Pensioni, errore Inps sugli assegni di vecchiaia: in arrivo i rimborsi degli arretrati dopo i ricalcoli

Negli ultimi mesi è emersa un'importante criticità nel sistema di calcolo delle pensioni erogate dall'INPS, che riguarda in particolare una parte dei trattamenti liquidati a partire dal 1° gennaio 2024. Un vero e proprio errore già avvenuto nella fase di prima liquidazione degli assegni. In concreto, diversi lavoratori pubblici andati in pensione si sono trovati a percepire importi inferiori rispetto a quelli effettivamente spettanti. La causa non è legata a carenze contributive o a requisiti mancanti, ma all'applicazione di criteri di calcolo non corretti, chiaramente meno favorevoli rispetto a quanto previsto dalla normativa vigente.
La questione è emersa progressivamente, anche grazie alle segnalazioni degli stessi pensionati e ai ricorsi presentati. Così, a seguito delle verifiche effettuate, l'INPS ha riconosciuto l'errore e fornito i chiarimenti necessari. Un passaggio decisivo, perché comporta infatti non solo il ricalcolo degli assegni per il futuro, ma anche il diritto, per i soggetti interessati, al recupero delle somme non percepite, comprensive di interessi e degli eventuali adeguamenti previsti.
Chi riceverà il rimborso dell'Inps sulle pensioni di vecchiaia
La correzione riguarda principalmente i lavoratori pubblici iscritti a quattro ex casse Inpdap:
- Enti locali;
- Sanità;
- Ufficiali giudiziari;
- Insegnanti d'asilo.
I trattamenti interessati sono quelli a cui, in fase di prima liquidazione, sono state applicate regole meno favorevoli rispetto a quanto previsto dalla legge. Per i pensionati coinvolti sono previsti anche arretrati, interessi legali e, nei casi previsti, rivalutazione monetaria. A questo punto resta però la domanda più concreta: cosa devono fare i pensionati coinvolti? In linea generale, nulla. L'INPS ha precisato che il ricalcolo delle pensioni di vecchiaia interessate avverrà in automatico, senza necessità di presentare una nuova domanda. Sarà quindi l'Istituto a rivedere i conteggi, correggere gli importi e procedere con il pagamento delle somme dovute. Questo non esclude, però, che sia utile controllare la propria posizione, soprattutto per verificare che il ricalcolo venga effettivamente applicato.
Gli arretrati delle pensioni di vecchiaia: cosa viene restituito
La correzione degli errori non riguarda però soltanto eventuali importi futuri, ma anche quanto è già stato pagato in misura inferiore al dovuto. Chi si è visto riconoscere una pensione più bassa avrà diritto a recuperare tutte le differenze maturate nel tempo, a partire dalla decorrenza dell'assegno. A questi importi si aggiungeranno anche gli interessi legali e, nei casi previsti, la rivalutazione monetaria. In altre parole, il rimborso terrà conto sia dell'errore sia del tempo trascorso prima della sua correzione.
E se erano stati chiesti soldi indietro?
Un aspetto ancora più delicato riguarda i cosiddetti indebiti, cioè le somme che in alcuni casi l'INPS potrebbe aver chiesto indietro ai pensionati. Se questi importi derivano da un calcolo errato, come in questa situazione, il presupposto viene meno. Ed è proprio questo il punto chiarito dall'Istituto: quei debiti non sono validi, perché nascono da un errore originario. Di conseguenza, dovranno essere annullati. Le pratiche già avviate verranno riesaminate e anche eventuali ricorsi ancora aperti saranno sistemati alla luce di questo chiarimento.
Da dove nasce l'errore Inps sulle pensioni di vecchiaia
Per capire davvero cosa è successo bisogna però fare un passo indietro e tornare alla Legge di Bilancio 2024, cioè la norma che ha introdotto le modifiche all'origine di tutta la vicenda. Quella legge è intervenuta sul sistema di calcolo di alcune pensioni dei dipendenti pubblici, in particolare per chi era iscritto alle vecchie gestioni Inpdap, come enti locali, sanità e scuola dell'infanzia. Il cambiamento ha riguardato le cosiddette aliquote di rendimento, cioè quei parametri che servono a stabilire quanto "pesano" gli anni di contributi nella parte retributiva della pensione. Con la riforma, per alcune categorie queste aliquote sono state ridotte. In termini concreti, significa che a parità di anni lavorati e contributi versati, l'importo della pensione può risultare più basso rispetto a prima. Fino a qui, però, non c'è nessun errore: si tratta di una scelta prevista dalla legge, quindi di una modifica legittima del sistema. Il problema nasce dopo, cioè nel modo in cui questa norma è stata applicata nei casi concreti.
Il dettaglio che ha fatto la differenza
Durante l'iter di approvazione della norma è stato infatti introdotto un correttivo decisivo, che ha cambiato in modo sostanziale la portata della riforma. In origine, infatti, la riduzione delle aliquote di rendimento rischiava di avere un impatto molto ampio. Successivamente, però, il Parlamento ha ristretto l'applicazione delle nuove regole, stabilendo un principio preciso: i criteri meno favorevoli dovevano valere solo per le pensioni anticipate. Questo significa che chi sceglie di uscire dal lavoro prima dell'età prevista per la vecchiaia può essere soggetto a un calcolo meno vantaggioso. Al contrario, per le pensioni di vecchiaia (cioè quelle raggiunte con i requisiti ordinari di età) la legge ha previsto esplicitamente il mantenimento del sistema precedente, più favorevole. Non si tratta di una distinzione secondaria, perché questa differenza serve proprio a tutelare chi arriva alla pensione seguendo il percorso "standard", con l'obiettivo di evitare appunto eventuali penalizzazioni sull'importo dell'assegno. Il punto critico della vicenda nasce esattamente qui: nella fase applicativa, questa distinzione non è stata sempre rispettata, e in alcuni casi le regole più penalizzanti sono state estese anche a pensioni che avrebbero dovuto restarne escluse.
L'errore nei calcoli e cosa conta davvero
Nella pratica, alcune pensioni di vecchiaia sono state calcolate usando le nuove aliquote ridotte, previste invece per le pensioni anticipate. Questo ha portato a assegni mensili più bassi rispetto a quelli dovuti. L'errore non riguarda il modo in cui il rapporto di lavoro si è concluso, ma esclusivamente la tipologia di pensione riconosciuta: se il trattamento è una pensione anticipata si applicano le nuove aliquote, se è una pensione di vecchiaia devono essere utilizzati i criteri precedenti, più favorevoli. L'INPS ha di fatto riconosciuto la svista e procederà al ricalcolo corretto degli assegni, sia per il futuro sia per gli importi già erogati in misura inferiore.
Il ruolo della data: 31 dicembre 2023
C'è poi un passaggio fondamentale che incide direttamente sul modo in cui viene calcolata la pensione: la data del 31 dicembre 2023. La regola da tenere a mente è questa: chi ha maturato entro quella data tutti i requisiti per andare in pensione continua ad avere diritto al sistema di calcolo precedente, cioè quello considerato più favorevole. Questo vale anche se la pensione ha iniziato a essere pagata nel corso del 2024. In sostanza, non conta quando arriva il primo assegno, ma il momento in cui si perfeziona il diritto alla pensione. È quella la data che "blocca" le regole da applicare. Lo stesso principio vale anche per i cosiddetti lavoratori precoci: se avevano già maturato e certificato il diritto entro il 31 dicembre 2023, non rientrano nelle nuove modalità di calcolo introdotte dalla riforma, anche nel caso in cui l'uscita effettiva dal lavoro e il pagamento della pensione siano avvenuti successivamente.