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Guerra in Ucraina, ristorante russo di Roma riceve minacce ed è costretto a cambiare nome

“Ho iniziato a ricevere telefonate di minaccia e molti clienti italiani hanno cominciato a boicottare il ristorante”, ha spiegato il ristoratore.
A cura di Enrico Tata
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Dalla shuba, il tipico antipasto russo a base di maionese, barbabietola e aringhe, ai pelmeni, i ravioli simbolo della Siberia e dell'Europa orientale in generale, dal borsh, la tradizionale zuppa russa, al khachapuri, la focaccia georgiana col formaggio, fino al pollo alla Kiev, una ricetta inventata da un cuoco francese che lavorava alla corte di uno zar russo. A Roma un ristorante offre le specialità culinarie di tutti questi paesi: Georgia, Armenia, Azerbaigian, Ucraina e certamente anche Russia. La guerra in Ucraina, l'invasione da parte della Russia di Vladimir Putin, non ha risparmiato critiche al titolare di questo locale che, dopo aver ricevuto alcune minacce, ha dovuto anche cambiare il nome al suo ristorante, nonostante su Facebook avesse espresso la sua vicinanza al popolo ucraino. "Ho iniziato a ricevere telefonate di minaccia e molti clienti italiani hanno cominciato a boicottare il ristorante. Mi sono reso conto che il clima stava diventando insostenibile. Gestisco questo ristorante con mia moglie da 13 anni, e ho visto il mio lavoro e la mia fatica vanificarsi in un attimo", ha raccontato all'agenzia AdnKronos.

In quel ristorante effettivamente c'era qualche simbolo che richiamava la Russia, ma come detto il menu era un mix di ricette di tutti i Paesi di quell'area del mondo e i lavoratori, ha spiegato il titolare, sono di diverse nazionalità. "Una prima volta, nel 2014, con la guerra nel Donbass, dove già avevo ricevuto minacce e insulti, e ora ancora di più con quella in Ucraina. A questo va aggiunto che usciamo con le ossa a pezzi dal periodo del Covid. Prima organizzavamo serate con musica dal vivo, ora non possiamo più", ammette. Mancano i clienti di prima che affollavano le sale del locale e manca anche la gioia che accompagnava le serate. Sono venuti dei giornalisti, ho parlato con loro e mi sono fidato, e poi ho visto sui giornali una cosa completamente diversa da quella che avevo detto. Ho chiamato il giornale, mi hanno risposto ‘prendi un avvocato e fai ricorso'. Con la crisi che c'è, non ho certo i soldi necessari per farlo -conclude scuotendo la testa- Meglio far sparire nome e bandiere e diventare anonimi, se il clima è questo".

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