Referendum giustizia, Dolci (Dda): “Vi spiego perché la riforma finirà per indebolire le indagini antimafia”

Il referendum sulla giustizia chiamerà alle urne gli italiani il prossimo marzo. Saranno chiamati a esprimere il giudizio sulla divisione delle carriere dei magistrati: il ministro della giustizia Carlo Nordio mira a separare nettamente le carriere della magistratura giudicante (giudici) da quella requirente (pubblici ministeri). Rassicura che, se passasse la riforma, non ci saranno interferenze dell'esecutivo nella magistratura. Ma sarà veramente così?
Certo è che qualcosa cambierà nel lavoro del pubblico ministero una volta se ci sarà il via libera alla riforma. E questa cosa preoccupa anche i magistrati che da anni fanno inchieste antimafia. Cosa cambierebbe con la riforma Nordio nella lotta alla mafia? Lo ha spiegato a Fanpage.it Alessandra Dolci, capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.
Qual è secondo lei il grande problema della giustizia? La riforma Nordio lo risolve?
Il problema della giustizia è l'inadeguatezza del sistema giudiziario a rispondere alla quasi patologica domanda di giustizia del nostro Paese. Da un lato avremmo bisogno di misure deflattive, quindi una significativa depenalizzazione, dall'altro mezzi più adeguati. Un esempio? In Procura a Milano c'è una carenza di personale amministrativo che si aggira intorno al 40 per cento. Ma non siamo tra gli uffici giudiziari messi peggio. Quindi la macchina così non può funzionare. E la riforma Nordio non risolve questo problema. Formalmente risolve un falso problema, quello del passaggio di funzioni: ovvero da requirente a giudicante e viceversa. Il passaggio di funzioni, attualmente regolato dalla riforma Cartabia, consente un solo trasferimento entro i primi dieci anni di carriera. Concretamente, il passaggio di funzione si registra in una percentuale vicina allo zero. Quindi se formalmente il tema è quello di separare le carriere, la separazione c'è già.
Nella sua lunga carriera quanti colleghi ha conosciuto che hanno fatto questo passaggio?
Sicuramente un'esigua minoranza di magistrati.
Lei ci ha mai pensato?
Sinceramente no. Quando ho iniziato la mia carriera (con il vecchio Codice) il banco del pubblico ministero era a fianco a quello del giudice e questo aveva un significato, perché la forma è sostanza. La sua collocazione stava a significare che il pubblico ministero è la parte pubblica e, come il giudice, il suo compito è quello di cercare la verità. Quindi il PM (come dice il Codice) ha anche l'obbligo di cercare le prove a favore dell'indagato. Il PM deve chiedere l'assoluzione dell'imputato se è convinto che sia innocente. L'indipendenza e l'autonomia del pubblico ministero sono fondamentali per garantire il rispetto dei diritti e delle garanzie di tutti, anche degli ultimi.
Un pubblico ministero che non ha più la missione unificante della funzione giurisdizionale, che è la ricerca della verità, che non sarà più tenuto, come lo è il giudice, a ricercare la verità e le prove a favore dell’indagato o dell’imputato, ma che avrà come unico scopo quello di ottenere la condanna, che garanzie dà al cittadino?
Smentiamo che il giudice dia sempre ragione al PM?
Anzi, stando alle statistiche le percentuali di assoluzione sono oltre il 50 per cento. Se il tema è il condizionamento del giudice sul pubblico ministero, allora dobbiamo separare anche le carriere dei giudici di primo grado da quelli di secondo e da quelli della Cassazione.
Secondo lei questa riforma è contro i magistrati?
Sì, è punitiva. Pensiamo solo che i membri dei due CSM previsti dalla riforma verranno sorteggiati: per i togati ci sarà un sorteggio secco, mentre per i componenti laici il sorteggio si baserà su un gruppo scelto dalla maggioranza parlamentare.
Quindi secondo lei l'esecutivo avrà controllo sulla magistratura?
Formalmente la modifica del titolo IV della Costituzione, per come è stata approvata dalle due Camere, addirittura potenzia la figura del pubblico ministero. Il problema sarà poi la normazione attuativa e con legge ordinaria, attraverso l’indicazione di criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti penali, si potrà determinare, di fatto, che il PM risponda indirettamente all'esecutivo. Anche se continuano a dire che l'obiettivo non è assoggettare il pubblico ministero all'esecutivo.
Nella lotta alla mafia cosa potrebbe cambiare con questa riforma?
Rimarrà sempre tra le priorità della parte politica, però sottolineo da anni che, soprattutto qui al Nord, la criminalità mafiosa si combatte concentrandosi sulla criminalità economica. I reati che commettono i mafiosi sono reati di natura economica, come l'evasione fiscale, le bancarotte e poi ci sono i reati contro la pubblica amministrazione. Se il governo non indicasse tra le priorità quella di combattere l'evasione fiscale, anche le nostre indagini ne sarebbero danneggiate.
Un altro aspetto riguarda le collusioni e commistioni tra contesti mafiosi e contesti politici, imprenditoriali e istituzionali. La così detta ‘area grigia'. Pensiamo al reato di concorso esterno in associazione mafiosa che spesso contestiamo ai componenti dell'area grigia, ovvero politici, professionisti e imprenditori. Un pubblico ministero intimorito e delegittimato perché dovrebbe rischiare una contestazione così difficile?
Secondo me, quindi, anche nelle indagini antimafia, se passasse questa riforma, si tenderà a non esplorare l'area grigia.
E poi magistrati come Giovanni Falcone e Rocco Chinnini sono stati sia PM che giudici…
La cosa importante è adottare gli stessi criteri di valutazione del giudice. Prima di chiedere una misura cautelare o una condanna bisogna chiedersi: cosa farei se fossi il giudice, se fossi io a decidere? È la cultura della giurisdizione, non può venire meno. Io non mi sentirò mai parte di un procedimento penale. A me piace la definizione dei pubblici ministeri presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano: si chiamano ‘promotori di giustizia'.
Se passasse questa riforma vi sentireste più controllati?
Per saperlo dovremmo aspettare le leggi attuative che entrerebbero in vigore entro un anno dal via libera della riforma.
Ci sono Paesi europei dove riforme simili sono già in vigore.
Come in Spagna e in Francia, dove il pubblico ministero risponde all'esecutivo.