L’avvicinamento dell’Italia alla Belt & Road Initiative (BRI) – la Nuova Via della Seta – continua a delinearsi, a poco più di una settimana dalla visita del presidente cinese Xi Jinping nel nostro paese. La BRI è un progetto di infrastrutture, lanciato dal governo di Pechino nel 2013 a livello terrestre, marittimo e digitale. L’obiettivo è quello di far rivivere la Via della Seta, un flusso commerciale che ha collegato Oriente ed Occidente per secoli, mettendo in contatto mercati, culture e persone. Gli investimenti cinesi stanno ormai da anni confluendo in opere di costruzione, modernizzazione e finanziamenti di strade, porti, ferrovie e ponti, iniziando anche ad interessare la linea di frequenza 5G.

Il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, incontra il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping
in foto: Il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, incontra il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping

Sono ormai più di 80 i paesi nel mondo che hanno preso parte all’iniziativa. Si tratta principalmente di stati africani ed euroasiatici. L’Italia sarebbe il primo paese del G7 a firmare un memorandum d’intesa (MoU) per aderire alla BRI. La sottoscrizione dell’accordo dovrebbe avvenire durante la visita di Xi Jinping, in Italia dal 21 al 24 marzo, tra le polemiche e le preoccupazioni espresse sia da Bruxelles che da Washington.

Le preoccupazioni della Casa Bianca e dell'Ue

Il governo statunitense per primo ha espresso le proprie apprensioni, raccolte da un articolo pubblicato sul Financial Times, per quanto riguarda la partecipazione dell’Italia, paese fondatore dell’Unione Europea e storico alleato di Washington, all’iniziativa cinese. La Casa Bianca ha affermato che l’adesione di Roma alla nuova Via della Seta non aiuterà l’Italia ad uscire dalla recessione economica. Secondo quanto affermato dal portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Garrett Marquis, l’unico risultato sarebbe un danneggiamento della reputazione internazionale del paese mediterraneo.

Anche Bruxelles ha espresso una certa preoccupazione per un possibile avvicinamento tra Italia e Cina. La scorsa settimana un portavoce dell’Unione Europea ha sottolineato l’importanza, per tutti gli stati membri, di essere coerenti con le leggi e le politiche dell’Ue e di rispettarne l’unità nell’implementarle. Il portavoce ha poi continuando precisando che, nonostante alcuni stati membri abbiano sottoscritto il proprio impegno nei confronti della BRI, le istituzioni dell’Unione e la maggior parte dei paesi che vi aderiscono non lo hanno fatto. Infine, il funzionario ha concluso rimarcando le pretese di Bruxelles verso Pechino: più trasparenza e piena adesione alle norme internazionali rispetto al commercio e agli investimenti sul mercato.

Il governo cinese non è rimasto in silenzio di fronte alla presa di posizione di Stati Uniti ed Unione europea. Il ministro degli esteri cinese, Wang Yi, ha dichiarato che l’Italia dovrebbe mantenere la linea presa nei confronti della BRI, facendo poi riferimento all’indipendenza del paese e delle sue decisioni, un’allusione non troppo implicita all’intervenzionismo di Washington.

Conflitti interni

Le scontro fra posizioni avverse non ha interessato solo il contesto globale, ma si è presentato anche nello stesso governo italiano. Se da una parte il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio, insieme al sottosegretario allo Sviluppo Economico Michele Geraci e al ministro dell’Economia Giovanni Tria, si sono spesso recati in Cina parlando della partecipazione alla BRI come di un’importante opportunità di crescita, dall’altra parte altrettanti esponenti dell'esecutivo hanno espresso parecchie perplessità. In prima linea, il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini che, in una conferenza stampa, affiancato dal sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti, ha affermato di non essere disponibile a ragionare con partner commerciali “se si tratta di colonizzare l’Italia e le sue imprese”. Salvini ha poi aggiunto come “il trattamento di dati sensibili sia sicurezza e interesse nazionale”, riferendosi ai timori sollevati nei confronti del soft power e dell’influenza strategica di Pechino.

Anche il sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi ha espresso il proprio dissenso riguardo alla sottoscrizione di un MoU. Sebbene un memorandum d’intesa esprima solo una convergenza di interessi, indicando una mera volontà di intraprendere un percorso comune senza risultare in un vero e proprio contratto vincolante, per Picchi la sottoscrizione di un tale impegno necessita di ulteriori riflessioni in seno al governo.

Cavallo di Troia

Le posizioni critiche nascono specialmente dalla preoccupazione per cui il progetto cinese sia una specie di cavallo di Troia per i mercati europei, ossia un’apparente fonte di guadagno che maschera però l’instaurarsi di un rapporto di dipendenza economico-finanziaria che, a lungo termine, potrebbe risultare solo un vincolo per il paese che vi partecipa. Un esempio portato a sostegno di questa tesi è il caso del porto del Pireo in Grecia, di cui la compagnia cinese COSCO (China Ocean Shipping Company) ha acquistato il 67% della quota. Se è vero che il traffico nel porto mediterraneo è notevolmente aumentato, il prezzo politico di questo risultato potrebbe essere alto. Un anno dopo la maxi-acquisizione della compagnia cinese, Atene ha messo il veto ad una dichiarazione Ue rivolta alle Nazione Unite che condannava le violazioni dei diritti umani da parte di Pechino. In molti hanno visto nel veto greco un riflesso dell’influenza politica cinese, che spinge le proprie radici sempre più lontano.

AAA posizione comune cercasi

Secondo Tria si tratterebbe di una tempesta in un bicchier d’acqua”. Il ministro ha parlato da Bruxelles assicurando che “nessuna regola commerciale ed economica verrà cambiata: non sarebbe nemmeno una possibilità italiana visto che il commercio internazionale è una competenza europea”. Possibilità o meno, l’Italia ha aperto alle trattative con la Cina in solitaria. Ma “la Belt & Road non è una cosa che l’Italia può fare in perfetto isolamento”, ha obiettato il sinologo Francesco Sisci a Start Magazine, spiegando come “ogni rapporto bilaterale delicato abbia un impatto molto più ampio”, e per questo necessita di un consenso altrettanto allargato.

La Commissione Europea, riunita a Strasburgo, vorrebbe lanciare un richiamo agli stati membri con l’intenzione di prendere parte all’iniziativa cinese, ricordando loro la necessità di mantenere la piena unità sulla questione. La comunicazione sulle relazioni con la Cina precede il meeting del 21 marzo a Bruxelles che stabilirà una strategia comune di fronte agli investimenti di Pechino nel vecchio continente. Il prossimo 9 aprile si attende invece l’incontro diretto con i rappresentanti cinesi.