unioni civili 2015

La proposta di legge sulle unioni civili, il tanto dibattuto ddl Cirinnà, arriverà in Aula al Senato il prossimo 28 gennaio. Stavolta, stando a quanto dice la maggioranza, non dovrebbero esserci ulteriori rinvii, stavolta dovrebbe essere quella buona: l'Italia potrebbe avere una legislazione sulle unioni dello stesso sesso, smettendo di essere "fanalino di coda in Europa" sulla questione dei diritti civili. Quello che doveva essere uno dei baluardi del governo guidato da Matteo Renzi, che secondo le attese avrebbe dovuto provvedere a un riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso "nei primi 100 giorni del mandato", è diventato un affare sempre più complicato, slittato di rinvio in rinvio.

Sin dall'inizio il cammino del ddl Cirinnà è stato impervio e difficile tra polemiche in maggioranza e opposizione e "mal di pancia" interni al Partito democratico. Vediamo quali sono state le tappe principali.

Marzo 2015: il primo "sì"

Nonostante se ne parlasse già dall'inizio del governo nel 2014, il 10 marzo 2015 Matteo Renzi fa un tweet dal suo account ufficiale rassicurando circa il suo impegno preso sulle unioni civili. "Siamo già in discussione in parlamento", ha scritto.

Il 26 dello stesso mese la commissione Giustizia del Senato approva il testo base sulle unioni civili, con quattordici voti favorevoli, otto contrari e un astenuto. Il provvedimento incassa i voti positivi del Partito democratico e del Movimento 5 stelle, mentre Forza Italia, Nuovo Centrodestra e Lega Nord si esprimono negativamente. In quell'occasione il senatore Pd Andrea Marcucci parla di "un primo importante passo": "Ora aspettiamo il via libera del Senato sulle unioni civili entro fine maggio. Il testo della collega Monica Cirinnà è di natura parlamentare: oggi abbiamo dimostrato che c’è un'ampia maggioranza in grado di colmare un gap storico con il resto dell'Europa". Da quel momento in poi, però, la legge rimane incagliata al Senato, sommersa dagli emendamenti.

A giugno il Family Day, il ddl rinviato a dopo l'estate

Sabato 20 giugno 2015 migliaia di persone si radunano in piazza San Giovanni a Roma per il Family day, la manifestazione in difesa della famiglia tradizionale. Tra i principali obiettivi della giornata – oltre a denunciare la "teoria del gender" – ribadire l'opposizione al disegno di legge sulle unioni civili. Nel frattempo le voci sul ddl Cirinnà si accavallano: avrebbe dovuto essere discusso entro la pausa estiva, ma slitta "entro l'anno". Agli inizi di agosto la conferenza dei capigruppo fa sapere che la commissione non ha ancora terminato di esaminare la valanga di emendamenti presentati da Area Popolare e da Forza Italia. E che dunque non ci sarà nessuna calendarizzazione in Aula prima della pausa estiva, tutto rinviato. Nel frattempo a luglio la Corte europea dei diritti dell'uomo condanna l'Italia. Secondo Strasburgo la "tutela legale attualmente disponibile in Italia per le coppie omosessuali non solo fallisce nel provvedere ai bisogni chiave di una coppia impegnata in una relazione stabile, ma non è nemmeno sufficientemente affidabile".

Settembre 2015: da Cirinnà a Cirinnà bis

Mercoledì 2 settembre la commissione Giustizia ha approva al testo Cirinnà con l'obiettivo di operare una distinzione più netta con l'istituto del matrimonio tra uomo e donna. Nel ddl le unioni tra persone dello stesso sesso vengono definite "formazioni sociali specifiche". L'emendamento viene votato da una maggioranza trasversale formata da Pd e M5s. Contrari invece Area Popolare – gruppo parlamentare che riunisce Ncd e Udc – e la Lega Nord. Il nuovo testo viene depositato nuovamente ad opera della relatrice e diventa il "Cirinnà bis". Il disegno, però, ancora non mette d'accordo tutti, anzi. Lo scontro è più vivo che mai, specialmente all'interno della maggioranza.

Ottobre 2015: testo arriva in Senato, ma c'è nuovo stop

A ottobre la conferenza dei capigruppo del Senato decide l'incardinamento in Aula, dove il testo approda il 14 del mese, scatenando le opposizioni. E ottenendo di fatto un nuovo stop. Sulle unioni civili "molto dipende dai tempi della legge di stabilità", dichiara il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, che annuncia uno "slittamento a gennaio". Nel frattempo inizia ad aleggiare l'ipotesi "voto segreto" sul testo. "Occorre che tutti quelli che sono contro l’adozione delle coppie gay possano esprimersi fuori da ogni rischio di ritorsione politico-mediatiche", dice il ministro dell'interno Angelino Alfano, secondo cui "in tanti del Pd saranno liberi di votare insieme a noi". Il nodo fondamentale è l'articolo 5, la stepchild adoption o adozione del figlio del convivente. I centristi e una parte del Pd non la vogliono: "potrebbe aprire alla maternità surrogata", dicono.

Gennaio 2016: è "guerra" sulla stepchild adoption

Con l'inizio dell'anno nuovo la questione unioni civili torna al centro delle polemiche. In un'intervista Renzi parla della mancanza di una legge ad hoc nell'ordinamento italiano come di una "ferita che va sanata", una lacuna che ci rende "fanalino di coda in Europa". Per il presidente del Consiglio, "su alcuni punti ci sarà la libertà di coscienza. Quello che è certo è che la legge va fatta, subito. C'è discussione nei partiti, lo so. E anche nel Pd ci sono idee diverse. Discuteremo ancora, naturalmente". Nonostante questo, "il momento di tirare le fila e concludere ormai è venuto". Il momento viene individuato nel 26 gennaio – termine poi slittato al 28. Quel giorno il testo arriverà il Aula al Senato.

Ma lo scontro è più vivo che mai, soprattuto all'interno del Pd: c'è un gruppo di "malpancisti" che il provvedimento così com'è non lo voterebbe. E, ancora una volta, il nodo è la stepchild adoption. Il 14 gennaio – il giorno in cui il sito Gay.it pubblica l'elenco dei senatori contrari – viene presentato un emendamento dell'ala cattolica del Pd volto a sostituire la stepchild adoption con l'affido rafforzato. Un modo, secondo i proponenti, per adottare soluzioni normative che garantiscano "la piena tutela ai diritti dei minori, evitino di legittimare o incentivare comportamenti gravemente antigiuridici". Per i firmatari "senza una mediazione il rischio è, con il voto segreto, il naufragio della legge al Senato". Nel frattempo circola anche l'ipotesi stralcio dell'articolo sulla stepchild. La maggioranza del Partito democratico, però, nega la possibilità di compromessi: "Abbiamo sempre detto che avremmo discusso con tutti, sia dentro al Partito democratico che fuori, ma certo non possiamo mediare sulla pelle delle persone. E, in particolare quando si parla di adozione del figlio del coniuge, sulla pelle dei bambini", dichiara la responsabile Pd per il Welfare Micaela Campana. Il punto sarà avere o no i numeri in Senato.

20 gennaio, l'ultimo emendamento: carcere per l'utero in affitto

La sera del 20 gennaio arriva un altro emendamento dell'ala cattolica del Partito democratico, a 48 ore dal termine per presentare modifiche. La proposta è di aggiungere all'articolo 5 "l'estensione della punibilità delle pratiche di maternità surrogata se realizzate all'estero da cittadini italiani". Secondo l'emendamento si ha l'obbligo di dichiarare e documentare di non aver fatto uso della pratica. Qualora la documentazione non venisse presentata "l'ufficiale di stato civile trasmette gli atti alla procura". Nel caso in cui venisse accertato il ricorso alla maternità surrogata e l'assenza di legami biologici "viene dichiarato lo stato di adottabilità del minore". Nella proposta si prevede di punire chi ricorre alla gestazione per altri anche all'estero con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600 mila a un milione di euro. Chiunque "organizza, favorisce o pubblicizza la pratica di surrogazione della maternità è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con una multa da 600 mila a un milione di euro". Presentato come una proposta di mediazione, l'emendamento ha l'effetto di accendere ulteriormente lo scontro.

Il 28 gennaio il testo in Senato, poi nuovo Family Day

Il 28 gennaio, dunque, il ddl Cirinnà – salvo nuovi rinvii – dovrebbe arrivare in Aula. Due giorni dopo è previsto un nuovo Family Day a Roma, questa volta appoggiato dalla Conferenza episcopale italiana. Il presidente, il cardinale Angelo Bagnasco, ha definito la manifestazione del 30 gennaio "condivisibile" e "necessaria", mentre l'accesa discussione sulle unioni civili costituirebbe "una distrazione grave e irresponsabile" dai reali problemi del paese.