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Migranti, via libera al nuovo decreto flussi: 500mila ingressi regolari nei prossimi tre anni

Il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo decreto flussi per il triennio 2026-2028. Il provvedimento stabilisce l’ingresso regolare di 500mila lavoratori stranieri, tra stagionali, non stagionali, colf e badanti. Previsti incentivi per i Paesi di origine che collaborano nel contrasto alla migrazione irregolare.
A cura di Francesca Moriero
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Il Consiglio dei ministri, riunitosi oggi a Palazzo Chigi, ha dato il via libera a un pacchetto di misure che include il nuovo decreto flussi 2026-2028, destinato a regolare l’ingresso programmato di lavoratori stranieri in Italia. Il provvedimento, insieme a nuove norme per la valutazione delle performance nella Pubblica amministrazione e al disegno di legge sul Rendiconto generale dello Stato 2024 con l’assestamento di bilancio per il 2025, segna un ulteriore passo del governo nella gestione coordinata delle politiche migratorie e dell’organizzazione del lavoro pubblico. Con il decreto flussi, l’esecutivo punta a garantire l’ingresso regolare di 500mila lavoratori stranieri in tre anni, rafforzando al contempo la cooperazione con i Paesi di origine per contenere la migrazione irregolare.

Le categorie di lavoratori interessate

Le quote annuali sono suddivise tra diverse categorie professionali:

  • 76.850 lavoratori non stagionali e autonomi ogni anno (inclusi colf e badanti)
  • 88.000 stagionali nel 2026, 89.000 nel 2027, 90.000 nel 2028
  • Colf e badanti: 13.600 nel 2026, 14.000 nel 2027, 14.200 nel 2028 (queste sono comprese nel totale del lavoro subordinato non stagionale)

Collaborazione internazionale e quote preferenziali

Il decreto introdurrebbe poi un sistema di quote preferenziali riservate ai lavoratori provenienti da Paesi che collaborano attivamente con l’Italia nella promozione di una migrazione regolare e nel contrasto a quella irregolare; questi Stati, in accordo con il governo italiano, sono chiamati a realizzare campagne informative rivolte ai propri cittadini, volte a sensibilizzarli sui rischi legati ai traffici migratori illeciti. Le quote assegnate a tali Paesi saranno flessibili e calibrate in base ai risultati concreti ottenuti nel triennio precedente, premiando dunque l’efficacia della cooperazione internazionale.

I dati reali: molte quote, pochi permessi

Nonostante le ampie quote previste dal piano, i dati degli ultimi anni evidenziano una netta discrepanza tra le autorizzazioni di ingresso e i permessi effettivamente concessi. Nel 2024, infatti, su un totale di 119.890 quote assegnate, sono state solo 9.331 le domande presentate e finalizzate presso le prefetture, corrispondenti al 7,8% del totale disponibile. Nel 2023, la situazione era leggermente migliore, con 16.188 pratiche concluse su 127.707 quote (pari al 13%), ma il numero di permessi di soggiorno effettivamente rilasciati, a un anno dai cosiddetti “click day”, si è attestato a 9.528, abbassando il tasso di successo reale al 7,5%.

Questo significativo divario tra quote teoriche e ingressi concreti evidenzia le difficoltà operative e burocratiche che frenano il pieno utilizzo delle quote e rallentano la trasformazione delle autorizzazioni in impieghi stabili e regolari sul territorio nazionale.

Focus sull’accordo Italia-Albania: le riserve sollevate dalla Cassazione

Sul fronte della gestione dei flussi migratori, la Corte di Cassazione ha recentemente sollevato importanti perplessità riguardo all’accordo bilaterale tra Italia e Albania, che prevede il trasferimento di migranti in centri di detenzione situati sul territorio albanese e gestiti da personale italiano. Secondo l’Ufficio del Massimario della Cassazione, tale protocollo presenta diversi profili di possibile incompatibilità con la Costituzione italiana, nonché con il diritto internazionale e il diritto europeo: tra le principali criticità evidenziate, vi è innanzitutto la mancanza di garanzie chiare e dettagliate riguardo al diritto alla salute delle persone trasferite. Il documento sottolinea poi che il sistema di assistenza sanitaria in Albania non è equiparabile a quello italiano, configurando così un potenziale rischio per la tutela della salute dei migranti.

Il testo dell’accordo non specifica poi con precisione quali categorie di migranti siano coinvolte, limitandosi a identificarli genericamente come “migranti”. Questa vaghezza genera una disparità di trattamento tra gli stranieri che vengono condotti in Italia e quelli trasferiti in Albania, sollevando dubbi sulla conformità a principi di equità e non discriminazione.

Un ulteriore motivo di preoccupazione riguarda poi anche l’esercizio del diritto di difesa da parte dei migranti trattenuti nei centri albanesi. Secondo la Cassazione, infatti, le modalità di tutela legale non sono regolate da norme legislative precise, ma risultano affidate alla discrezionalità del responsabile italiano del centro, con possibili limitazioni all’effettività del diritto alla difesa.

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