La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per cinquanta detenuti del carcere di Rebibbia per i disordini avvenuti all'interno del penitenziario il 9 marzo 2020. La rivolta era scoppiata in seguito alle misure disposte per il contenimento del virus e per la paura del contagio in uno spazio così ristretto e sovraffollato come Rebibbia. Diversi i reati contestati dai pubblici ministeri Eugenio Albamonte e Francesco Cascini, che vanno – a vario titolo – da danneggiamento, a sequestro di persona, a rapine e devastazione. Già lo scorso novembre erano state eseguite nove misure cautelari in carcere nei confronti di nove detenuti, accusati di avere avuto dei ruoli di primo piano durante le proteste. Le rivolte non avevano riguardato solo la città di Roma, ma erano avvenute in diversi penitenziari italiani.

La protesta nel carcere di Rebibbia

La protesta nel carcere di Rebibbia è scoppiata il 9 marzo: la rabbia è esplosa in seguito al decreto del governo con il quale venivano sospese le visite dei parenti in carcere. I detenuti avevano chiesto misure per tutelare la loro salute, temendo che la pandemia da coronavirus si propagasse anche all'interno degli istituti penitenziari italiani. "Dentro si trovano molti malati. La polizia penitenziaria ha i guanti e le mascherine mentre noi e i nostri cari niente. Dove sta Bonafede? Dove sta il Governo?", le domande che avevano rivolto all'epoca. E così, tra l'8 e il 9 marzo scorsi, nel pieno del periodo più complicato nella gestione dell'emergenza Covid-19 nel nostro Paese, sono nate rivolte all'interno di molte carceri italiane. E proprio nel carcere di Rebibbia è recentemente scoppiato un focolaio di grosse dimensioni, con 110 detenuti contagiati. Due settimane prima, aveva avuto luogo una nuova protesta perché decine di detenuti erano stati messi in isolamento insieme, rischiando così di contagiarsi.