Slitta la tassa sui piccoli pacchi comprati da siti come Shein e Temu: il governo la rinvia dopo il flop

Alla fine il governo ha preso posizione sulla tassa di due euro sui piccoli pacchi spediti da Paesi al di fuori dell'Unione europea con un valore sotto i 150 euro. Dopo settimane di tira e molla, in cui la norma di fatto non ha funzionato, il ministero dell'Economia ha annunciato che sarà rinviata al 30 giugno 2026. Fino ad allora, quindi, niente imposta extra per chi fa acquisti da giganti dello shopping online come Shein, Temu o Alibaba.
La novità è arrivata con un comunicato del Mef, come era stato previsto nelle scorse ore. Non è la prima volta che il governo si muove così, su temi fiscali con tempistiche particolarmente stringenti: quello del ministero è solo un comunicato stampa, ma nella sostanza assume il valore di una norma, perché l'esecutivo afferma ufficialmente cosa ha intenzione di fare.
Il testo infatti inizia subito parlando di un "provvedimento legislativo di prossima emanazione". Il Mef elenca le modifiche. Per prima cosa, il "contributo amministrativo a copertura delle spese collegate alle importazioni di piccole spedizioni di valore inferiore ai 150 euro" non sarà applicato "fino al 30 giugno 2026". Il motivo, ufficialmente, è la necessità di adeguare "il sistema informativo dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli".
La tassa di due euro di fatto serve per contrastare la marea di acquisti online di piccolo valore che vengono spediti da Paesi extra-europei, su tutti la Cina. Questa forma di shopping online negli ultimi anni è diventata sempre più diffusa. Così, da una parte le dogane si ritrovano piene di pacchi di basso valore da elaborare. E dall'altra (soprattutto, per il governo) i commercianti italiani ed europei si trovano a scontare la concorrenza di venditori che offrono prezzi stracciati.
Infatti, anche se sulla carta (come ha ricordato il Mef nel comunicato) l'obiettivo della tassa è la "copertura delle spese collegate alle importazioni di piccole spedizioni", di fatto serve a scoraggiare questo tipo di acquisti. La tassa è rivolta a chi fa la spedizione, quindi non ai chi compra il prodotto, ma è chiaro che i venditori possono essere spinti a ‘scaricare' quel costo almeno in parte sui clienti. Se gli italiani – questa è l'idea – si trovano di colpo a comprare dei prodotti che costano di più, almeno una parte di loro rinuncerà e cercherà altrove. Magari da un commerciante italiano.
Nonostante questa intenzione, all'atto concreto la tassa non ha mai funzionato. Il motivo è che si applicava solo in Italia, e non nel resto d'Europa. Per le grandi aziende di commercio online, quindi, bastava ‘dirottare' le loro spedizioni sugli aeroporti di un Paese vicino, come la Francia, e poi da qui farle entrare in Italia tramite camion. A quel punto, i pacchetti risultavano provenienti dalla Francia e la tassa non si applicava. Ed è esattamente così che è andata.
Da qui la decisione del rinvio. E la data non è casuale. Il 1° luglio 2026 entrerà in vigore la tassa europea di tre euro che mira a colpire esattamente lo stesso tipo di pacchi. A quel punto le due norme potranno sovrapporsi, e saranno coordinate anche con tutti gli altri Paesi europei.