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Referendum sulla giustizia 2026

Perché il caso Palamara non è un argomento a favore della riforma Meloni-Nordio

Lo scandalo dell’Hotel Champagne è un grimaldello retorico usato dai sostenitori del Sì al referendum costituzionale (con l’ex magistrato in prima linea). Ma il sorteggio dei membri del CSM non elimina il Sistema: rafforza invece l’influenza della politica, minando l’indipendenza del potere giudiziario.
A cura di Roberta Covelli
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C’è un nome che torna spesso, come un randello retorico lanciato contro la magistratura. Non importa quale sia l’obiezione tecnica o la critica politica alla riforma costituzionale su cui saremo chiamati a votare con il prossimo referendum: la risposta arriva automatica, quasi pavloviana: "E allora il caso Palamara?!".

È una frase passepartout, pensata per scatenare indignazione e convincere all’accondiscendenza verso ogni misura che tocchi il "Sistema". Ma chi vuole votare consapevolmente sulla riforma Meloni-Nordio deve mettere da parte slogan e scorciatoie, e affrontare la questione con logica, spirito critico e attenzione ai fatti.

Tra disciplinare e penale: i fatti sanzionati nel caso Palamara

Partiamo dai fatti, allora. Maggio 2019: l’inchiesta della Procura di Perugia scoperchia quello che passerà alla storia come lo scandalo dell’Hotel Champagne. Grazie a un trojan inserito nel cellulare di Luca Palamara (allora membro del CSM e già presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati) viene a galla un fitto intreccio di incontri finalizzati a trovare accordi e alleanze sulle nomine dei magistrati nei vari uffici giudiziari.

Palamara viene travolto da un procedimento disciplinare che si conclude, nel settembre 2020, con la sanzione più dura: la radiazione, poi confermata in appello dalle Sezioni Unite della Cassazione. Sul piano penale, la vicenda si chiude con un patteggiamento per traffico di influenze illecite, reato meno grave della corruzione inizialmente ipotizzata. Altri procedimenti penali restano incagliati tra conflitti di attribuzione e autorizzazioni a procedere.

Perché è importante capire la differenza tra giurisdizione e autogoverno

Per capire che cosa c’entra davvero il caso Palamara con la riforma, è indispensabile distinguere tra due piani che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente confusi: la giurisdizione e l’autogoverno della magistratura.

La giurisdizione riguarda l’esercizio della funzione giudiziaria e incide direttamente sui diritti delle persone sottoposte a procedimento: per questo è circondata da una serie di garanzie volte ad assicurarne la terzietà e l’imparzialità. I giudici sono soggetti a regole di incompatibilità, possono essere ricusati in presenza di conflitti di interesse e le loro decisioni devono essere sempre motivate, proprio per renderle controllabili. Non solo: quelle decisioni sono impugnabili, secondo un sistema di gradi di giudizio che consente di sottoporle a verifica fino all’ultimo livello previsto dall’ordinamento.

L’autogoverno, invece, riguarda l’organizzazione interna della magistratura, in quanto ordine costituzionale autonomo e indipendente. L’organo che se ne occupa è il Consiglio Superiore della Magistratura, il CSM, in cui si decidono nomine, incarichi, trasferimenti. Questa autonomia nell’organizzazione è funzionale a garantire l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato. Questo non significa però, come vedremo, che sia (o debba essere) un corpo neutro, asettico, né soprattutto apolitico: come ogni comunità complessa, infatti, anche la magistratura è attraversata da visioni diverse.

L’autogoverno, comunque, non incide sulla giurisdizione, se non marginalmente: certamente un procuratore capo potrà essere più o meno sensibile a determinate questioni, ma i procedimenti penali si istruiscono comunque sulla base di regole, tutele, garanzie valide a prescindere dalla corrente politica a cui aderiscono i vertici di una ufficio giudiziario. In altri termini: ammesso e non concesso che il caso Palamara rappresenti la prova di un sistema profondamente marcio, il guasto riguarderebbe l'amministrazione delle carriere, non l’amministrazione della giustizia.

Una strategia difensiva non è una testimonianza obbiettiva

C’è poi un tema di affidabilità della fonte che non può essere ignorato. Nel 2021 esce il libro-intervista di Luca Palamara con Alessandro Sallusti dall’eloquente titolo: Il Sistema.

Ma il racconto dell’ex magistrato non è la testimonianza di un whistleblower, un informatore che decide di denunciare dall’interno un sistema di cui fa ancora parte. È una narrazione che prende forma solo a posteriori, dopo la radiazione, quando la sua carriera togata è ormai definitivamente conclusa per decisione degli organi di autogoverno. Palamara non interviene nei procedimenti per collaborare all’accertamento della verità giudiziaria, ma affida la propria versione dei fatti a un prodotto mediatico, costruito insieme a un giornalista con una chiara collocazione politica. Si tratta di un racconto mediato, non neutro, che va letto tenendo conto della posizione di chi lo produce.

Un impegno comunicativo simile risponde a una strategia difensiva piuttosto chiara. Da un lato, c’è l’esigenza di una ricostruzione reputazionale; dall’altro, il tentativo di diluire una responsabilità individuale, già accertata e sanzionata, dentro una rappresentazione generalizzata di colpe diffuse. È una dinamica ben nota: se il sistema è interamente compromesso, allora la colpa del singolo perde rilevanza, se tutto è marcio allora nessuno è davvero colpevole.

Che questa narrazione non sia politicamente neutra emerge anche dalle scelte successive dello stesso Palamara, che dopo la radiazione ha cercato un ruolo pubblico e una legittimazione politica, fino a candidarsi e a proporsi come rivelatore della verità sulla magistratura. Credere ciecamente alla sua versione significa ignorare che non siamo davanti a una rivelazione imparziale, ma a una narrazione interessata, che va valutata per quello che è: una strategia difensiva ex post. Sembra il racconto perfetto per chi voglia sostenere la riforma Meloni-Nordio (come in effetti fa anche Palamara, pubblico sostenitore del Sì al referendum), purché si decida di trascurare il ruolo della componente politica.

L’amnesia selettiva: il ruolo della politica (e dei membri laici del CSM)

Nel trattare il racconto di Palamara come il testo sacro di accusa della magistratura tutta, i sostenitori del Sì decidono di trascurare un elemento centrale delle vicende di spartizione. Fin dalla prima pagina del libro-intervista affidato a Sallusti, infatti, Palamara chiarisce: "La verità è che dietro ogni nomina c’è un patteggiamento che coinvolge le correnti della magistratura, i membri laici del Csm e, direttamente o indirettamente, i loro referenti politici, e ciò è ampiamente documentabile".

La riforma Meloni-Nordio, però, sceglie di intervenire chirurgicamente solo su un lato del Consiglio Superiore della Magistratura. Attraverso il sorteggio della componente togata si mira a smantellare le correnti, producendo, di fatto, un gruppo di magistrati atomizzati. Sorteggiando i membri togati dalla totalità dei magistrati si finisce per portare nell’organo di autogoverno individui tecnicamente competenti (hanno vinto un concorso!), ma privi di quella consapevolezza politica e di quel sostegno collettivo necessari per gestire dinamiche di potere complesse. Un magistrato sorteggiato è un soggetto solo, vulnerabile e irresponsabile, che potrebbe non avere la forza di restare saldo su posizioni scomode o di intercettare e rifiutare pressioni.

Al contrario, la componente laica non viene affatto neutralizzata. Il sorteggio di professori e avvocati avverrebbe all'interno di una lista compilata dal Parlamento in seduta comune: un filtro dove l'influenza della maggioranza di governo è determinante. Si crea così un'asimmetria letale: da una parte magistrati estratti a sorte, isolati e politicamente disarmati; dall'altra membri laici che rispondono a logiche di spartizione e schieramento.

La riforma Meloni-Nordio, con l’uso retorico del caso Palamara, non punta a eliminare la commistione tra giustizia e politica, ma a erodere l'autonomia politica della magistratura, finendo per renderla (ancor più) permeabile a desiderata e pressioni esterne. Più che una cura per il Sistema, sembra il tentativo di privare la magistratura dei suoi anticorpi, trasformando una legittima (e fisiologica) dialettica interna in una debolezza strutturale davanti agli altri poteri.

Tra patologia e fisiologia: difendere il valore della politica

Il grande equivoco alimentato dal caso Palamara, e cavalcato dal governo Meloni e dai sostenitori del Sì al referendum costituzionale (tra cui si annovera lo stesso Luca Palamara), è infatti l’idea che la magistratura debba essere un corpo inerme e senza pensiero critico, come se la politica fosse di per sé un’infezione da eradicare. Ma la politica, nella sua accezione più alta, è l'organizzazione di una collettività attorno a visioni del mondo: che un ordine di diecimila magistrati sia attraversato da sensibilità diverse non è un'anomalia da loggia massonica, ma un segno di vitalità democratica. Le correnti, infatti, sono liste palesi, pubbliche e regolamentate, non fronde occulte, che competono solo per le elezioni dell’organo di autogoverno e non per influenzare sentenze.

È qui allora che, tornando al caso Palamara, bisogna distinguere tra la patologia e la fisiologia. Il traffico di influenze, la ricerca di vantaggi personali e le cene carbonare per spartirsi le nomine sono la patologia: un problema che il "Sistema" ha dimostrato di saper identificare ed espellere, radiando Palamara e sospendendo per periodi più o meno lunghi gli altri soggetti coinvolti.

La scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari attraverso il voto del CSM è invece fisiologia. Per diventare giudice o p.m. si passa da un concorso ma, una volta dentro la magistratura, è l’organo di autogoverno a decidere nomine, trasferimenti, provvedimenti: è la Costituzione a prevederlo. Decidere delle carriere dei magistrati è alta amministrazione, necessariamente discrezionale e dunque basata su valutazioni anche di indirizzo (che comunque non sono mai assolute, visto che contro ogni atto è ammesso il ricorso al TAR – o alle Sezioni Unite della Cassazione, nel caso dei provvedimenti disciplinari).

La bugia (o l’errore) della riforma Meloni-Nordio sta proprio qui: se lo scopo fosse davvero garantire la meritocrazia, si sarebbero previsti concorsi interni per i ruoli direttivi, come accade per i funzionari della pubblica amministrazione. Invece, si sceglie di mantenere intatto il potere discrezionale sulle carriere, ma si toglie ai magistrati il diritto di scegliere i propri rappresentanti, affidandosi alla sorte, e senza rinunciare alla nomina parlamentare di una lista di professori e avvocati tra cui selezionare (pardon, sorteggiare) i componenti laici del CSM.

Sostituire il voto con il sorteggio non serve a premiare i migliori, ma a garantire che i membri togati che siedono nell’organo di autogoverno siano soggetti isolati e politicamente disarmati, lasciando campo libero all'influenza della componente laica e dei suoi referenti parlamentari. Se riscriviamo l’architettura istituzionale usando come scusa l’esempio di Palamara, non stiamo affatto smantellando il Sistema: lo stiamo semplicemente privando dei suoi anticorpi. La riforma Meloni-Nordio, in definitiva, non cura la patologia della commistione tra giustizia e politica, ma la istituzionalizza a vantaggio del potere esterno alla magistratura, minandone irrimediabilmente l'indipendenza.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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