Nessuna donna è al riparo dalla violenza economica: intervista all’economista femminista Azzurra Rinaldi

Paghe più basse, lavoro di cura non retribuito tutto sulle spalle delle donne, mercato del lavoro inaccessibile, educazione finanziaria inesistente: sono tutte forma di violenza economica. Una forma di violenza subdola, spesso invisibile da quando viene normalizzata, di cui abbiamo parlato con Azzurra Rinaldi, economista femminista.
A cura di Annalisa Girardi
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La violenza di genere non è uniforme, non si esplicita sempre nello stesso modo. E ci sono alcune forme di violenza talmente subdole, talmente normalizzate e interiorizzate, che fatichiamo addirittura a definirle come tale. Parliamo piuttosto di abitudini, di retaggio culturale. E non ci interroghiamo fino in fondo sull'impatto che hanno nella quotidianità di oltre metà della popolazione. La violenza economica è una di queste forme di violenza invisibilizzate, descritte come discriminazioni di serie B, che non vanno prese troppo sul serio. E così molte donne finiscono per accettare di avere il conto corrente controllato dal partner, la paga rivista a ribasso rispetto a quella del collega maschio, il lavoro di cura non retribuito tutto sulle proprie spalle.

Il denaro è potere, lo è sempre stato. Essere estromesse dalla produzione e dal controllo del denaro relega le donne ai margini, le debilita sistematicamente. "Le donne vengono infantilizzate dal sistema. È come se avessero undici anni: hanno bisogno che qualcuno dia loro i soldi o che li gestisca al loro posto. È tutto il sistema che tiene le donne fuori dal mercato del lavoro. Quando pensiamo alla violenza economica pensiamo che succeda solo a donne in condizioni di grande marginalità economica o sociale. Ma non è vero. Non c’è niente che ci mette completamente al riparo dalla violenza economica. Succede anche alle donne molto ricche, la violenza economica attraversa tutte le classi sociali.", ci spiega Azzurra Rinaldi, economista femminista, autrice e professoressa all'Università Sapienza di Roma.

Sotto l'ombrello della violenza economica ricadono varie dinamiche. Tra queste troviamo anche il cosiddetto gender pay gap, cioè la differenza di salario per pari mansioni, ma non solo. Significa anche ostacolare l'accesso alle donne alle mansioni e ai settori più retribuiti, bloccare gli scatti di carriera, e molto altro: "Una delle obiezioni più frequenti che sento è che la disparità salariale non può esistere in Italia, perché abbiamo i contratti collettivi nazionali. Ma non tutte le persone sono coperte da un contratto collettivo. E poi il contratto prevede una parte fissa e una parte variabile della retribuzione. La parte variabile è premiale. In un sistema fortemente stereotipato come il nostro, anche i criteri di valutazione di quella parte premiale sono costruiti attorno a un lavoratore — uso il maschile consapevolmente — che è disponibile dodici ore al giorno, che può partecipare alla call delle sette di sera e magari anche alla birra dopo. Perché non ha carichi di cura non retribuita: non deve occuparsi della casa, dei figli, della famiglia. Perché a casa c’è qualcuna che lo fa, e qui uso il femminile consapevolmente", sottolinea Rinaldi, specificando inoltre che spesso alle donne vengono proposti contratti diversi sin dall'entrata nel mercato del lavoro.

Tutti i principali istituti che producono dati, dall'Inps all'Istat, fotografano una disparità salariale che arriva fino al 20%. Che appunto è data anche dall'assenza delle donne nei ruoli apicali. Le donne sono solo il 4% degli amministratori delegati, il 21% dei dirigenti, poco più del 32% dei quadri: "Nella piramide del lavoro le donne sono concentrate soprattutto alla base. La verità è che esistono barriere oggettive e una di queste è la maternità legata all'assenza di servizi. Io ho quasi cinquant'anni: le femministe prima di me parlavano di asili nido, io ne parlo ancora, e le giovani in piazza protestano per lo stesso motivo".

Parlare di quote rosa – di posti ai vertici riservati alle donne – è però un discorso molto complesso da affrontare, che nella stragrande maggioranza dei casi viene ricevuto come minimo con astio. "Questa è un'altra narrazione potentissima del patriarcato: l'idea che gli uomini abbiano il merito infuso e le donne no. Ma i dati dicono che nei paesi ricchi le donne studiano di più, si laureano prima e con voti più alti. Se il mercato fosse perfetto e senza stereotipi, le donne comincerebbero a comandare il mondo perché hanno il più grande capitale umano. Non è solo un tema di giustizia sociale, è un tema di inefficienza economica. Lo stereotipo lega la donna alla cura e ne disegna la carriera. Molte donne brave rifiutano i posti per quote perché vogliono essere riconosciute per il merito, ma per me questo è un fallimento: il potere non si cede mai autonomamente, si protegge. Raggiungeremo la parità quando avremo ai vertici tante donne totalmente incapaci e mediocri quanti sono stati gli uomini incapaci e mediocri che abbiamo avuto finora. Di un uomo non ci si chiede mai: “Sarà bravo abbastanza?”. Di una donna sì, e finiamo per interiorizzarlo anche noi con la sindrome dell'impostora".

La violenza e le discriminazioni in ambito economico e finanziario pervadono la nostra quotidianità anche quando non ce ne rendiamo conto. La verità è che è il sistema progettato in quel modo: "Tutte le economie sono basate sulla distinzione tra lavoro produttivo e riproduttivo. Il capitalismo si basa sullo sfruttamento del lavoro gratuito delle donne. Nasce con l'idea dell'uomo forte, razionale e "maledettamente illuminista", contrapposto alla donna emotiva o "isterica". Vediamo uomini come Trump, modelli di irascibilità e infantilismo, ma ci si chiede ancora se una donna possa governare durante il ciclo. In finanza vediamo i "crypto bro": non è razionalità, è tutta emotività e performance. Dobbiamo cambiare postura. Non dobbiamo dire “poverelle le donne”, ma capire, come dice persino il Fondo Monetario Internazionale, che se non valorizziamo il capitale umano femminile non cresceremo mai. Abbiamo la chiave per far crescere il Paese, per portare innovazione e produttività. Se il lavoro di cura fosse retribuito o diviso, libereremmo una ricchezza enorme. Non stiamo togliendo fette di torta agli uomini: l'idea è mettere in forno una torta più grande per tutti", conclude Rinaldi.

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