Meloni attacca i giudici per il rimborso al migrante trasferito in Albania: “Continuano a ostacolarci”

La presidente del Consiglio Meloni, in un video sui social, ha attaccato i giudici del tribunale di Roma che hanno condannato il ministero dell’Interno a rimborsare un uomo trasferito irregolarmente nel Cpr di Djaer, in Albania. Meloni ha parlato di “parte politicizzata della magistratura”, accusando ancora una volta i giudici di impedire al governo di portare avanti le sue politiche.
A cura di Luca Pons
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"Una parte politicizzata della magistratura continua a ostacolare ogni azione volta a contrastare l'immigrazione illegale di massa". Questa è la morale, secondo Giorgia Meloni, nel caso dell'uomo trasferito illegalmente in Albania a cui il ministero dell'Interno deve riconoscere un risarcimento di 700 euro perché il suo invio nel Cpr di Gjader era irregolare.

La presidente del Consiglio, a tre giorni di distanza dalla notizia, ha postato un video sui social prendendosela con la magistratura per la sentenza. Il messaggio è arrivato dopo giorni in cui la stampa di destra aveva battuto molto sulla vicenda, perché successivamente alla decisione sul rimborso è emerso che a carico del 56enne algerino ci sarebbero 23 sentenze di condanna emesse per vari reati tra il 1999 e il 2023 (l'uomo vivrebbe in Italia dal 1995). In un caso, nel 2015, si sarebbe trattato di un'aggressione a una donna.

Proprio sulle condanne Meloni ha insistito nel suo video. "Un cittadino algerino irregolare in Italia che ha alle spalle 23 condanne tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni non potrà essere trattenuto in un Cpr né trasferito nel centro in Albania per il rimpatrio", ha detto. "Per lui alcuni giudici hanno stabilito addirittura, non solo che non ci sarà un'espulsione, ma che il ministero dell'Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione".

Va detto che la sentenza in questione, arrivata il 10 febbraio dal tribunale di Roma per un ricorso presentato ad aprile 2025, non ha vietato la detenzione in un Cpr. Ha stabilito che il trasferimento era irregolare, principalmente per tre motivi legali. Che non ci sarebbe stato un provvedimento per motivare il trasferimento in Albania; che la persona interessata non sarebbe stata avvisata (a quanto risulta, gli era stato detto che sarebbe stato inviato a Brindisi); e che la detenzione nel centro albanese avrebbe impedito il diritto agli incontri familiari (l'uomo ha due figli).

Meloni però non è scesa nei dettagli. E non ha chiarito che la sentenza, peraltro solo in primo grado, è una valutazione sul caso specifico fatta sulla base delle norme internazionali e delle leggi che il governo stesso ha varato. Finora, peraltro, è l'unica condanna nei confronti dell'esecutivo per un trattenimento in Albania.

Al contrario, la presidente del Consiglio ha rilanciato l'attacco ai giudici riprendendo la retorica utilizzata più volte in passato: ovvero che sia la magistratura a ‘impedire' al governo di portare avanti le sue politiche.  "Penso che sia lecito chiedersi come si possa contrastare seriamente l'immigrazione illegale, se chi viola ripetutamente la legge resta sul nostro territorio e lo Stato viene addirittura sanzionato per aver provato a far rispettare le regole", detto.

"Ciononostante il governo continuerà con determinazione il proprio lavoro per rafforzare gli rimpatri, per rendere più efficaci gli strumenti di contrasto all'immigrazione irregolare, per garantire le sicurezza e legalità ai cittadini", ha continuato, prima di concludere: "Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per questo, per ristabilire regole chiare e farle rispettare e il governo lo sta facendo con determinazione, nonostante una parte politicizzata della magistratura continui a ostacolare ogni azione volta a contrastare l'immigrazione illegale di massa".

Non c'è stato nessun riferimento al referendum sulla giustizia, nell'attacco di Meloni. Forse una testimonianza della situazione complicata in cui si trovano la premier e il suo partito, dal punto di vista della campagna referendaria.

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