
Scusate il ritardo.
Scusate se ci abbiamo messo qualche giorno, a mettere in fila i pensieri, tra la frana di Niscemi e gli scontri di piazza a Torino.
Scusate se vi costringiamo, con qualche giorno di ritardo, a voltare la testa e a guardare verso Sud, nel mare che separa l’Italia dal Nord Africa.
Scusate se, una volta lì, vi chiediamo di abbassare lo sguardo verso il fondale, dove si sono adagiati i corpi esanimi di circa mille persone, partite verso l’Italia su ventiquattro barchini, che sarebbero partite nonostante il Ciclone Harry e il mare in tempesta, e non sono mai arrivate da nessuna parte.
Scusate se proviamo a farvi immaginare il senso di urgenza e la disperazione di chi fa un tiro di dadi del genere, sapendo che sarà molto difficile, quasi impossibile, toccare la riva. Scusate se per un attimo vi immaginerete cosa significa stare su quei barchini, con onde alte metri, vento e pioggia battente, per chi magari non sa nemmeno nuotare o non ha mai visto il mare.
Scusate se vi costringiamo a un conteggio macabro – uno, due, tre, cento, mille – mentre il ministro Piantedosi ha appena snocciolato tronfio il calo degli arrivi – meno uno, due, tre, cento, mille – senza curarsi minimamente che quel meno, in molti casi, significa morto.
Scusate se di fronte a questa ennesima, invisibile, tragedia, il governo sarebbe riuscito a mettere nel disegno di legge sulla sicurezza il blocco navale – fino a sei mesi per non meglio precisati motivi di sicurezza nazionale – come la nostra tranquillità debba dipendere da quanti riusciamo a farne morire in mare.
Scusate se tutto questo ci sembra orrore allo stato puro. Abbastanza per tenere alta l’attenzione, anche se è passato qualche giorno.
Nonostante le nostre istituzioni, per quei mille morti, non abbiano speso nemmeno una parola.
Nonostante il ritardo.
Nonostante tutto.