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Referendum sulla giustizia 2026

Referendum, il rompicapo di Meloni e FdI: fare campagna per il Sì, senza dire che è un voto politico

Fratelli d’Italia ha riunito la sua direzione nazionale a Roma. Al centro del confronto, le strategie per la campagna elettorale in vista del referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo.
A cura di Marco Billeci
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Impegnarsi quel tanto che serve ad assicurarsi che i propri elettori vadano a votare per il Sì al referendum sulla giustizia. Ma senza eccedere, per evitare che le urne diventino un esame anticipato per il governo Meloni, un anno prima della scadenza del mandato. Ed evitare a tutti i costi il cosiddetto "effetto Renzi", cioè l'iper-personalizzazione che finì per travolgere l'ex rottamatore, dopo la bocciatura della consultazione sulla sua riforma costituzionale.

È questo il crinale stretto su cui si muove Fratelli d'Italia e che si riflette anche nella discussione interna alla direzione nazionale, tenuta sabato 14 febbraio a Roma, con al centro proprio la campagna in vista del voto del 22 e 23 marzo prossimi. Un bivio tanto più complicato, perché parte da un assunto impossibile: sostenere che il risultato di un referendum su una delle riforme cardine dell'esecutivo Meloni non abbia un valore politico. Tocca al viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli togliere il velo di ipocrisia e affermare quello che in realtà è lapalissiano: "Una sconfitta non sarebbe positiva per il governo". E aggiungiamo noi, avrebbe sicuramente delle ripercussioni, anche togliendo dal tavolo l'ipotesi di una crisi di maggioranza, già esclusa dalla premier.

Il ruolo di Giorgia Meloni nella campagna per il Sì

Il tempo però stringe e i sondaggi danno il No in rimonta, soprattutto in caso di bassa affluenza. I Fratelli d'Italia allora sono chiamati a decidere come affrontare lo sprint finale della campagna elettorale. Il punto chiave è quanto dovrà esporsi direttamente Giorgia Meloni. Alla direzione la premier non c'è, impegnata in Etiopia, per il summit Italia-Africa. Le conclusioni del dibattito allora spettano alla sorella Arianna. All'uscita dall'auditorium dove si tiene la riunione, prima di infilarsi in macchina, il capo delle segreteria politica di Fdi assicura ai cronisti: "Il governo si mobiliterà, Giorgia Meloni ha già parlato ampiamente su questo". Le fa eco il presidente del Senato La Russa, mentre corre verso Milano per assistere a Inter-Juventus. "Il governo è già in campo" dice, senza però voler rispondere sull'apparente recupero del No nei sondaggi.

La direzione dura circa due ore. Nota a margine, per la prima volta si vede a un summit di Fratelli d'Italia Luigi Sbarra, che solo a giugno 2025 era transitato dal ruolo di segretario della Cisl direttamente a quello di sottosegretario per il Sud del governo (lui per ora  nega che la sua presenza sia un preludio a un impegno diretto nel partito: "sono venuto perché mi hanno invitato"). L'assemblea approva un ordine del giorno in cui si ribadisce  la volontà di non politicizzare il confronto, " anche per consentire a tutti coloro, e sono tanti anche a sinistra, di sostenere serenamente le ragioni del sì", spiega il responsabile organizzazione del partito Giovanni Donzelli.

Invita a "non farsi prendere dall'ansia, perché mancano ancora diverse settimane al voto" il capogruppo di Fdi alla Camera Galeazzo Bignami, che come altri esponenti del partito arriva a riunione quasi conclusa, a causa dei grossi ritardi dei treni per un sabotaggio sulla linea dell'Alta Velocità. Spiega Bignami: "La riforma della Costituzione è da consegnare alle prossime generazioni, dobbiamo stare sui contenuti e non tradurla in un referendum su una persona o su un governo". Nella strategia di abbassare il livello dello scontro politico sul quesito referendario rientra anche la volontà da parte di molti big meloniani di non replicare  alle dichiarazioni di Nicola Gratteri. La risposta è affidata solo alla capogruppo di Fdi in Commissione Giustizia alla Camera Carolina Varchi che definisce la posizione del pm: "una indecenza gravissima e inaccettabile".

E però si torna al bivio da cui siamo partiti, perché ‘anestetizzare' il dibattito sulla consultazione, tenerlo solo sul binario tecnico, rischia di essere insufficiente per convincere ad andare alle urne gli elettori di centrodestra. Soprattutto al Sud dove – ammette sempre Cirielli – è più difficile mobilitare l'elettorato. Per questo, conclude il viceministro, ora deve partire una fase due della campagna,  dove andare a spiegare il testo e gli effetti della riforma su tutto il territorio nazionale. In attesa di capire quanti e quali saranno i comizi in cui scenderà direttamente in campo Giorgia Meloni.

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