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Processo per stupro: la storia di Fiorella e l’arringa di Tina Lagostena a difesa di tutte le donne

“Processo per stupro” è un documentario andato in onda nel 1979. Per la prima volta le telecamere riprendevano un dibattimento giudiziario. A Latina si teneva il processo per lo stupro di una ragazza di 18 anni, Fiorella, difesa da Tina Lagostena Bassi, che fu anche l’avvocata di Donatella Colasanti. Uno straordinario documentò che mostrò come chi denunciava una violenza sessuale, da vittima finiva sul banco degli imputati.
A cura di Redazione Roma
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È il 26 aprile del 1979 quando la Rai manda in onda per la prima volta "Processo per stupro". È la prima volta che le telecamere entrano in un'aula di tribunale per filmare un dibattimento in presa diretta. Il documentario mostra il processo agli uomini accusati di aver violentato Fiorella (il cognome non sarà mai diffuso), una ragazza di 18 anni.

La pellicola è realizzata da un team di sei cineaste donne Loredana Rotondo, Rony Daopulo, Paola De Martis, Annabella Miscuglio, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini. L'idea di raccontare un processo per stupro, mostrando come la vittima venisse sistematicamente messa sul tavolo degli imputati, nacque a via del Governo Vecchio a Roma, alla Casa delle Donne, nel corso di un assemblea del movimento femminista.

Le giovani registe e filmaker si rivolsero subito a l'avvocata Tina Lagostena Bassi, nota per rappresentare le donne in aula, e diventata nota anche per aver rappresentato Donatella Colasanti nel processo per il Massacro del Circeo.

Cosa è successo a Fiorella: le violenze nella villa a Nettuno

Quando denuncia di essere stata violentata Fiorella ha solo 18 anni. Lavora a nero, è una ragazza di umili origini che si sta costruendo una strada nel mondo. Quando viene invitata da un conoscente, Rocco Vallone, in una villa a Nettuno, non pensa che lì comincerà il suo incubo.

L'uomo la manda a chiamare per discutere una proposta di lavoro, le dice che l'assumerà regolarmente in un'azienda con il ruolo di segretaria. Ma quando arriva nell'abitazione viene sequestrata e violentata dall'uomo, in compagnia di altri tre amici. Si tratta di tutti uomini adulti, sui quarant'anni, che una volta interrogati dalle forze dell'ordine negano tutto. Non credono che quella ragazzina avrà il coraggio di andare fino in fondo.

Successivamente i quattro uomini ritrattano, sì i rapporti sessuali c'erano stati, ma si è trattato di rapporti consenzienti: dietro il pagamento di 200.000 lire Fiorella avrebbe accettato di andare a letto con loro a turno, soldi poi non consegnati alla ragazzi in quanto non sarebbero "stati soddisfatti". Intanto uno degli uomini si era reso latitante.

Il processo, le insinuazioni e la vittima trasformata in imputata

Nel corso del processo gli avvocati della difesa provarono in tutti i modi a screditare la 18enne, ma per prima cosa presentarono la proposta di un risarcimento di 2.000.000 lire in contanti presentando il denaro direttamente in tribunale. Una mossa che fu presentata come "una mazzetta gettata sul tavolo" dall'avvocata Lagostena Bassi.

I difensori degli imputati provarono a mettere in difficoltà la vittima chiedendole molti dettagli sui rapporti sessuali avuti, sul perché avesse accettato l'invito, e presentarono la mancanza di segni di percosse come la prova che non ci fosse stata violenza sessuale. Inoltre chiamarono la madre a testimoniare chiedendole perché permetteva alla figlia di incontrare uomini adulti e facendo numerose altre insinuazioni sui costumi della ragazza.

In tutti i modi gli avvocati presentarono i fatti come la normale conseguenza dei comportamenti della ragazza, presentandola come una "facile" e dalla dubbia fame. La difesa puntò tutto sull'onorabilità o meno della giovane, mostrando davanti alle telecamere una giustizia ancora profondamente patriarcale e sessista.

La famosa arringa di Tina Lagostena Bassi a difesa di tutte le donne

Ecco alcuni passaggi della famosa arringa difensiva di Tina Lagostena Bassi:

Presidente, Giudici, credo che innanzitutto io debba spiegare una cosa: perché noi donne siamo presenti a questo processo. Per donne intendo prima di tutto Fiorella, poi le compagne presenti in aula, ed io, che sono qui prima di tutto come donna e poi come avvocato. Che significa questa nostra presenza? Ecco, noi chiediamo giustizia. Non vi chiediamo una condanna severa, pesante, esemplare, non c'interessa la condanna. Noi vogliamo che in questa aula ci sia resa giustizia, ed è una cosa diversa. […] Vi assicuro, questo è l'ennesimo processo che io faccio, ed è come al solito la solita difesa che io sento: vi diranno gli imputati, svolgeranno quella difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di avere la forza di sentirli, non sempre ce l'ho, lo confesso, la forza di sentirli, e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra, ed inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati—e qui parlo come avvocato—si sognerebbe d'impostare una difesa per rapina come s'imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali da difendere, ebbene nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa, che comincia attraverso i primi suggerimenti dati agli imputati, di dire ai rapinatori «Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse!»

Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. […] Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d'oro, l'oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un'imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare venire qui a dire «non è una puttana». Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l'accusatore di un certo modo di fare processi per violenza.»

La condanna del tribunale per Rocco Vallone, Cesare Novelli e Claudio Vagnoni

Al termine del processo Rocco Vallone, Cesare Novelli e Claudio Vagnoni furono condannati a un anno e otto mesi di carcere, mentre per Roberto Palumbo la condanna fu di due anni e quattro mesi. Tutti e quattro tornarono subito in libertà vista la scarsa entità della pena.

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