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Sigonella, cosa prevedono gli accordi Italia-USA sull’utilizzo delle basi e quando serve l’ok del Parlamento

Il no italiano all’uso della base di Sigonella riaccende lo scontro politico e apre un nodo costituzionale sul ruolo delle basi Usa. Tra regole opache e attività in aumento, resta il confine incerto tra supporto e coinvolgimento.
A cura di Francesca Moriero
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L'Italia ha negato l'uso della base di Sigonella ad alcuni velivoli militari statunitensi diretti verso l'Asia sud-occidentale. La decisione è stata presa dal ministro della Difesa Guido Crosetto dopo che il piano di volo era stato comunicato senza una richiesta preventiva di autorizzazione e a operazione già in corso.

Un passaggio mancato che, nella catena delle regole che disciplinano l'uso delle basi, pesa più del merito dell'operazione. Senza autorizzazione, l'atterraggio non poteva essere concesso. Ma il caso non resta confinato alla procedura: ha infatti immediatamente acceso lo scontro politico interno, con le opposizioni che chiedono chiarimenti e accusano il governo di muoversi dentro un quadro poco trasparente proprio mentre cresce il coinvolgimento occidentale nel conflitto.

Quando serve l'ok politico sull'uso delle basi USA (e perché qui è mancato)

Gli accordi tra Italia e Stati Uniti prevedono un'importante distinzione, almeno sulla carta. Le attività ordinarie (logistica, addestramento, supporto tecnico) rientrano in un perimetro già autorizzato e vengono gestite attraverso canali consolidati tra le strutture militari. Diverso è il caso delle operazioni fuori da questo schema, soprattutto quando si collegano a scenari di guerra o a possibili impieghi offensivi.

In questi casi serve un via libera esplicito del governo italiano. Nelle settimane scorse Crosetto aveva chiarito che eventuali richieste legate al conflitto sarebbero state condivise con il Parlamento. In questo caso, però, quel passaggio non si è mai aperto e la richiesta non è mai arrivata formalmente. Il problema non sarebbe stato decidere, ma il fatto di non essere messi nelle condizioni di farlo.

Il nodo costituzionale: il Parlamento e l'articolo 11

Secondo il costituzionalista Salvatore Curreri, la questione sarebbe ben più profonda, andrebbe oltre la procedura e toccherebbe direttamente il perimetro costituzionale: "Un utilizzo della base per finalità legate a un conflitto come questo avrebbe certo richiesto un passaggio parlamentare", ha dichiarato a Fanpage.it. Il punto, spiega, è che il coinvolgimento italiano "non può prescindere da una decisione politica esplicita", soprattutto quando manca una legittimazione internazionale chiara. Il riferimento è all'

Il riferimento è all'articolo 11 della Costituzione, che consente la partecipazione a operazioni militari solo all'interno di un quadro internazionale che garantisca pace e sicurezza tra nazioni. "Se manca questa cornice, anche un supporto logistico rischia di collocarsi fuori da quel perimetro", osserva Curreri. E aggiunge un passaggio chiave: "È evidente che, se gli Stati Uniti agiscono al di fuori della legalità internazionale, il minimo che si possa pretendere è un passaggio parlamentare che autorizzi il governo". In questo quadro, il diniego del ministro appare coerente: senza un mandato politico chiaro, autorizzare l'uso della base avrebbe esposto direttamente l'Italia a un coinvolgimento, anche solo indiretto, nel conflitto.

Gli accordi Italia-Usa: una cornice opaca

La gestione delle basi statunitensi in Italia si fonda su una serie di accordi costruiti nel tempo, a partire dagli anni Cinquanta, dentro il quadro della Nato. Si tratta di una stratificazione di intese (dallo Status of Forces Agreement agli accordi bilaterali successivi) che definiscono i principi generali ma lasciano, ancora, ampi margini di interpretazione operativa. Molti dettagli restano infatti ancora oggi riservati e questo contribuisce a una opacità strutturale che negli anni ha alimentato polemiche e controversie, soprattutto nei momenti di crisi internazionale. In teoria, per operazioni con finalità belliche serve un'autorizzazione italiana. In pratica, però, la linea che separa supporto logistico, attività di intelligence e partecipazione indiretta è sempre più difficile da tracciare.

Le opposizioni: "Non basta un no, serve una linea politica"

La vicenda ha immediatamente riacceso il confronto politico. Le opposizioni chiedono ora un passaggio in Parlamento e maggiore trasparenza sull'utilizzo delle basi. Dal Partito Democratico è arrivato il riferimento a un "quadro opaco e preoccupante", con la richiesta al governo di chiarire "cosa stia accadendo realmente" e "quale sia il livello di coinvolgimento italiano". Anche il Movimento 5 Stelle ha chiesto un'informativa urgente, sottolineando la "necessità di riportare il tema dentro un perimetro politico e non solo tecnico".

Il punto sollevato da più parti è insomma che il diniego non può restare un episodio isolato. Se esiste un rischio di coinvolgimento, anche indiretto, "serve una linea chiara e dichiarata sull'uso delle basi in scenari di guerra".

La posizione del governo: nessuna frizione con Washington

Palazzo Chigi ha cercato di ridimensionare la portata dell'episodio, sottolineando in una nota ufficiale che "ogni richiesta viene esaminata caso per caso" e che "non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali". La linea, viene ribadito, resta quella già condivisa con il Parlamento. Anche Crosetto ha escluso tensioni, ribadendo che i rapporti con Washington "restano solidi e che le basi continuano a operare nel rispetto degli accordi". Dalla Casa Bianca, il messaggio che ne è derivato è stato analogo: "l'Italia è attualmente di supporto in termini di accesso, basi e diritti di sorvolo", fa sapere un alto funzionario statunitense al Corriere della Sera.

L'ambiguità di fondo: basi attive, guerra lontana (solo sulla carta)

Il nodo più delicato resta però quello di fondo. Mentre l'Italia nega di fatto un'autorizzazione fuori procedura, le basi sul territorio nazionale continuano a essere pienamente operative. E proprio Sigonella, dove nelle ultime settimane si è registrata un'intensificazione delle attività, resta uno snodo centrale per le operazioni nel Mediterraneo allargato. Le missioni ufficialmente restano dentro il perimetro di sorveglianza, logistica e supporto. Ma nelle guerre contemporanee questi elementi sono parte integrante della catena operativa: raccolta dati, intelligence, coordinamento. Non colpiscono direttamente, ma rendono, comunque, possibile colpire.

È qui che si apre la zona grigia, che denunciano le opposizioni. Non si tratta più solo di far partire o meno un bombardiere, ma di capire quanto queste attività contribuiscano, anche indirettamente, alle operazioni militari. Il risultato è un equilibrio fragile: l'Italia rivendica formalmente la propria non partecipazione, ma resta inserita in un sistema di alleanze e infrastrutture che rende quella distanza sempre più difficile da sostenere sul piano politico.

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