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Manovra 2026

Manovra 2026, via libera all’emendamento che punta a produrre più armi e rafforzare la difesa

Il Senato dà il via libera a un emendamento della legge di Bilancio 2026 che rafforza l’industria della difesa, puntando su produzione di armi e infrastrutture strategiche, tra polemiche su priorità sociali e accuse di riarmo da parte delle opposizioni.
A cura di Francesca Moriero
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Dopo settimane di dibattito e tensioni politiche, la commissione Bilancio del Senato ha dato il via libera alla riformulazione di un emendamento alla legge di Bilancio 2026, voluto dal governo Meloni, che mira a rafforzare l'industria della difesa italiana. Al centro della norma ci sono la produzione e il commercio di armi, materiale bellico e sistemi d'arma, in un contesto in cui le scelte della manovra hanno già suscitato non poche polemiche sulle priorità nazionali, dalle pensioni alla spesa sociale. L'emendamento autorizza così ora il ministero della Difesa, in collaborazione con quello delle Infrastrutture e dei Trasporti, a individuare – tramite decreti specifici – attività, aree e progetti infrastrutturali considerati "strategici per la difesa nazionale". In pratica, la norma crea un quadro normativo che consente di realizzare, ampliare, convertire, gestire e sviluppare le capacità industriali del settore militare, pur restando formalmente entro i limiti delle risorse già previste dalla legge.

Cosa cambia con l'emendamento

Il testo approvato non introduce nuovi stanziamenti diretti, ma crea una cornice normativa che consente allo Stato di mappare e qualificare come strategici determinati insediamenti industriali e infrastrutturali legati alla difesa. Su queste aree potrebbero poi applicarsi procedure semplificate e una riduzione degli oneri amministrativi, accelerando tempi e autorizzazioni per progetti già riconducibili al settore militare.

Nel testo compare esplicitamente anche la possibilità di "conversione" di attività esistenti, un passaggio che ha alimentato, non poco, il dibattito politico; secondo l'impianto della norma, la conversione rientra tra gli strumenti per rafforzare la capacità produttiva nazionale nel settore degli armamenti, in linea con le politiche europee di rafforzamento dell'industria della difesa.

La difesa del ministro Crosetto

Proprio per questo motivo il ministro della Difesa Guido Crosetto è intervenuto con una nota dai toni duri, accusando stampa e opposizioni di superficialità: secondo il ministro, infatti, l'emendamento non avrebbe l'obiettivo di trasformare fabbriche civili in impianti per la produzione di armi né di spingere il Paese verso un'"economia di guerra". Il ministro ha chiarito che la norma – di iniziativa parlamentare e non proposta direttamente dal suo dicastero – si inserisce nel solco degli indirizzi europei delineati dalla Commissione Ue con il cosiddetto pacchetto "omnibus difesa". La finalità, ha spiegato, è una ricognizione delle aree dove già esistono complessi industriali della difesa, per rendere più efficienti processi e infrastrutture attraverso semplificazioni amministrative, senza estendere questa corsia accelerata ad altri settori produttivi: "Non c'è alcuna modifica strutturale dell’'ssetto economico del Paese", ha ribadito Crosetto, parlando di misure circoscritte e tecniche, volte ad accelerare lo sviluppo di capacità industriali già esistenti.

Le critiche dell'opposizione

Di tutt'altro avviso le opposizioni: il Movimento 5 Stelle parla di un ulteriore tassello di una strategia di riarmo portata avanti dal governo Meloni. I parlamentari M5S delle commissioni Difesa e Bilancio ricordano che, in parallelo all'emendamento, l’esecutivo ha trasmesso al Parlamento nuovi pacchetti di programmi militari, con impegni finanziari pluriennali che superano il miliardo di euro e aumenti di spesa del 70-80% rispetto a tre anni fa, secondo i calcoli dell’osservatorio Milex. Nel mirino dei pentastellati finiscono anche i nuovi sistemi d'arma: obici semoventi, mortai, lanciarazzi, droni da ricognizione e droni-bomba. Dall’inizio della legislatura, sostengono, il governo avrebbe presentato 74 programmi di riarmo per impegni complessivi pari a circa 25 miliardi, con un valore totale che supera i 60 miliardi. Una scelta che, secondo il M5S, sacrifica sanità, scuola e pensioni.

Ancora più netta la posizione di Alleanza Verdi e Sinistra: Angelo Bonelli parla infatti di "economia di guerra" e accusa il governo di voler trasformare le fabbriche italiane in siti di produzione di armi, mentre nel dibattito politico la maggioranza continua a dividersi su pensioni e welfare.

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