Meloni fa la voce grossa contro chi specula sui prezzi dei carburanti, ma è solo un bluff

Nel pieno di una nuova fase di tensione internazionale, che riporta l'energia al centro della politica e dell'economia globale, il tema dei prezzi dei carburanti è tornato con forza nel dibattito politico italiano. Le oscillazioni del petrolio sui mercati internazionali, alimentate dalle crisi geopolitiche e dall'incertezza sulle forniture energetiche, stanno infatti spingendo verso l'alto i prezzi alla pompa, con conseguenze immediate per famiglie, imprese e interi settori produttivi. Dentro questo contesto, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha scelto di intervenire con toni piuttosto netti durante le comunicazioni al Senato in vista del prossimo Consiglio europeo: da un lato "rassicurando" l'opinione pubblica sulla volontà del governo di intervenire per contenere gli effetti dei rincari, dall'altro "mettendo in guardia" le aziende energetiche da eventuali comportamenti speculativi. Il passaggio più significativo è stato quello in cui la premier ha affermato che il governo "è pronto a fare tutto il possibile" per impedire che "qualcuno" approfitti della crisi per aumentare i prezzi in modo ingiustificato, arrivando a ipotizzare, se necessario un aumento della tassazione per le imprese che dovessero trarre vantaggio da una speculazione sui carburanti. Una dichiarazione dal tono politico certo molto chiaro, che si inserisce nella tradizione, piuttosto frequente nei momenti di crisi energetica, di attribuire gli aumenti dei prezzi alla speculazione. Ma quando si guarda più da vicino al funzionamento dei mercati dell'energia, il quadro che emerge è molto più complesso di quanto possa sembrare a prima vista.
Le contromisure del governo: accise mobili e revisione dell'ETS
Accanto alla minaccia di una tassazione aggiuntiva contro chi dovesse speculare sui prezzi, Meloni ha indicato anche alcune possibili contromisure che il governo starebbe valutando per attenuare l'impatto degli aumenti. Tra queste ci sarebbe innanzitutto il possibile ricorso al sistema delle cosiddette accise mobili, uno strumento fiscale di cui si parla periodicamente nel dibattito energetico italiano. Il principio su cui si basa è relativamente semplice: quando il prezzo dei carburanti aumenta, lo Stato incassa automaticamente più IVA perché questa imposta è calcolata in percentuale sul prezzo finale. In teoria, quindi, una parte di questo maggiore gettito potrebbe essere utilizzata per ridurre temporaneamente le accise, cioè le imposte fisse che gravitano su benzina e diesel, in modo da compensare, almeno in parte, l'aumento dei prezzi. Si tratta sostanzialmente di un meccanismo che non elimina il rincaro ma può attenuarne gli effetti sui consumatori, soprattutto nei momenti in cui il prezzo del petrolio cresce rapidamente.
Meloni ha poi rilanciato una richiesta che il governo italiano porta avanti da molto tempo in sede europea e cioè quella di rivedere il sistema ETS, cioè il meccanismo con cui l'Ue attribuisce un prezzo alle emissioni di anidride carbonica prodotte da industrie e centrali energetiche. Secondo il governo italiano questo sistema, nato come strumento per ridurre l'inquinamento e accelerare la transizione energetica, finirebbe indirettamente "per contribuire all'aumento del costo dell'energia". Parliamo di un tema oggetto di discussione tra i governi europei; la revisione delle regole del mercato del carbonio è già prevista nei prossimi mesi, ma il dibattito resta ancora molto divisivo perché l'ETS è considerato uno dei pilastri della politica climatica europea.
Il prezzo dei carburanti non nasce in Italia
Al di là delle dichiarazioni politiche, però, il nodo centrale resta un altro: il prezzo dei carburanti non viene deciso in Italia. Il prezzo del petrolio e dei carburanti non viene stabilito da singole aziende nazionali o da operatori della distribuzione, ma nasce da un sistema globale in cui entrano in gioco una molteplicità di fattori: la domanda mondiale di energia, le decisioni dei grandi Paesi produttori, le tensioni geopolitiche, la produzione dei giacimenti, le scorte disponibili e le aspettative degli investitori sui mercati finanziari. Benzina e diesel dipendono innanzitutto dal prezzo del petrolio sui mercati internazionali, dove il valore del barile si forma attraverso una rete globale di scambi finanziari e commerciali che coinvolge produttori, compagnie energetiche, grandi industrie e operatori finanziari. In questo sistema entrano in gioco fattori molto diversi tra loro: la produzione dei Paesi esportatori, la domanda mondiale di energia, le decisioni dell'OPEC, le tensioni geopolitiche in regioni chiave come, appunto, quelle del Medio Oriente, il livello delle scorte e persino le aspettative degli investitori sui mercati finanziari. Basta un annuncio politico, una crisi diplomatica o il timore di un'interruzione delle forniture per provocare oscillazioni significative nel prezzo del petrolio, che poi si riflettono certo inevitabilmente anche sui carburanti venduti in Europa.
Per questo motivo, come sottolineano molti economisti, attribuire gli aumenti dei prezzi soprattutto alla speculazione rischia di semplificare eccessivamente il problema. Numerose analisi economiche suggeriscono infatti che la volatilità dei prezzi dell'energia dipende principalmente da fattori reali, come l'equilibrio tra domanda e offerta globale o gli shock geopolitici, mentre il ruolo della speculazione finanziaria appare spesso molto più limitato di quanto venga percepito nel dibattito politico.
Chi guadagna davvero quando aumenta la benzina
Anche la struttura della filiera dei carburanti aiuta a capire perché il discorso sulla speculazione sia più complicato di quanto sembri. Quando il prezzo alla pompa aumenta, l'attenzione dell'opinione publica tende a concentrarsi sui distributori di benzina, ma i gestori delle stazioni di servizio rappresentano in realtà solo l'ultimo passaggio di una catena economica molto più lunga. Il loro margine di guadagno è generalmente molto ridotto e rimane sostanzialmente fisso: pochi centesimi al litro che insomma non cambiano certo di molto anche quando il prezzo del carburante cresce. Il prezzo finale che i consumatori pagano dipende invece soprattutto da altri fattori: il costo del petrolio, come anticipato, le spese di raffinazione e trasporto, i margini delle compagnie energetiche e sopratutto le imposte. In Italia la componente fiscale rappresenta una parte molto consistente del prezzo dei carburanti, tra accise e IVa. Questo cosa significa? Significa che quando il prezzo del petrolio aumenta lo Stato incassa automaticamente più IVA, mentre i gestori degli impianti non necessariamente traggono un vantaggio dall'aumento dei prezzi. Al contrario, prezzi più alti possono ridurre addirittura i consumi e rendere quindi più difficile la sostenibilità economica di molte stazioni di servizio.
Perché la minaccia di tassare chi specula è difficile da applicare
Alla luce di questo quadro, la minaccia di tassare chi specula sui carburanti sembra molto più un messaggio politico che una misura davvero applicabile. Per dimostrare un comportamento speculativo, infatti, sarebbe necessario provare che un'azienda ha deliberatamente aumentato i prezzi al di là di quanto giustificato dall'andamento del mercato internazionale. E in un settore in cui i prezzi cambiano continuamente in risposta a fattori globali, stabilire con precisione quando un aumento diventa "speculazione" è tutt'altro che semplice. Non solo, i mercati delle materie prime funzionano anche grazie alla presenza di operatori finanziari che comprano e vendono contratti legati al petrolio e al gas. Queste attività non sono necessariamente speculative nel senso negativo del termine, spesso servono a garantire liquidità ai mercati o a permettere alle imprese di proteggersi dalle oscillazioni dei prezzi. In altre parole, la volatilità dei prezzi dell'energia è il risultato di un sistema globale estremamente complesso, nel quale le decisioni dei governi nazionali hanno margini intervento limitati.
Il vero problema resta la dipendenza energetica
Dietro la polemica sui prezzi dei carburanti si nasconde una questione forse più strutturale e cioè la dipendenza dell'Italia e dell'Europa dalle importazioni di energia. Finché una parte significativa dell'energia consumata nel continente continuerà a dipendere dal petrolio e dal gas provenienti da altre regioni del mondo, ogni crisi internazionale che coinvolge queste aree avrà inevitabilmente conseguenze anche sui prezzi pagati dai consumatori europei. Le politiche fiscali possono infatti attenuare temporaneamente gli effetti dei rincari, ma difficilmente possono cambiare le dinamiche profonde che determinano il prezzo dell'energia a livello globale. E in questo quadro, più che fare la voce grossa e minacciare con nuove tasse presunti speculatori, il vero nodo politico resta quello di fondo: come ridurre la vulnerabilità di un sistema energetico ancora fortemente esposto alle oscillazioni dei mercati globali.