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L’UE torna a parlare di nucleare per la sicurezza energetica, Von der Leyen: “Un errore abbandonarlo”

In un’Europa sempre più vulnerabile alle crisi energetiche internazionali, la Commissione europea rilancia il dibattito sul nucleare come strumento di sicurezza e autonomia energetica. Tra piccole centrali modulari e investimenti strategici, Bruxelles cerca un equilibrio tra transizione verde e stabilità dei prezzi.
A cura di Francesca Moriero
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Nel pieno di una nuova stagione di tensioni internazionali che stanno riportando l'energia al centro della geopolitica globale, l'Unione europea sta lentamente rivedendo alcune delle scelte che negli ultimi vent'anni avevano segnato la sua politica energetica. La guerra in Iran, con le sue ripercussioni immediate sui mercati del petrolio e del gas, ha riaperto una questione che per anni era rimasta sullo sfondo: la fragilità strutturale di un continente che importa la maggior parte delle fonti fossili di cui ha bisogno per far funzionare la propria economia. In altre parole, ogni crisi internazionale che coinvolge i grandi produttori di energia finisce inevitabilmente per tradursi in aumento dei prezzi, instabilità delle forniture e pressione sulle economia europee. È dentro questo contesto che la Commissione europea ha presentato a Strasburgo un nuovo pacchetto di misure energetiche che, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbe accelerare la transizione verso fonti più pulite ma allo stesso tempo ridurre la dipendendo dalle importazioni di combustibili fossili. A illustrare il piano sono stati il commissario europeo dell'Energia Dan Jørgensen e la vicepresidente esecutiva della Commissione Teresa Ribera, che hanno delineato una strategia complessa fatta di diversi interventi: dalla riduzione dei costi dell'energia peer cittadini e imprese, al rafforzamento delle infrastrutture elettriche, fino all' accelerazione delle energie rinnovabili e allo sviluppo di nuove tecnologie energetiche considerate strategiche per il futuro europeo. Ma tra le tante misure presentate, una in particolare segna un cambio di tono nel dibattito europeo: il ritorno del nucleare nel discorso politico della transizione energetica.

Il ritorno del nucleare nel dibattito europeo

Per comprendere il significato di questa scelta bisogna però fare un passo indietro. Negli anni Novanta l'energia nucleare rappresentava una quota molto significativa della produzione elettrica europea: circa un terzo dell'elettricità consumata nel continente proveniva da centrali atomiche. Con il passare degli anni quella quota si è progressivamente ridotta fino ad avvicinarsi oggi al quindici per cento. Questa diminuzione non è stata il risultato di un declino tecnologico ma di precise decisioni politiche: dopo il disastro della centrale giapponese di Fukushima nel 2011, molti governi europei decisero infatti di ridurre o abbandonare gradualmente il nucleare, ritenuto troppo rischioso dal punto di vista della sicurezza e della gestione delle scorie radioattive. Alcuni Paesi, come la Germania, scelsero addirittura di uscire proprio completamente dell'energia atomica. Oggi però, a distanza di più di un decennio, la situazione appare diversa: intervenendo al vertice internazionale sull'energia nucleare organizzato a Parigi dal presidente francese Emmanuel Macron, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen  ha riconosciuto che l'Europa potrebbe aver commesso un errore strategico nel ridurre così drasticamente il peso del nucleare nel proprio sistema energetico. Il punto centrale del ragionamento di Bruxelles sarebbe semplice: un continente che importa gran parte dell'energia di cui ha bisogno rimane inevitabilmente esposto alle crisi internazionali. Ogni tensione geopolitica può trasformarsi rapidamente in un aumento dei prezzi o in una minaccia alla sicurezza delle forniture. Per questo motivo la produzione interna di energia sta tornando a essere considerata una questione di sicurezza strategica.

I piccoli reattori modulari

Il rilancio del nucleare europeo non riguarda però necessariamente il ritorno alle grandi centrali costruite nel secolo scorso. La Commissione starebbe puntando infatti soprattutto su una nuova tecnologia: i cosiddetti piccoli reattori modulari spesso indicati con la sigla SMR. Cosa sono? Si tratta di reattori nucleari molto più compatti rispetto a quelli tradizionali e progettati per essere costruiti in modo modulare, cioè attraverso componenti standardizzati, che possono essere assemblati "più rapidamente". Secondo i sostenitori di questa tecnologia, gli SMR avrebbero costi di costruzione più contenuti e tempi di realizzazione molto più brevi rispetto alle centrali nucleari classiche. L'obiettivo della Commissione europea non è però immediato. I piccoli reattori modulari, infatti, non sono ancora una tecnologia diffusa sul mercato energetico europeo. Bruxelles punta piuttosto ad avviare ora la fase decisiva di sviluppo industriale e finanziario, con l'idea che i primi impianti possano entrare in funzione all'inizio degli anni Trenta, cioè tra circa cinque o sette anni. Per sostenere questo percorso la Commissione ha annunciato un sistema di garanzie pubbliche da 200 milioni di euro, destinato ad attirare capitali privati e accelerare la costruzione dei primi progetti pilota.

La "sovranità energetica"

Il ritorno del nucleare nel dibattito europeo non può essere però separato dal contesto internazionale in cui avviene. Le crisi degli ultimi anni hanno mostrato infatti quanto il sistema energetico europeo sia vulnerabile alle dinamiche geopolitiche globali. Il gas russo, che per decenni ha alimentato l'industria europea si è trasformato dopo l'invasione dell'Ucraina in uno strumento di pressione politica. Allo stesso modo le tensioni in Medio Oriente continuano a influenzare i prezzi del petrolio e del gas sui mercati internazionali. In questo scenario, la capacità di produrre energia all'interno dei propri confini diventa sempre più una questione di autonomia strategica. Non a caso, durante il vertice a Parigi, Macron ha parlato apertamente di "sovranità energetica", sostenendo che "l'energia nucleare civile può contribuire a garantire indipendenza energetica e stabilità economica in un contesto internazionale sempre più instabile".

I prezzi dell'energia

Accanto alla questione strategica, però, esiste anche un problema immediato: e cioè il costo dell'energia per cittadini e imprese europee. Negli ultimi anni il prezzo dell'elettricità nel continente è rimasto stabilmente più alto rispetto ad altre grandi economie industriali, con conseguenze evidenti sulla competitività delle imprese e sul potere d'acquisto delle famiglie. Secondo i dati della Commissione, una parte significativa del prezzo finale dell'elettricità è costituita da tasse e imposte nazionali. Per questo motivo Bruxelles ha invitato gli Stati membri a valutare la possibilità di ridurre temporaneamente la pressione fiscale sulle bollette, almeno nei Paesi che hanno margini di bilancio per farlo. Allo stesso tempo la Commissione non intende smantellare uno degli strumenti centrali della politica climatica europea, e cioè il sistema di scambio delle emissioni di carbonio, che attribuisce un costo economico alle emissioni di gas serra. Secondo Bruxelles, infatti, ridurre drasticamente il prezzo del carbonio rischierebbe di indebolire infatti gli sforzi europei nella lotta contro il cambiamento climatico.

Un equilibrio difficile

Il quadro che emerge dalla nuova strategia energetica europea è insomma quello di un equilibrio complesso. Da un lato l'Unione, come abbiamo visto, vuole continuare a guidare la transizione verso un sistema energetico più sostenibile, basato soprattutto su energie rinnovabili. Dall'altro deve fare i conti con la realtà di un sistema economico che ha bisogno di energia stabile, accessibile e relativamente economica per funzionare. Per questo motivo Bruxelles insiste sempre più su un'idea di complementarità: le energie rinnovabili, che producono elettricità a costi sempre più bassi ma dipendono dalle condizioni meteorologiche, devono essere affiancate da fonti capaci di garantire produzione continua durante tutto l'anno. In questa architettura energetica il nucleare torna quindi a essere considerato una possibile componente del mix europeo.

Il dibattito resta però aperto. L'energia atomica, infatti, continua a suscitare forti opposizioni politiche e sociali, soprattutto per i rischi legati alla sicurezza degli impianti e alla gestione delle scorie radioattive. Ma le pressioni della geopolitica e la ricerca di una maggiore autonomia energetica stanno lentamente cambiando anche il clima politico attorno al nucleare. E in un continente che negli ultimi anni ha scoperto quanto possa essere fragile la propria sicurezza energetica, anche le tecnologie più controverse tornano a essere discusse come possibili strumenti per il futuro.

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