Nell’epoca del post ideologismo, dell’assenza dell’Idea e del trionfo del senso pratico, a uscire decisamente indebolita è la concezione della politica che può fare a meno dei grandi riferimenti ideologici e delle visioni di insieme. È il trionfo della ricerca del consenso, della propaganda come fine e della deresponsabilizzazione come bussola dell’azione politica, ora ridotta a semplice amministrazione. L’annunciato taglio dei parlamentari, raccontato all’opinione pubblica come un “taglio delle poltrone”, si inserisce perfettamente in tale contesto. Stiamo parlando, infatti, di un provvedimento probabilmente non necessario, di sicuro non urgente, e su cui permangono molti dubbi di natura giuridica e politica, che meriterebbero maggiore considerazione e non una riduzione in slogan semplicistici.

Come vi stiamo raccontando, il Senato ha dato il via libera in seconda lettura al disegno di legge costituzionale in materia di riduzione del numero dei parlamentari, che modifica gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. Ove la Camera desse il via libera in seconda lettura, sempre a maggioranza assoluta, la legge si intenderebbe approvata, salvo indizione di un referendum (che potrà essere chiesto entro tre mesi dalla pubblicazione da un quinto dei membri di Camera o Senato, da cinque Consigli regionali o da cinquecentomila elettori). La proposta prevede essenzialmente una riduzione di 365 parlamentari: per quanto riguarda la Camera si passerebbe dai 630 attuali a 400, di cui 8 eletti nelle circoscrizioni estero, invece di 12; al Senato, invece, dai 315 attuali si passerebbe a 200, di cui 4, e non più 6, eletti nella circoscrizione estero; il taglio per ogni camera è dunque del 36,5%.

Le ragioni alla base di una simile modifica sono essenzialmente tre: il Parlamento costa troppo, i parlamentari sono troppi, la macchina legislativa è lenta e inefficiente. E meritano qualche considerazione ulteriore, perché se può avere senso una revisione complessiva di meccanismi, funzioni e anche numero degli eletti, è lecito farsi qualche domanda su una riforma che cambia "solo" i numeri della rappresentanza.

I parlamentari sono davvero troppi?

Il primo argomento a sostegno della proposta di riforma verte su un assunto: 945 parlamentari (più i senatori a vita) sono “troppi”. I numeri però sembrano indicare una cosa diversa, dal momento che, in rapporto alla popolazione, abbiamo un deputato ogni 96mila abitanti e un senatore ogni 192mila. Come spiega un report del Centro Studi del Senato, si tratta di un tentativo portato avanti con alterne fortune da anni, e anche nella diciassettesima legislatura la questione era stata affrontata più o meno allo stesso modo. Nella relazione che accompagnava la proposta di modifica, "si proponeva di passare dall’attuale criterio di un deputato ogni 95.000 abitanti ad un parametro più in linea con gli standard europei: un deputato ogni 125.000 abitanti. Ne sarebbe derivato un numero complessivo di 480 deputati. Per i senatori, si proponeva un numero complessivo di 120, ripartiti in proporzione al numero di abitanti in ciascuna Regione". Successivamente, la Commissione per le riforme costituzionali, istituita dall’allora Presidente del Consiglio l’11 giugno 2013, invece, nel corso di un articolato lavoro che comprendeva anche la forma di governo, gli istituti di partecipazione popolare e il superamento del bicameralismo paritario, propose una Camera di 450 deputati e un Senato tra i 150 e i 200 membri. Il Parlamento, nei mesi successivi, discusse e approvò la riforma Boschi – Renzi, che prevedeva 630 deputati e 100 senatori, nell'ambito della revisione dell'assetto istituzionale e del bipolarismo perfetto: progetto bocciato poi a larga maggioranza dal voto dei cittadini il 4 dicembre del 2016.

Ora Lega e Movimento 5 Stelle, con il supporto di Fratelli d'Italia, ci riprovano, insistendo sempre sul fatto che i parlamentari italiani siano "troppi". Per capire se questa polemica ha senso, proviamo a fare un confronto con gli altri paesi della Unione Europea. Ecco, sostanzialmente al momento il dato italiano è comunque tra i più bassi in Europa ed è molto simile a quello di paesi come la Germania e la Francia:

Il risparmio dei costi per lo Stato

Uno dei cavalli di battaglia dei proponenti è il risparmio dei costi per le casse dello Stato che sarebbe determinato dall'approvazione della riforma. Anche qui però le cifre sparate un po' ovunque (Di Maio parla di 500 milioni a legislatura) non sembrano molto precise. Il senatore di Forza Italia Malan ha calcolato che il risparmio complessivo determinato dal taglio dei parlamentari sarebbe di 61 milioni l’anno, cifra simile a quella calcolata per la riforma Renzi – Boschi, stimata in 50 milioni l’anno. In effetti, la riforma non incide né sul personale, né sulle spese correnti di funzionamento delle Camere, né sui trattamenti previdenziali (almeno non nel breve termine), dunque il semplice taglio dei parlamentari determinerebbe risparmi sulla quota per indennità, spese per l’esercizio del mandato e rimborsi spese di senatori e deputati. Una cifra minima rispetto ai circa 975 milioni di costo della Camera dei deputati e ai 550 circa di costo del Senato. Questo perché la mera riduzione del numero di parlamentari non è affiancata dalla revisione dei processi e delle strutture che determinano la spesa maggiore per le casse dello Stato e non è da escludere che, per gestire una mole di lavoro maggiore e spostamenti più ampi, il costo per singolo parlamentare post riforma possa aumentare.

I costi, infatti, sono strettamente legati all'attività politica e a quella istituzionale e su questo aspetto, come si legge nella relazione finale della Commissione del 2013, l'errore di percezione fondamentale nasce dal fatto che "nel dibattito pubblico il tema della riduzione del numero dei parlamentari è stato connesso a quello del costo delle attività politiche, confondendo così questo piano con quello dei costi della democrazia". Un terreno scivoloso, sul quale bisogna agire con molta cautela. Volendo ragionare allo stesso modo dei proponenti, ad esempio, si potrebbe dire che solo il referendum per confermare o meno il taglio dei parlamentari costerà circa 300 milioni di euro, bruciando dunque i risparmi dei primi sei anni. Ha senso ragionare in questo modo quando in gioco vi è la rappresentanza dei cittadini?

Rappresentanza e potere legislativo

"Ridurre, in questo modo, il numero dei parlamentari distrugge la rappresentanza democratica. Siamo alla follia. Il combinato disposto del taglio del numero dei parlamentari e del Rosatellum produrrà un effetto distorsivo nella rappresentanza, con soglie di sbarramento che passeranno, dal formale 3%, anche al 10%-20% e oltre a causa dei collegi elettorali che, soprattutto al Senato, diventano enormi e ingestibili tanto da svilire la rappresentanza”. Sono queste le parole con cui Federico Fornaro, deputato di Liberi e Uguali, ha sintetizzato uno dei principali problemi di una riforma fatta i questo modo. Ettore Maria Colombo su Tiscali ha analizzato come cambierebbe poi lo scenario dopo il taglio secco dei parlamentari, sottolineando come a “meno poltrone” corrisponda nei fatti “meno democrazia”:

Oltre alla soglia ‘esplicita’ di sbarramento (il 3% nel Rosatellum), scatta una soglia ‘implicita’ legata al fatto, semplice e banale ma devastante, per la rappresentanza, che il numero dei deputati e, soprattutto, dei senatori da eleggere diminuisce drasticamente. Soprattutto al Senato, dove la maggioranza delle regioni italiane, tranne quelle popolose, non eleggerà più di 4 senatori, nei collegi proporzionali, e un numero molto basso (tre), fissato per legge, nei collegi uninominali. Insomma, non solo per le liste ‘minori’ (dal 3% al 5% dei voti, che dovrebbero avere il diritto, in base alla soglia di sbarramento, di eleggere), ma anche per liste ‘maggiori’ (tra l’8% e il 10%, fino al 20%) sarà praticamente impossibile ottenere eletti, al Senato.

Ma c’è di più, perché a una diminuzione della rappresentatività delle Camere corrisponde indirettamente anche un indebolimento delle stesse, non proprio il modo migliore di rispondere alla crisi di fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Come ha spiegato la senatrice De Petris nel corso della discussione del provvedimento, servirebbe piuttosto ricostruire e rafforzare un legame ancor più forte tra cittadini ed eletti, magari fermando il percorso di costante indebolimento del Parlamento, in atto ormai da tempo:

L'ossessione è stata sempre quella di rafforzare e verticalizzare il potere nelle mani dell'Esecutivo e ciò è andato avanti costantemente, con le decretazioni d'urgenza, che non sono realmente d'urgenza; con il fatto che la maggior parte dell'attività parlamentare che svolgiamo non riguarda l'iniziativa legislativa parlamentare, ma consiste nell'intervenire continuamente per convertire decreti-legge e dare pareri su atti del Governo, con le relative questioni di fiducia.

Basta del resto considerare i numeri forniti da OpenPolis: la stragrande maggioranza delle leggi approvate sono ratifiche di trattati internazionale o decreti legge, secondo una prassi cominciata anni fa e adottata anche dal governo Lega – Movimento 5 Stelle con grande naturalezza. In questa dinamica non si vede quale effetto migliorativo possa arrivare dalla semplice riduzione del numero dei parlamentari.

Anche dal punto di vista della "velocità" ed "efficacia" del lavoro del Parlamento in seguito alla riduzione dei componenti è lecito sollevare qualche dubbio. Questo perché la riforma non interviene sui meccanismi istituzionali, non intacca il bicameralismo perfetto, non modifica i rapporti col governo, né (ovviamente) incide sui regolamenti parlamentari e sulle dinamiche interne alle Camere. Il tempo medio di approvazione di una legge nella XVII legislatura è stato di 237 giorni, con un legame diretto fra la volontà politica del governo e la celerità del via libera del Parlamento: anche senza considerare i decreti, consideriamo che le 46 leggi di iniziativa parlamentare hanno richiesto in media 504 giorni l’una (quasi un anno e mezzo), le 195 leggi di iniziativa governativa sono state approvate in media in 172 giorni, neanche 6 mesi (FONTE). La riforma non migliora questi meccanismi perché, non solo non interviene direttamente nei meccanismi del bicameralismo, ma aumenta anche il carico di lavoro per il singolo parlamentare e per il suo staff, con il rischio che a sconfinare sia ancora più spesso il governo.