Identificati alla commemorazione degli anarchici morti a Roma: “Fermo usato a sproposito”

"La storia dimostra che le misure emergenziali tendono a trasformarsi in strumenti ordinari di controllo sociale, erodendo progressivamente le garanzie fondamentali". Esprime preoccupazione la Rete di Resistenza Legale in merito al fermo preventivo di 91 attivisti in occasione della commemorazione – vietata dalla Questura – per Sara Ardizzone e Sandro Mercogliano, i due anarchici morti in un'esplosione nel Parco degli Acquedotti di Roma giovedì 19 marzo.
Rete di Resistenza Legale: "Fermo usato in modo generalizzato"
Domenica 29 quasi un centinaio di persone si sono riunite per dire addio ai due militanti, deceduti mentre stavano realizzando un ordigno. Di questi 91 sono stati portati in Questura91 sono stati portati in Questura, mentre sessanta sono stati identificati e fotosegnalati. Sono stati emessi anche alcuni fogli di via per coloro che venivano da fuori città. "Nella giornata del 29 marzo 2026 è stato applicato l’art. 11-bis del d.l. 59/1978, introdotto dal recente decreto sicurezza", scrive la Rete di Resistenza Legale in un comunicato stampa, che sottolinea anche come "il fermo è stato adottato in modo generalizzato" è stato adottato senza verificare "i presupposti per l’applicazione della misura che è una misura atipica adottata nell’ambito delle competenze di pubblica sicurezza e, come quella di cui all’art. 11, è svincolata dalla commissione di un reato".
Fermo per 91 attivisti: "Usato a sproposito"
La rete di avvocati dice, inoltre, che "le ragioni del fermo sembrano basarsi esclusivamente sulla (presunta) adesione ideologica dei partecipanti all’anarchismo e sulla violazione di un divieto del Questore, motivato in termini incompatibili con i principi costituzionali di libertà di pensiero". Come comunicato, la manifestazione era stata vietata perché ritenuta "in contrasto con i valori della convivenza civile e democratica, attesa l’inclinazione ideologica dell’anarchismo contro l’ordine costituito e lo spirito “celebrativo” cui la stessa è ispirata, teso alla esaltazione -in una irrituale chiave commemorativa- di condotte, quali l’assemblaggio di un ordigno, finalizzate al compimento di gravi azioni delittuose", scriveva giovedì 26 marzo la Questura.
Come spiega la Rete di Resistenza Legale, però, "il fermo, invece, richiede per la sua adozione che sussista un fondato motivo di ritenere che le persone fermate possano realizzare condotte idonee a determinare un concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, da valutarsi in considerazione a specifiche circostanze di tempo e di luogo (possesso di armi, strumenti per il travisamento, artifici pirotecnici, ecc.). Elementi assolutamente assenti nel caso di specie". Insomma, in questo caso il fermo sarebbe utilizzato a sproposito "unicamente a impedire la commemorazione".
"Si tratta di una compressione della libertà individuale"
Oltre il caso particolare, la rete di avvocate e avvocati ci tiene a sottolineare anche come lo strumento del fermo preventivo presenterebbe "gravi criticità sul piano delle garanzie" in quanto "non è previsto alcun controllo giurisdizionale, né preventivo né successivo". Una procedura che si tradurrebbe in "una compressione della libertà personale in assenza di adeguate tutele, in contrasto con i principi costituzionali sul diritto di difesa, sulla tutela contro gli atti della pubblica amministrazione e sulla riserva di giurisdizione", aggiunge il comunicato.
C'è una valutazione dal punto di vista della dottrina e della giurisprudenza ma ce n'è anche una politica. "Colpisce che sia stata vietata una semplice commemorazione, espressione di pietà e memoria, anziché disciplinarla con eventuali prescrizioni – continua la Rete di Resistenza Legale -. Ancora più significativo è che tale azione sia stata oggetto di uno specifico intervento della presidente del consiglio, a fronte di ben più gravi questioni sociali ed economiche. D’altra parte, esperienze passate ci ricordano come misure emergenziali vengano spesso sperimentate su ambiti di dissenso politico, trasformati in laboratori di pratiche repressive".