Lo psichiatra che lavorava con Basaglia e ha chiuso il manicomio di Roma: “Così ci sono riuscito”

In occasione dell’anniversario della legge 180, Losavio racconta la sua esperienza nel manicomio di Trieste al fianco di Franco Basaglia e poi il suo ritorno al Roma con un obiettivo preciso: chiudere per sempre il manicomio della Capitale.
A cura di Simona Berterame
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Tommaso Losavio è stato l'ultimo direttore del Santa Maria della Pietà, il manicomio di Roma. Nel 1993 (ben 15 anni dopo l'approvazione della legge basaglia) accetta l'incarico a una sola condizione: essere il direttore del “Progetto di chiusura del Santa Maria della Pietà”. "Per sei anni ho portato avanti un progetto che alla fine mi avrebbe fatto perdere il lavoro – scherza oggi lo psichiatra – ma altrimenti non avrei accettato l'incarico, volevo tutti i pazienti fuori dai padiglioni e alla fine così è stato".

Il lavoro a Trieste

Prima di approvare al Santa Maria della Pietà (il più grande manicomio d'Europa) nel ruolo di ultimo direttore, Losavio ha lavorato per alcuni anni a Trieste insieme a Franco Basaglia. Erano gli anni di agitazioni e cambiamenti che preannunciarono l'approvazione nel 1978 della legge 180, una riforma che impose la chiusura dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. A piccoli passi è partito il processo di deistituzionalizzazione del manicomio lavorando sulla quotidianità: uscite con i pazienti, restituzione degli effetti personali, eliminazione della violenza e della coercizione.

Il ritorno a Roma

"Il nostro motto era, che cosa possiamo fare per lui? Non dove lo mettiamo". Il lavoro svolto da Losavio a Roma negli anni '90 è tutto racchiuso in questa fase. Questo perché non bastava avere una legge per chiudere una struttura che per decenni ha ospitato persone ai margini della società. Uomini e donne rinchiusi in alcuni casi da quando erano bambini e che non conoscevano il mondo fuori dai cancelli del Santa Maria. "All'inizio non è stato facile – racconta Losavio – perché non avevamo strutture e case dove ospitare gli ex internati. Quando ero ancora il primario di un servizio psichiatrico delle allora appena istituite Unità sanitarie locali mi occupavo già del collocamento di alcuni pazienti ufficialmente dimessi e trasformati in “ospiti” in attesa di essere trasferiti all’esterno. Ma non c'erano case per loro quindi nel 1982 decisi di occupare un appartamento del comune di Roma per dare un segnale forte".

Losavio aveva già lavorato nel manicomio della Capitale prima di trasferirsi a Trieste ma anche anni dopo alcune pratiche risultavano dure a morire. "Mentre facevo un giro tra i padiglioni ho trovato una donna, seminuda, legata ad un termosifone. Stiamo parlando del 1994, pensavo che scene del genere non le avrei più riviste". La paziente si chiamava Giuseppina, considerata una "cava occhi" dalle infermiere e quindi spesso legata alla sedia, al termosifone o al letto. Losavio ordinò di slegare subito la paziente e partì un progetto specifico per trovare una sistemazione idonea per lei. “Il progetto Giuseppina” da giugno del 1997 è una residenza , una villetta nella periferia di
Roma, dove insieme a Giuseppina hanno vissuto altre sette persone assistite dal Dipartimento di Salute Mentale, alcune deospedalizzate altre provenienti dal territorio.

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