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Referendum sulla giustizia 2026

Referendum sulla giustizia, Lega: “Fermare i giudici amici dei clandestini”. Ma l’immigrazione non c’entra con il voto

Nella campagna per il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo, parte della comunicazione politica ha spostato il dibattito su immigrazione, sicurezza e criminalità. Temi che però non hanno alcun legame diretto con il contenuto dei quesiti su cui gli elettori sono chiamati a votare. Ecco cosa dice l’ultimo post della Lega.
A cura di Francesca Moriero
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Negli ultimi giorni della campagna per il referendum sulla giustizia, il linguaggio di una parte della politica si è ormai progressivamente allontanato dal merito delle norme per scivolare dentro la logica dello slogan. L'ultimo esempio arriva da un post pubblicato sui social dalla Lega di Matteo Salvini: su uno sfondo che raffigura una massa di uomini diretti verso l'Italia, accompagnato dalla scritta "Non possiamo accogliere tutti", il partito invita a votare sì "per fermare giudici amici dei clandestini". Un messaggio costruito su un collegamento diretto tra il voto e la questione migratoria che però, a guardare il contenuto dei quesiti referendari, non trova alcun riscontro: il referendum del 22 e del 23 marzo, infatti, non riguarda assolutamente l'immigrazione, non interviene sulle politiche di accoglienza, non modifica neppure le norme sui permessi di soggiorno e non introduce alcuna misura capace di incidere sui flussi migratori. Interviene, invece, su aspetti dell'ordinamento giudiziario e del funzionamento della magistratura. In altre parole, votare Sì o No non cambia in alcun modo le leggi sull'ingresso o sulla permanenza degli stranieri in Italia.

I numeri sui permessi di soggiorno

I dati degli ultimi anni raccontano, peraltro, una realtà ben più complessa di questa narrazione: proprio il governo guidato da Giorgia Meloni, è infatti quello che, nell'ultimo decennio, ha rilasciato il numero più alto di primi permessi di soggiorno: secondo le elaborazioni sui dati del Viminale e di Eurostat, citate dall'Istituto per gli studi di politica internazionale, la media annua è di circa 367 mila nuovi permessi, una cifra ben superiore a quella registrata dai governi precedenti, da Matteo Renzi a Paolo Gentiloni, fino all'esecutivo guidato da Mario Draghi. Si tratta di ingressi regolari, legati a lavoro, studio, ricongiungimenti familiari o protezione internazionale. Questo, ovviamente, non significa che il sistema sia diventato più inclusivo. Sono diversi i rapporti sul funzionamento dell'accoglienza che segnalano, al contrario, che negli ultimi anni sono aumentati i costi complessivi delle strutture mentre alcuni servizi fondamentali, dall'assistenza psicologica ai corsi di lingua italiana, fino ai percorsi di orientamento legale e territoriale, sono stati progressivamente ridimensionati o lasciati alla discrezionalità degli enti gestori. Il risultato è un sistema che, pur registrando già interessi regolari, offre meno strumenti di integrazione reale, con il rischio quindi di produrre maggiore marginalità sociale e percorsi di inclusione sempre più fragili.

Meloni: "Stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà"

L'immigrazione, tuttavia, non è l'unico scenario evocato nella campagna referendaria; negli ultimi giorni si sono infatti moltiplicati i riferimenti di una parte della politica a criminali, stupratori o spacciatori che verrebbero "rimessi in libertà" nel caso in cui la riforma non dovesse passare. Lo hanno fatto in tanti: Fratelli d'Italia, appena pochi giorni fa ha rilanciato sui social un messaggio di attacco alla magistratura per mobilitare gli elettori in vista del voto, sostenendo la necessità di votare Sì per fermare decisioni giudiziarie considerate troppo permissive. Il post, che riprendeva alcune recenti dichiarazioni della presidente del Consiglio e accusava i giudici di "bloccare i rimpatri degli stupratori", è stato però rimosso dopo la pubblicazione; nel frattempo aveva già raggiunto un ampio pubblico sui social e suscitato dure reazioni da parte delle opposizioni, che hanno accusato la maggioranza di alimentare una campagna referendaria basata su paure e semplificazioni. La stessa Meloni, appena ieri, nel suo intervento a Milano, ha detto che senza la riforma, appunto, si rischierebbe di "vedere immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza".

Nelle ultime settimane, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva invitato ad "abbassare i toni" del confronto pubblico in vista del referendum. Con l'avvicinarsi del voto del 22 e 23 marzo, però la campagna continua a muoversi su un terreno sempre più polarizzato, dove immagini, paure e scenari estremi che non hanno alcun legame con le ragioni di un ipotetico Sì o No, finiscono invece per prendere il posto della spiegazione concreta delle norme e delle conseguenze reali della riforma su cui i cittadini e le cittadine sono chiamate a esprimersi.

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