La prima denuncia era partita già un mese fa. Una delegazione di ricercatori della Cild, Coalizione italiana per le libertà e i diritti civili, di avvocati dell'Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e di mediatori culturali di IndieWatch, aveva acceso i riflettori sulle condizioni dell'hotspost di Lampedusa, e degli ospiti, tutti migranti, costretti a vivere in condizioni di estremo degrado, spesso in aperta violazione dei più basilari diritti umani, come avevamo già raccontato in un precedente articolo.

Ieri mattina le associazioni hanno presentato alla Camera dei deputati il rapporto sulla situazione attuale dell'hotspot, che dimostra quali siano le criticità ancora riscontrabili sull'isola. In primo luogo nell'hotspot, che dovrebbe essere solo un centro di smistamento temporaneo, un semplice posto di identificazione, dove le persone dovrebbe essere trattenute per non più di 48 ore, i migranti si trovano invece ad alloggiare per almeno due mesi. Come è accaduto a un ragazzo tunisino di 30 anni, che si è suicidato lo scorso 5 gennaio, dopo essere arrivato nella struttura a fine ottobre. Nell'edificio non esiste una mensa, e le persone sono costrette a mangiare per terra o appoggiate sui muretti; si dorme anche in 36 ammassati nella stessa stanza, e la notte non c'è acqua.

Il centro, per gravi carenze strutturali, è stato chiuso lo scorso 13 marzo. Ciononostante, come hanno denunciato le associazioni, l'hotspot è parzialmente operativo: un padiglione ancora agibile, tra quelli che si sono salvati dall'incendio appiccato dagli stessi migranti, in seguito a una manifestazione di protesta, è stato occupato ancora da nuovi profughi, sbarcati a Lampedusa proprio in questi ultimi giorni.

Del resto era stato lo stesso ministro degli Interni Marco Minniti a specificare che l'hotspot, nonostante la formale chiusura, sarebbe comunque servito, in caso di emergenza, ad assicurare le operazioni di primissimo soccorso ed identificazione. Ma le associazioni umanitarie hanno sottolineato che per una decina di giorni dopo il rogo avvenuto nella notte tra l'8 e il 9 marzo, i migranti hanno continuato a dormire nei locali dichiarati inagibili, o all'addiaccio.

È stato proprio in occasione di quegli scontri che si sono verificate cariche della polizia. Come ha raccontato Giulia Crescini di Asgi a Fanpage.it "I profughi hanno cercato di forzare la porta principale per uscire e raggiungere il centro abitato, per protestare nella piazza della chiesa. Ma la polizia li ha bloccati al cancello principale e si sono verificate le colluttazioni". 

I trasferimenti illegittimi nei Centri di permanenza per i rimpatri

In seguito alla chiusura temporanea dell'hotspot 100 migranti sono stati trasferiti nei Cpr di Torino, Brindisi e Potenza. Una prassi, che secondo quanto hanno spiegato le associazioni, è illegittima, perché lo spostamento coatto per queste persone ha significato il passaggio a un regime di trattenimento a rischio rimpatrio. Ma il trattenimento dei richiedenti asilo per legge è consentito soltanto in casi eccezionali. Per questo i migranti coinvolti sono stati ritenuti soggetti socialmente pericolosi, considerati tutti responsabili dell'incendio doloso dell'hotspot. Un'evidente forzatura giuridica.

Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene (Cpt) del Consiglio d’Europa ha visitato gli hotspot di Lampedusa, Pozzallo e Trapani, e i Cpr di Caltanissetta, Ponte Galeria (Roma) e Torino. Nel rapporto stilato il comitato ha sottolineato l'esigenza di un approccio europeo per gestire le politiche migratorie in Italia. Ma ha anche evidenziato come l'hotspot di Lampedusa non possa servire per lunghe permanenze, aggiungendo che anche nei Cpr visitati gli ospiti subiscono intimidazioni e violenze. Anche sulla base di queste indicazioni le associazioni chiedono un superamento dell'approccio hotspot adottato dal Governo e il superamento delle strutture di detenzione amministrativa per i migranti. Si chiedono inoltre quale possa essere la destinazione finale del centro dell'isola siciliana dopo i lavori di ristrutturazione. Una volta sistemati i locali si tornerà al vecchio utilizzo improprio del centro? E nel frattempo nasceranno altri centri simili nel Sud Italia?

I diritti violati: lesione del diritto di difesa

La delegazione dei volontari era partita con lo scopo di fornire assistenza legale agli ospiti del centro. Ma gli avvocati Gennaro Santoro e Giulia Crescini, per poter accedere all'interno della struttura e così raccogliere le testimonianze dei migranti, avrebbero dovuto ricevere l'autorizzazione della Prefettura di Agrigento. Via libera che però ad oggi, non è mai arrivato.

Il limbo giuridico

Per i 140 ospiti dell'hotspot, la maggior parte dei quali tunisini, si era creata una situazione paradossale. Pur avendone diritto, i migranti che avevano manifestato la volontà di richiedere la protezione internazionale, non avevano potuto formalizzare la domanda. La Questura, per legge, dovrebbe assicurarsi che l'iter di formalizzazione della domanda sia concluso nel giro di tre giorni, che possono essere estesi a dieci in caso di un numero elevato di domande. Ma per i richiedenti i tempi si sono dilatati senza una ragione.

I ricorsi presentati alla Corte europea dei Diritti dell'uomo

La grave situazione di violazione dei diritti umani, l'insicurezza in cui sono costretti a vivere i soggetti più vulnerabili all'interno dell'hotspot, hanno portato alla presentazione da parte delle associazione di cinque ricorsi d'urgenza alla Corte europea dei Diritti dell'uomo, tutti ritenuti ammissibili dalla Corte, che ha chiesto chiarimento al governo italiano. Dopo la chiusura temporanea del centro, e quindi dopo il relativo trasferimento dei migranti in strutture idonee della provincia di Agrigento, questi procedimenti non sono più stati ritenuti necessari. Tuttavia i legali hanno presentato dei ricorsi ordinari, per chiedere la condanna dello Stato italiano al pagamento di un risarcimento per le situazioni di alcuni nuclei familiari.

La storia di Aisha e Aziz

Uno di questi ricorsi riguarda la vicenda di Aziz e Aisha, e della loro figlia di 8 anni. La famiglia è arrivata al centro a febbraio 2018, dopo tre giorni di navigazione, in cui la piccola è svenuta per la fame e la sete. Nonostante il centro dell'isola non fosse una struttura idonea a ospitarli, i tre sono rimasti lì per un mese, senza ricevere assistenza legale e senza ottenere alcun documento che attestasse la loro richiesta di protezione internazionale. Inoltre Aisha ha subito un tentativo di aggressione sessuale una notte, da parte di un altro migrante ubriaco, e sotto gli occhi della figlia, che ha avuto per questo una crisi di panico, rimanendo priva di sensi per alcune ore. L'abuso ai danni di Aisha è stato evitato solo grazie al suo compagno Aziz, perché la polizia, nonostante la donna avesse urlato chiedendo aiuto, non è intervenuta. Come se non bastasse durante gli scontri per la protesta nell'hotspot, la bambina ha ricevuto una manganellata sull'addome, che le ha provocato un trauma. In un video inedito, girato proprio da Aziz, si sente la bambina urlare: "Mama darbuni bil matrak", cioè "Mamma mi hanno picchiato con il manganello";  il dottore presente consigliava al padre di non filmare, ma Aziz ha insistito: "Lasciami filmare così lo vedono anche a Roma".