimento già annunciato per restringere l'azione delle ONG impegnate nel soccorso in mare, scardinando ulteriormente l'impianto che garantisce il diritto al dissenso e alla solidarietà. Quello che emerge, in vista anche del futuro referendum sulla giustizia, è un’inversione di rotta che spinge il sistema verso un modello ungherese o polacco, dove per anni la magistratura è stata assoggettata alla politica e lo Stato di diritto è stato eroso dall'interno. E lo abbiamo visto con le ultime condanne degli antifascisti a Budapest.
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