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Guerra tra Iran, Usa e Israele

Nei paesi del Golfo la risorsa più preziosa non è il petrolio, è l’acqua

Nel Golfo e nell’Asia Sud Occidentale, l’acqua è una risorsa strategica quanto il petrolio: le città dipendono dalla desalinizzazione e dai sistemi idrici vulnerabili, e i conflitti militari rischiano di trasformarla in un vero obiettivo di guerra. Questo rende la sicurezza idrica una delle sfide più cruciali della regione oggi.
A cura di Francesca Moriero
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Per decenni l'Asia Sud Occidentale è stata raccontata al mondo quasi esclusivamente attraverso una lente energetica. È la regione del petrolio, delle rotte marittime che attraversano il Golfo Persico, delle petroliere che transitano nello stretto corridoio dello Stretto di Hormuz e che, con il loro passaggio, determinano l'andamento dei mercati globali. Ogni crisi militare nella regione, ogni escalation diplomatica tra potenze rivali, viene tradizionalmente letta come una possibile minaccia alla stabilità dell'approvvigionamento energetico mondiale. Sotto questa narrazione, che domina da mezzo secolo il modo in cui il mondo osserva il Golfo, esiste una fragilità ancora più profonda e allo stesso tempo molto meno visibile. Non riguarda il petrolio, ma l'acqua.

Gran parte della penisola arabica e delle coste che si affacciano sul Golfo Persico è caratterizzata da un clima desertico, con precipitazioni minime, corsi d'acqua quasi inesistenti e falde sotterranee che negli ultimi decenni sono state sfruttate fino al limite della loro capacità di rigenerazione. Il risultato è che molte delle città più ricche e tecnologicamente avanzate del pianeta, da Dubai a Kuwait City, sopravvivono grazie a un sistema infrastrutturale poco visibile ma assolutamente vitale: gli impianti di desalinizzazione, cioè le gigantesche strutture industriali che trasformano l'acqua di mare in acqua potabile.

È un paradosso quasi perfetto della modernità geopolitica: alcune delle economie più potenti del pianeta grazie agli idrocarburi dipendono, per la loro stessa sopravvivenza quotidiana, dall'acqua del mare trasformata attraverso processi industriali complessi. Ed è proprio questa infrastruttura silenziosa che oggi rischia di entrare direttamente nella logica della guerra.

Quando gli impianti idrici entrano nella logica del conflitto

Negli ultimi giorni il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele ha iniziato a sfiorare proprio queste strutture: le autorità del Bahrein hanno denunciato che un drone lanciato dall'Iran avrebbe colpito e danneggiato un impianto di desalinizzazione nel paese, provocando danni materiali alla struttura. Poche ore dopo è arrivata una denuncia speculare da parte di Teheran: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di aver bombardato un impianto di desalinizzazione sull'isola iraniana di Qeshm, sostenendo che l'attacco avrebbe compromesso l'approvvigionamento idrico di circa trenta villaggi (Washington ha respinto le accuse, negando di aver colpito infrastrutture civili).

In termini militari si tratta di episodi relativamente circoscritti, ma il loro significato strategico è molto più ampio. Perché indicano che una delle infrastrutture più delicate della regione, quella cioè che garantisce l’accesso all'acqua potabile, sta entrando nel raggio d'azione delle operazioni militari. E questo cambia profondamente il quadro della guerra.

Come funziona la desalinizzazione

Kuwait, impianto di Desalinizzazione dell’acqua
Kuwait, impianto di Desalinizzazione dell’acqua

Per comprendere la portata del problema, però, bisogna prima capire cosa sono davvero questi impianti. La desalinizzazione è il processo industriale attraverso il quale l'acqua di mare viene resa potabile eliminando il sale e le altre impurità. La tecnologia più diffusa oggi è quella dell'osmosi inversa: enormi quantità di acqua marina vengono spinte ad alta pressione attraverso membrane speciali che trattengono i sali minerali e lasciano passare solo le molecole di acqua. Il risultato è acqua dolce che può essere immessa nelle reti idriche delle città. Il processo, però, è estremamente energivoro, richiede cioè grandi quantità di elettricità e infrastrutture complesse che spesso sono integrate con centrali energetiche. Questo significa che molti impianti di desalinizzazione sono, di fatto, nodi industriali strategici dove convergono acqua, energia e sistemi di distribuzione. Se uno di questi impianti smette di funzionare, l'effetto può essere quindi immediato: intere città rischiano di restare senza acqua nel giro di pochi giorni.

Una dipendenza quasi totale

Teheran piegata dalla siccità, religiosi pregano per la pioggia
Teheran piegata dalla siccità, religiosi pregano per la pioggia

La dipendenza dei paesi del Golfo da questa tecnologia è impressionante. In Kuwait, per esempio, circa il 90 per cento dell'acqua potabile proviene dalla desalinizzazione. In Oman la percentuale supera l'86 per cento. In Arabia Saudita si aggira intorno al 70 per cento. Anche gli Emirati Arabi Uniti, che hanno sviluppato sistemi di gestione delle falde sotterranee e programmi di riutilizzo delle acque, dipendono in larga misura da questo sistema, soprattutto nelle grandi aree urbane. Nel complesso, la regione del Golfo ospita una parte significativa della capacità mondiale di desalinizzazione: centinaia di impianti distribuiti lungo le coste producono ogni giorno milioni di metri cubi di acqua potabile. Senza queste infrastrutture, molte delle città costruite negli ultimi cinquant'anni nel deserto non potrebbero esistere nelle loro dimensioni attuali. Ed è proprio per questo che gli analisti strategici parlano spesso della desalinizzazione come del vero "tallone d'Achille" della regione.

Il punto debole strategico del Golfo

A differenza delle installazioni militari, che sono spesso disperse o protette da sistemi di difesa complessi, gli impianti di desalinizzazione sono relativamente facili da individuare e colpire. Si trovano quasi sempre lungo le coste, devono essere collegati al mare e sono strutture di grandi dimensioni, difficili da nascondere o delocalizzare. Come spesso accade nelle infrastrutture energetiche, poi, molti di questi impianti sono integrati con centrali elettriche. Questo significa che un attacco alla rete energetica può interrompere contemporaneamente sia la produzione di elettricità sia quella di acqua potabile. Cosa significa? Che la vulnerabilità è quindi doppia. Per questo il diritto internazionale umanitario considera le infrastrutture che garantiscono l'accesso all'acqua tra quelle che dovrebbero essere maggiormente protette durante i conflitti armati. Colpirle deliberatamente può configurare una violazione grave delle leggi di guerra (in alcune circostanze un vero e proprio crimine di guerra).

L'Iran e la sua crisi idrica strutturale

La rivolta degli assetati, 2021
"La rivolta degli assetati", 2021

In questo contesto, il paradosso più grande è che proprio l'Iran, uno dei protagonisti del conflitto, vive da anni una delle crisi idriche più gravi della regione. A differenza delle monarchie del Golfo, l'Iran dipende meno dalla desalinizzazione e si affida soprattutto a dighe, bacini interni, falde sotterranee e alle risorse idriche provenienti dalle catene montuose del paese. Negli ultimi due decenni il paese ha attraversato cicli di siccità sempre più intensi, aggravati dal cambiamento climatico e da una gestione delle risorse idriche spesso criticata dagli stessi esperti iraniani. Le precipitazioni sono diminuite, i bacini idrici sono scesi a livelli preoccupanti e molte delle falde sotterranee che alimentano le città sono state sfruttate oltre la loro capacità di rigenerazione.

La capitale Teheran, una metropoli di circa dieci milioni di abitanti, vive ormai da tempo con razionamenti periodici dell'acqua e riduzioni della pressione nelle reti idriche durante alcune ore della giornata. Alcuni studi parlano apertamente del rischio di raggiungere il cosiddetto "giorno zero dell'acqua", cioè il momento in cui il sistema idrico non riesce sostanzialmente più a soddisfare la domanda della popolazione. Anche nel settore agricolo la situazione è critica: l'Iran ha infatti costruito negli ultimi decenni numerose dighe e sistemi di irrigazione per sostenere la produzione agricola, ma l'uso intensivo delle falde sotterranee ha provocato un abbassamento drastico del livello dell'acqua in moltissime regioni del paese. La scarsità d'acqua non è quindi soltanto una questione ambientale o economica, ma anche profondamente politica. Negli ultimi anni la gestione delle risorse idriche ha già provocato proteste in diverse regioni del paese: nel 2021, nella provincia sud-occidentale del Khuzestan, migliaia di persone sono scese in strada, nella cosiddetta "rivolta degli assetati", proprio contro la mancanza d'acqua e il prosciugamento dei fiumi. Episodi simili si sono ripetuti anche in altre città iraniane, spesso legati all'apertura o alla gestione delle dighe e alla distribuzione delle risorse idriche tra agricoltura, industria e centri urbani.

La guerra e i suoi effetti ambientali

Il conflitto rischia quindi ora di aggravare ulteriormente questa situazione. Nei pressi di Teheran alcuni attacchi contro infrastrutture petrolifere hanno provocato incendi industriali di grandissime dimensioni, con colonne di fumo visibili a chilometri di distanza. Gli incendi di petrolio rilasciano nell'atmosfera particelle sottili, metalli pesanti e composti chimici che possono contaminare l'aria, il suolo e le risorse idriche. Quando queste sostanze si depositano sul terreno o vengono trascinate dalla pioggia, possono addirittura infiltrarsi nei sistemi idrici e peggiorare ulteriormente la qualità dell'acqua disponibile. È uno degli effetti meno visibili ma più duraturi delle guerre moderne: la contaminazione ambientale che continua a produrre conseguenze anche molto tempo dopo la fine delle operazioni militari.

Petrolio, rotte marittime e lo Stretto di Hormuz

Impianto petrolifero, Iran
Impianto petrolifero, Iran

Naturalmente il petrolio resta comunque una componente centrale della crisi. Lo Stretto di Hormuz (oggi quasi completamente bloccato) rimane uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta. Attraverso questo corridoio largo poche decine di chilometri transita circa il 20% del petrolio mondiale. Ogni escalation militare nella regione provoca immediatamente oscillazioni nei prezzi del greggio e tensioni nei mercati finanziari; non è solo una questione energetica: lo stretto rappresenta anche una rotta fondamentale per il commercio globale tra Asia, Medio Oriente ed Europa. Per questo la comunità internazionale osserva ogni movimento militare nella regione con estrema attenzione.

La guerra del futuro potrebbe essere quella dell'acqua

Dietro questa dimensione energetica si sta facendo però strada una realtà ancora più profonda. Da decenni, infatti, alcuni analisti avvertono che nell'Asia Sud Occidentale del XXI secolo l'acqua potrebbe diventare una risorsa geopolitica ancora più sensibile del petrolio. Già negli anni Ottanta alcune analisi interne dell'intelligence statunitense indicavano che diversi governi della regione consideravano la sicurezza idrica una questione strategica fondamentale per la stabilità dei loro paesi. Quarant'anni dopo quella previsione appare molto meno teorica: se gli impianti di desalinizzazione diventassero bersagli sistematici di guerra, l'impatto non sarebbe soltanto militare o economico. Sarebbe umanitario: milioni di persone vedrebbero minacciata la loro fornitura d'acqua potabile quotidiana. Ed è forse proprio questa la dimensione più inquietante della nuova fase del conflitto: nell'Asia Sud Occidentale del XXI secolo, la risorsa che può decidere la tenuta delle società non è soltanto il petrolio che alimenta l'economia globale, ma l'acqua che permette alle città di continuare a esistere.

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