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Polizze catastrofali obbligatorie per le imprese: perché dopo il ciclone Harry i rimborsi rischiano di saltare

I danni provocati dal ciclone Harry hanno riacceso il confronto sulle polizze catastrofali obbligatorie per le imprese. Il paradosso è che molte attività assicurate rischiano comuqnue di non ottenere re alcun rimborso, perche eventi come le mareggiate restano di fatto esclusi dalle coperture previste dalla legge.
A cura di Francesca Moriero
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Quando l'emergenza si ritira e l'acqua lascia spazio a fango, detriti e serrande piegate, resta una sola domanda: chi paga i danni? In Sicilia, Calabra e Sardegna, dopo il passaggio del ciclone Harry, la stima supera gli 800milioni di euro e coinvolge centina di migliaia di imprese, molte delle quali si scoprono oggi in una zona grigia, sospese tra obblighi assicurativi rispettati e rimborsi che potrebbero, invece, non arrivare mai. È proprio in questo spazio incerto che si è riaperto il dibattito sulle polizze catastrofali obbligatorie, introdotte per rendere il sistema più robusto dal punto di vista finanziario di fronte a eventi naturali sempre più frequenti, ma che nella pratica mostrano invece limiti evidenti.

L'obbligo assicurativo: cosa prevede davvero la norma

Ma partiamo dall'inizio. Con la Legge di Bilancio del 2024 lo Stato ha imposto alle imprese iscritte al Registro delle imprese (escluse quelle agricole), l'obbligo di assicurarsi contro alcune grandi calamità: come terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. L'idea, profondamente semplice, almeno sulla carta, era quella di rendere più sostenibile il peso degli indennizzi pubblici e garantire una risposta più rapida in caso di eventuali danni. Da qui la scelta di incidere tra i beni da assicurare: fabbricati, impianti, macchinari, attrezzature e terreni utilizzati per l'attività produttiva. Insomma, un perimetro molto ampio destinato a coinvolgere l'intera struttura economica delle aziende.

Le scadenze differenziate e un sistema a più velocità

L'entrata a regime dell'obbligo però, non è stata affatto uguale per tutti. Le grandi imprese hanno dovuto adeguarsi infatti già nella primavera del 2025, mentre per le medie, piccole e micro-imprese i termini sono slittati fino alla fine dell'anno. Alcuni settori, invece, come per esempio turismo, ristorazione, pesca e acquacoltura, beneficeranno di altri proroghe fino al marzo 2026. Insomma, un calendario assai frammentato che oggi rischia di produrre trattamenti profondamente diversi tra attività colpite dallo stesso evento calamitoso, con conseguenze dirette sull'accesso agli aiuti pubblici.

Il nodo politico

A fare esplodere le polemiche sono state le parole del ministro della Protezione civile Nello Musumeci, che ha richiamato la necessità di verificare quante attività risultassero effettivamente assicurate: "Bisogna capire quante sono le attività danneggiate, quali quelle coperte con assicurazione. Ricordo che da qualche mese in Italia l'assicurazione contro le catastrofi è obbligatoria, quindi la ricognizione va fatta attentamente". Un passaggio che, per molti operatori e associazioni, suonerebbe come un primo vero segnale: la polizza potrebbe diventare il discrimine per l'accesso ai ristori statali. Ed è proprio qui, che emergerebbe la contraddizione più forte del sistema.

Il grande escluso: le mareggiate non sono coperte

Le polizze catastrofali obbligatorie, così come definite dalla normativa, non coprono le mareggiate, né la penetrazione dell'acqua marina, né molti allagamenti causati da piogge brevi e violentissime, le cosiddette "bombe d'acqua"; proprio quei fenomeni cioè che, negli ultimi anni, producono i danni più ingenti lungo le nostre coste. Insomma, il risultato è davvero paradossale: imprese regolarmente assicurate potrebbero ora non ricevere alcun rimborso perché l'evento che le ha colpite non rientra ufficialmente tra quelli assicurabili per legge.

Le critiche

Secondo l'Associazione Nazionale Utenti Servizi Pubblici (Assoutenti), il sistema delle polizze catastrofali sarebbe ancora in una fase sperimentale e usarlo come filtro per l'accesso agli aiuti pubblici rischierebbe solo di creare nuove disuguaglianze. L'obbligo assicurativo, spiegano, "non sempre corrisponde a una copertura effettiva dei rischi reali che colpiscono il territorio". In altre parole, si chiede alle imprese di assicurarsi, ma le si lascia scoperte proprio di fronte agli eventi che oggi non sono più eccezionali ma profondamente ricorrenti. Una posizione condivisa anche da Confesercenti, che sottolinea come il richiamo alle polizze dopo il ciclone Harry sia fuorviante: chi ha stipulato l'assicurazione rischia di non essere rimborsato perché la mareggiata non è coperta; chi non l'ha stipulata potrebbe invece perdere l'accesso ai contributi pubblici, pur avendo subito lo stesso identico danno, spiegano. Un cortocircuito che, insomma, non accelera la ripartenza dei territori, ma aggiunge incertezza a un quadro già profondamente fragile.

Il rischio di scaricare tutto sui privati e la richiesta di un confronto con il governo

Sul fondo resta una questione politica più ampia: il timore che le polizze catastrofali diventino uno strumento per ridurre progressivamente l'intervento pubblico, trasferendo sui privati il costo dell'assenza di politiche strutturali di prevenzione e adattamento climatico. Le assicurazioni, ricordano le associazioni, non fermano le frane, non contengono le mareggiate e non mettono in sicurezza i territori. A farlo, se mai, sono gli investimenti, la pianificazione e le scelte pubbliche. Da qui la richiesta di un tavolo di confronto tra governo, compagnie assicurative, associazioni dei consumatori e rappresentanze delle imprese, con l'obiettivo di correggere un impianto che cosi com'è, rischia di non proteggere proprio nessuno.

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