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Guerra Ucraina-Russia

Perché la parola “militari” nel decreto Armi all’Ucraina sta facendo litigare la Lega con il governo

Non trova pace la Lega: dopo aver spinto per settimane per ‘moderare’ il decreto sull’invio di armi all’Ucraina ora invita – o almeno, lo fanno alcuni suoi esponenti di spicco – a non votare quello stesso decreto, varato dal governo Meloni. Il punto di cui si è parlato di più è la parola “militari”, che appare nel titolo del decreto, ma lo scontro è sulla sostanza.
A cura di Luca Pons
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Le tensioni non si sono fermate, nel centrodestra, con il via libera al decreto che autorizza il governo a inviare armi e aiuti all'Ucraina per tutto il 2026, facendo solo un passaggio dal Copasir invece di richiedere ogni volta l'approvazione di Camera e Senato. Era un provvedimento su cui, da mesi, la Lega faceva pressione. Dopo aver criticato lo stesso decreto adottato a fine 2024 (come sempre fatto dal 2021 in poi in poi), il Carroccio aveva messo in chiaro che non avrebbe sostenuto un altro anno di invio di armamenti a Kiev.

Alla fine è arrivato un compromesso: il decreto è stato approvato lo stesso, ma dentro si dice che hanno "priorità" gli aiuti "logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici". Ma non è bastato a chiudere la polemica. Tanto più che presto il dl arriverà in Parlamento, e la Lega dovrà decidere se votarlo per convertirlo in legge. Cosa che Roberto Vannacci, ad esempio, ha chiesto ai suoi colleghi di partito di non fare.

Lo scontro sulla parola "militari" e l'iniziale soddisfazione della Lega

Il compromesso raggiunto sul decreto sembrava un soluzione sufficiente, che avrebbe permesso a entrambe le parti di dire che avevano avuto ragione. Fratelli d'Italia e Forza Italia potevano sottolineare che sono cambiamenti di superficie, e che la sostanza resta la stessa. La Lega poteva rivendicare che il testo non è identico a quello degli scorsi anni, e che si è voluto dare più spazio agli aiuti che non sono offensivi (anche se termini come "logistici" e "protezione dagli attacchi" lasciano parecchio margine per attrezzature militari).

In effetti è andata così, ma solo in parte. Innanzitutto perché, fin dal giorno in cui il Consiglio dei ministri si è riunito per varare il decreto, sono nate nuove polemiche. Nella prima bozza del testo, il titolo del dl parlava di "cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti" all'Ucraina. Un cambiamento evidente: in tutti gli anni precedenti, si leggeva "mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari". Un'apparente vittoria, anche se solo simbolica, per la Lega.

Invece, quando il governo ha annunciato l'ordine del giorno ufficiale della riunione, la doccia fredda per il Carroccio: nel titolo è tornata la parola "militari". Più di un osservatore ha fatto notare che alla fine, per non meglio precisati "motivi personali", Matteo Salvini non ha preso parte al Cdm.

Una volta che il governo ha varato il decreto, la Lega si è comunque detta soddisfatta perché i suoi suggerimenti erano "stati recepiti". Come detto, sia i leghisti sia gli alleati hanno potuto mantenere le proprie posizioni. Il senatore Claudio Borghi, esponente di spicco del Carroccio e uno dei più polemici sul tema delle armi, sui social ha lamentato la mancanza di "stile" di "qualcuno" (per aver rimesso la parola "militari" nel titolo, cosa che evidentemente non era concordata), ma nel complesso ha esultato: "Il testo prevede esattamente quello che chiedevamo".

Vannacci lancia l'appello ai suoi: "Spero che il Parlamento dica di no"

La questione sembrava chiusa, e invece sono ricominciati i problemi. A partire da Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega e figura ormai diventata parecchio ingombrante nel partito, sempre protetto da Matteo Salvini, anche dai malumori interni. L'eurodeputato ha commentato sui social: "Il governo proroga fino al 2026 gli aiuti militari all'Ucraina. Altre armi, altri soldi. Stessa linea". E soprattutto: "La parola al Parlamento. Spero dica no".

Il decreto Ucraina, infatti, come tutti i decreti-legge, ora dovrà passare da Camera e Senato per essere convertito in legge, entro 60 giorni dal momento in cui è pubblicato in Gazzetta ufficiale. Se non si rispetta la scadenza, il decreto viene annullato. La pubblicazione non è ancora avvenuta, quindi il conto alla rovescia non è partito. Ma i leghisti saranno chiamati a votare esplicitamente, in Parlamento, il decreto. Inutile dire che, se decidessero di non farlo, si aprirebbe una crisi politica nel governo Meloni.

A Vannacci ha risposto il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, rappresentante dell'ala più ‘moderata' della Lega: "Premesso che il segretario si chiama Salvini, io farò quello che dirà il mio segretario, non quello che dice il vicesegretario". Salvini, però, sulla questione non si è ancora esposto.

Borghi annuncia che non voterà il dl: cosa succede

Nel frattempo chi ha ripreso a parlare è il senatore Borghi, che ha annunciato che non voterà il decreto in questione. Sui social, il leghista ha spiegato che è una posizione personale: "Non lo voterò lo stesso. Ma solo perché ho promesso che non l'avrei fatto. Altrimenti, stanti i cambiamenti, l'avrei votato senza problemi".

Borghi ha anche sottolineato che non intende lanciare "nessun appello" ai suoi colleghi di partito perché non votino il decreto. "Ognuno è libero di votare quello che vuole". Nel frattempo, ha anche riacceso la polemica sul titolo del decreto: "È stato un gentile alleato" a cambiarlo. "La lealtà ci si mette tanto tempo a costruirla e un secondo a perderla".

Insomma, le tensioni non si fermano. Da una parte l'auspicio di Vannacci, dall'altra la posizione – pur personale – di Borghi. E, in tutto ciò, il segretario Matteo Salvini che non prende posizione. La Lega sembra intenzionata a spingere ancora sulla linea anti-sostegno militare a Kiev, fino a quando sarà possibile.

Va detto che una vera e propria rottura in Parlamento, con il Carroccio che esce dalla maggioranza per votare contro il decreto, al momento sembra decisamente improbabile. Se non altro perché la linea ufficiale del partito, fino ad adesso, è stata di soddisfazione rispetto ai contenuti del decreto.

Per il momento gli alleati guardano e aspettano. "Ci possono essere dei problemi, ma siamo tre partiti diversi: l'importante è fare sintesi", ha detto Antonio Tajani (leader di Forza Italia) al Messaggero. "Noi abbiamo sempre fornito aiuti all'Ucraina e continueremo a farlo fin a che necessario".

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