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Opinioni
13 Maggio 2015
11:33

Reddito di cittadinanza, è davvero la volta buona o è solo campagna elettorale?

Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e formazioni di sinistra: tutti in campo (con proposte diverse) per il sostegno al reddito e per la lotta alla povertà. Ma lo spazio di manovra è davvero risicato: e il colpo di grazia lo hanno dato Consulta e pensionati…
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La marcia del Movimento 5 Stelle per il reddito di cittadinanza avrebbe dovuto contribuire ad allargare la discussione e ad aumentare il consenso intorno alla proposta. Poi, le dichiarazioni di Beppe Grillo sulle mammografie (probabilmente travisate, ma certamente fuori luogo e controproducenti) hanno finito con il far passare tutto in secondo piano, cambiando completamente il focus dei mezzi di informazione. In ogni caso, la proposta del Movimento 5 Stelle di un reddito minimo garantito (perché di questo si tratta, non di un reddito di cittadinanza) ha il merito indiscutibile di aver riaperto la riflessione sulla pochezza degli interventi per il contrasto alla povertà, uno dei punti più critici dell'operato del Governo Renzi.

Una proposta che ha catalizzato un certo consenso, anche trasversalmente agli schieramenti politici (con la complicità della campagna elettorale, ovviamente). Poche ore fa il Governatore della Lombardia Roberto Maroni ha annunciato la “sperimentazione del reddito di cittadinanza riservato ai cittadini lombardi", attraverso l’utilizzo del Fondo sociale europeo per il contrasto alla povertà (circa 200 milioni di euro); l’idea parte dalla consapevolezza del fatto che “in un momento di crisi economica ci sono fasce crescenti di popolazione che soffrono e non hanno la possibilità di raggiungere i requisiti di sussistenza minima” e si appoggerebbe su una proposta simile avanzata proprio dal Movimento 5 Stelle: “Me la sono letta in questi giorni ed è interessante perché riguarda anche formazione e lavoro”. Una sperimentazione simile partirà anche in Friuli Venezia Giulia, con un fondo di circa 10 milioni di euro stanziato dalla Regione.

Vale la pena di ricordare, però, come andò quando un’altra Regione si mosse in modo autonomo per il “reddito di cittadinanza”. Era la Campania di Antonio Bassolino, che nel 2004 approvò un sostegno al reddito di 350 euro per i nuclei familiari con reddito inferiore a 5mila euro annui. La misura raggiunse oltre 18mila famiglie e circa 50mila persone e fu finanziata con le finanziarie regionali (il primo stanziamento fu di meno di 80 milioni di euro), prima di essere sospesa nel 2010, quando la giunta Caldoro la giudicò “misura inefficace”, promettendo “una seria politica di welfare, fatta di misure di assistenza sociale sempre più concrete e di interventi mirati per l’insediamento lavorativo dei soggetti indigenti”. Come è andata a finire in Campania, è cosa nota a tutti.

Qualcosa si muove però anche in casa democratica, dopo la netta chiusura degli anni scorsi. Nel novembre 2013 Cecilia Carmassi, allora responsabile politiche sociali del PD, bollava come “pura propaganda” la proposta grillina (chiudendo a misure generaliste e ricordando che in “Italia più che negli altri Paesi abbiamo a che fare con l’evasione fiscale e col lavoro nero”) e lo stesso Renzi, nel comizio di piazza del Popolo per le Europee ripeteva: “Noi non vogliamo dare il reddito di cittadinanza, noi vogliamo dare il lavoro agli italiani”.

In questo intervallo di tempo il dibattito in casa democratica non era andato oltre la proposta di “riprendere” il reddito minimo di inserimento di epoca prodiana (nel 1998 il Governo guidato dal Professore approvò una sperimentazione in 200 Comuni che prevedeva “trasferimenti monetari integrativi e programmi di reinserimento personalizzato per puntare sulla responsabilità individuale nel far progredire le proprie condizioni economiche, con forme di supporto per creare le premesse atte a rendere possibile questo percorso (come formazione, orientamento e così via”).

C’è però fermo in Parlamento un disegno di legge che potrebbe essere la base per un confronto con il Movimento 5 Stelle. Il ddl, che porta la firma dei deputati Leva, Agostini, Amendola, Bruna Bossio, Madia, Morani ed altri, intende infatti “istituire il reddito minimo di cittadinanza inteso come strumento di inclusione sociale e di lotta alla povertà”. La proposta prevede l'assegnazione (per un anno con la possibilità di una proroga di altri 12 mesi) di un contributo monetario volto a conseguire l'obiettivo di un reddito minimo pari a 6.000 euro l'anno per ciascun beneficiario, da corrispondere in ratei mensili massimi di euro 500 ciascuno, incrementato di un terzo per ogni familiare a carico. I beneficiari sono disoccupati, inoccupati e lavoratori precariamente occupati con un ISEE inferiore a 6880 euro: non i pensionati, che resterebbero esclusi. Le clausole di esclusione sono simili a quelle previste dai 5 stelle (anche se il sostegno decade al primo rifiuto e non al terzo) e il costo totale della misura sarebbe inferiore al miliardo di euro.

Poi ci sarebbe anche la proposta di Francesco Laforgia e Gianni Cuperlo che prevede un aumento progressivo delle risorse (da 1,7 a 7,1 miliardi dopo quattro anni) e la distinzione fra “chi ha già lavorato e chi no” nella consapevolezza di dover prima “provvedere prima a chi ne ha davvero bisogno, i famosi ultimi”. E infine la “vecchia” proposta di Sinistra Ecologia e Libertà di reddito minimo garantito a 600 euro.

Rispetto alla proposta dei 5 Stelle, dunque, cambierebbe la platea (niente pensionati), la durata (massimo 24 mesi), la consistenza dell'assegno (non 780 euro ma 500 con l'aggiunta di una quota per i familiari, oppure 600) e, ovviamente, la quota complessiva di risorse da impiegare. In un Paese normale, ovviamente, si partirebbe da A e da B per giungere a C, come "compromesso accettabile", ed entrambe le forze esulterebbero parlando di A- e B- come risultato storico. Da noi, come testimoniano la legge anticorruzione e lo stop ai vitalizi per i condannati, uno scenario del genere non è nemmeno lontanamente plausibile. In campagna elettorale, poi, inutile persino sperarci.

E i primi riscontri in Commissione al Senato autorizzano questo pensiero. Così come chiarissimo è Beppe Grillo: "Non apriamo e non chiudiamo nulla. Non vogliamo che persone che sono state al governo per 20 anni, destra e sinistra, prendano le nostre idee e le smontino piano piano. Abbiamo la legge, si mettono lì, la leggono e poi dicono se sono d'accordo o no".

Certo, la distanza tra le proposte è ampia, inutile nasconderlo. Ma sul tema è difficile evitare compromessi, soprattutto alla luce delle condizioni economiche complessive e dei ridotti margini di manovra di cui dispone l'esecutivo, anche alla luce della sentenza della Consulta sull'illegittimità del blocco della perequazione della riforma Fornero. I grillini assicurano di aver trovato coperture certificate, ma le perplessità sono enormi, soprattutto considerando la disomogeneità degli interventi, la non chiara esigibilità dei crediti e la "portata" dell'assegno che, a dire di molti, sarebbe un vero e proprio disincentivo al lavoro. Su quest'ultimo punto la discussione è aperta, fermo restando il fatto che tutte le proposte prevedono meccanismi di controllo (il decadimento nel caso di rifiuto di offerte di lavoro, ad esempio).

L'obiezione più comune, però, è sempre quella che si basa sull'assenza di risorse. Eppure, scriveva qualche tempo fa la professoressa Saraceno su LaVoce: "Si continua a dire che in Italia non si può introdurre una misura di reddito minimo universale per i poveri, del tipo Sostegno all’inclusione attiva (Sia) proposto dalla commissione Guerra durante il Governo Letta perché mancano le risorse. Ma si continuano a consumare risorse preziose in mille rivoli che non riescono mai a fare massa critica e che spesso escludono proprio i più poveri: dagli 80 euro mensili per i lavoratori dipendenti a basso reddito che escludono gli incapienti, agli ottanta euro mensili per tre anni per i neonati in famiglie a basso reddito (che escludono gran parte delle famiglie numerose in cui più è concentrata la povertà)".

Insomma, servono le condizioni, ma soprattutto la volontà politica e la propensione al confronto tra le parti. Utopia, forse. Ma l'idea di rimettere al centro la questione reddituale meriterebbe uno sforzo maggiore.

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A Fanpage.it fin dagli inizi, sono condirettore e caporedattore dell'area politica. Attualmente nella redazione napoletana del giornale. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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