Iscriviti a Rumore.
La newsletter di Fanpage.it contro il silenzio

Ciao,
c’è una cosa che agita il sonno più di ogni altra, in questi anni complicati. Che si è ricominciato a parlare, con naturalezza, di bombe atomiche e di opzione nucleare. Che il presidente americano Donald Trump abbia smentito che gli Usa la useranno contro l’Iran è già di per sé una notizia, visto che in tempi normali nemmeno ci sarebbe stato bisogno di una smentita. Che il casus belli della guerra a Teheran sia la “polvere nucleare”, come la chiama Trump stesso, ossia l’idea che la deterrenza nucleare sia l’unica strada che tutela la sopravvivenza di un regime, pure. Che persino in Europa e in Italia vi siano leader politici che dicono che servano più bombe atomiche, anche.
In tutto questo, ricordiamo con un po’ di nostalgia che fino a poco fa era ancora attivo un trattato con cui Usa e Russia – che assieme possiedono il 90% delle testate nucleari del pianeta – si impegnavano a dimezzare i loro arsenali di bombe atomiche.
Ritornare a quel trattato e a quel mondo sarebbe già un grande risultato, per guardare al futuro con un po’ di speranza
Mi pare ovvio che i negoziati in Iran siano destinati a fallire, dopo tutti questi tentativi andati a vuoto. Questo significa che la crisi energetica peggiorerà?
Cecilia
Ciao Cecilia, domanda legittima. Del resto appena una settimana fa Trump minacciava di riprendere i bombardamenti e diceva che i missili e le dimostrazioni di forza fossero il modo migliore per negoziare con gli iraniani. Poi però – ancora una volta – si è rimangiato tutto e ha dato il via libera a una proroga del cessate il fuoco, nel tentativo di ristabilire dei colloqui in Pakistan. Per cui, per rispondere alla tua domanda: no, i negoziati non sono ancora falliti, ma la diplomazia è di nuovo in una fase di stallo. Oggi Axios (un sito statunitense, specializzato nei retroscena politici) racconta che da Teheran sarebbe arrivata una nuova proposta per riaprire lo stretto di Hormuz. E alla base ci sarebbe un ragionamento semplice: la priorità è trovare un accordo per riaprire la rotta commerciale del petrolio, solo allora si potrà iniziare a discutere del programma nucleare iraniano. In altre parole: gli Ayatollah vorrebbero separare le due crisi e affrontarle una alla volta. Probabilmente dietro questa strategia c’è una doppia ragione. Da un lato Teheran ha bisogno di prendere tempo, perché sul nucleare non sembra esserci una linea unitaria tra i vertici del regime. Da quando è iniziata la guerra molte figure di primo piano sono state uccise, ci sono vuoti di potere i ranghi devono riorganizzarsi, altrimenti non riusciranno a sedersi ai negoziati con una posizione forte. E poi, dall’altro lato, c’è una questione molto pratica, che ci riguarda tutti: la chiusura dello stretto di Hormuz ha innescato una crisi energetica che sta mettendo a rischio l’economia globale. Il Fondo monetario internazionale ha già messo nero su bianco che questo shock è paragonabile a quello degli anni Settanta, anche se oggi siamo meno legati al petrolio da allora. Ma gli effetti sono destinati a essere pesanti e le stime di crescita mondiali sono già state tagliate per il 2026. Solo in Europa questa crisi, che ha costretto i Paesi membri a mettere mano alle proprie scorte energetiche, ci è costata svariati miliardi di euro. A Bruxelles serve un piano, uno ben più incisivo delle proposte messe in campo finora, dagli aiuti per le imprese più colpite ai consigli per risparmiare in bolletta ai cittadini. E anche se una riapertura nel prossimo futuro dello stretto di Hormuz sarebbe ovviamente una buona notizia, la verità è che le nostre economie soffrirebbero comunque per le conseguenze di questi 50 giorni di chiusura. Anche se si trovasse una soluzione oggi stesso.
Annalisa Girardi, vice capa area video Fanpage.it
Perché in Italia il documentario Bibi files non si può vedere? É solo una questione di permessi delle piattaforme?
Francesca
Cara Francesca, i legali di Benjamin Netanyahu hanno bloccato la visione del documentario. In alcuni paesi ci sono stati esiti successivi che hanno ottenuto lo sblocco. Non in Italia. Alcuni player di note piattaforme, come Amazon e Apple, hanno acquisito i diritti del documentario, ed infatti risulta disponibile nei cataloghi, ma dall’Italia, in maniera legale, resta inaccessibile. Non si sa per quanto tempo nel nostro paese sarà impossibile vedere “The Bibi Files”, intanto la co produttrice e regista Alexis Bloom sta facendo pressioni per “liberare” il documentario. Le sorti incerte sullo sblocco del doc sembrano andare di pari passo con le udienze del processo, che procedono a fatica. Nell’udienza di aprile, ancora una volta, Netanyahu ha disertato l’aula del Tribunale di Gerusalemme, dove i tre processi si stanno tenendo. La motivazione è sempre la stessa: il primo ministro israeliano non può partecipare alle udienze per motivi di sicurezza. Secondo il servizio segreto militare Shin Bet, Bibi sarebbe un bersaglio degli iraniani. Dal 7 ottobre 2023, tutte le assenze al processo sono state giustificate nello stesso modo. Prima bersaglio di Hamas, poi di Hezbollah ed ora del regime iraniano. In questo modo Netanyahu si è garantito di non dover rispondere in aula alle accuse pesanti che gli vengono contestate. Ad ottobre prossimo in Israele ci saranno le elezioni, e questo segnerà uno spartiacque per le sorti di Netanyahu e per l’andamento dei processi. Se non fosse più presidente verrebbero a cadere le ragioni di sicurezza.
Antonio Musella, reporter Fanpage.it
Buonasera, l'argomento di oggi non è la guerra, ma il Documento di Economia e Finanza. Nel senso che il Governo sostiene che mancherebbero 20 mld di euro per avere i conti un pó più a posto e quindi, ancora una volta, accusa il superbonus per questo. Si potrebbe sapere se è veramente così oppure è solo una "tattica" del Presidente del Consiglio per distrarre i cittadini? Grazie.
Giorgio
Caro Giorgio, parto con un’estrema sintesi della situazione. L’Italia ogni anno spende più di quanto incassa: questo è il deficit. Se nel 2025 l’Italia avesse avuto un deficit che valeva solo il 3% del Pil, sarebbe uscita dalla cosiddetta procedura di infrazione europea. Il governo avrebbe avuto meno paletti sui conti pubblici e sarebbe arrivato alla prossima legge di bilancio – l’ultima prima delle elezioni – con un certo margine per varare misure gradite agli elettori. In un certo senso, questo è stato l’obiettivo economico a cui il governo ha puntato di più con le politiche decisamente moderate (qualcuno direbbe “austere”) sul piano fiscale degli ultimi.
Le cose, però, non sono andate così. Il deficit è rimasto al 3,1%. Anzi, la differenza è ancora più sottile: è arrivato al 3,07% (che si arrotonda a 3,1%), invece di scendere fino al 3,04% come previsto. Il governo ha scritto nero su bianco più volte, nel Documento di finanza pubblica (DFP), che la colpa è del Superbonus. Giorgia Meloni l’ha ripetuto alla stampa, dicendo che il ‘buco’ era appunto di 20 miliardi di euro. Il capogruppo del M5s al Senato, Luca Pirondini, ha replicato in un’intervista a Fanpage.it.
È vero che i numeri sono risicati. E quando mancano dei soldi, la colpa si può dare a tutte le misure che hanno un costo. Sembra poco credibile, però, prendersela con una norma varata anni fa (l’ultima modifica risale al 2023), sostenuta in passato anche dal centrodestra, per un buco che arriva dopo tre anni e mezzo di governo. Diciamo che c’era tempo per prepararsi. Non solo: se il Pil italiano fosse cresciuto un po’ di più, l’asticella del 3% sarebbe stata più alta e avremmo raggiunto l’obiettivo. Invece il governo, con politiche conservatrici, ha contribuito a farci tornare a una crescita ridottissima.
Luca Pons, redattore area Politica Fanpage.it
Direi che è tutto, anche per oggi.
Se sei già un nostro sostenitore, è l’occasione per dirti grazie.
Se non lo sei, puoi provare gratis l'abbonamento per 14 giorni.
Grazie per averci accompagnato fino a qua.§
Francesco