Le donne sono discriminate anche quando si parla di salute: intervista alla ginecologa Chiara Di Pietro

Patologie su cui non viene fatta ricerca, dolore incompreso e minimizzato, farmaci testati solo su uomini con effetti diversi sull’organismo femminile: anche quando parliamo di medicina le donne subiscono discriminazioni. Abbiamo fatto il punto con la ginecologa Chiara Di Pietro.
A cura di Annalisa Girardi
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L'essere umano è riuscito a sbarcare sulla Luna prima di rendersi conto, in ambito medico, che uomini e donne sono diversi. Prima di iniziare a testare diversamente i farmaci, a studiare le differenze nelle patologie. "Era più facile arruolare l'uomo per la ricerca, perché probabilmente è un po' più semplice. Nello studio osservazionale di patologie e di farmaci, l'uomo non ha le mestruazioni e non può rimanere incinta; ci sono tutta una serie di condizioni che lo rendono un soggetto più lineare", ci spiega Chiara Di Pietro, ginecologa e chirurga.

L'organismo maschile e quello femminile sono profondamente diversi: "Cambia il metabolismo, cambiano gli ormoni, la composizione corporea; abbiamo tantissime differenze che ritroviamo non solo nella vita di tutti i giorni. Se ci pensi, noi siamo un'altalena continua di ormoni — pensiamo alla nostra mensilità con le mestruazioni — mentre gli uomini sono molto più costanti e lineari. Guardiamo la distribuzione del grasso corporeo o cosa succede al nostro metabolismo con gli ormoni. Banalmente, come cambia con la menopausa. Abbiamo davvero tantissimi cambiamenti e quindi non possiamo assimilare un uomo a una donna. Siamo due mondi molto simili, ma completamente diversi", sottolinea Di Pietro.

Fotografare questa diversità, in medicina, è fondamentale. Perché vuol dire riconoscere la diversità nella sintomatologia, vuol dire curare meglio metà della popolazione. Un esempio su tutti: quando pensiamo ai sintomi dell'infarto pensiamo a un dolore al petto che si irradia al braccio sinistro. Ma questi sintomi, che sono quelli che ci insegnano a riconoscere, non sono tipici genericamente dell'infarto. Sono tipici dell'infarto maschile. Di Pietro ci racconta: "Nell'infarto femminile i sintomi sono molto più subdoli e, se tu non li racconti, la donna difficilmente li riconosce. Ci può essere la nausea, una forte faticabilità, una stanchezza cronica, un dolore irradiato alla mandibola. Sono tanti, i sintomi andrebbero visti nel complesso, ma sono differenti. Questo porta da un lato a sottovalutare sintomi meno eclatanti, dall'altro a normalizzarli, perché noi donne veniamo viste sempre come quelle stressate, che avranno un po' di nervosismo, un po' di gastrite… e invece no. Questo aumenta la mortalità delle donne perché sottovalutano i sintomi e riduce la facilità di diagnosi".

Queste differenze ignorate ci sono anche in ambito farmacologico. Sembrerebbe la cosa più ovvia del mondo, pensare che uomini e donne hanno fisicità e organismi diversi, per cui reagiscono diversamente a uno stesso farmaco. Eppure, non lo è. "Se io studio un farmaco adatto al metabolismo di un uomo, la donna potrebbe avere un'escrezione o un'eliminazione diversa; potrebbe mantenerlo nel corpo per tempi più lunghi e questo potrebbe aumentare il numero degli effetti collaterali. Tutto questo ha un impatto enorme sulla salute delle donne", spiega la ginecologa.

Per poi precisare che sicuramente tutto questo dipende in parte da una prevalenza maschile nell'ambito della medicina e della ricerca: "Molte patologie o molti sintomi sono stati ignorati o minimizzati perché, non vivendoli in prima persona, non si capiva che impatto potessero avere sulla vita di una donna. Pensiamo al dolore legato alle mestruazioni. In parte i finanziamenti andavano soprattutto in patologie che colpivano "tutti" o comunque sintomi più specifici riportati dagli uomini. Il fatto che piano piano le donne abbiano avuto un ruolo sempre maggiore nella medicina e nella ricerca sta portando alla luce nuovi focus e sta cambiando un po' la situazione". Avere un numero maggiore di donne che si occupa di ricerca non basta: bisogna anche intervenire nella formazione di tutte e tutti gli aspiranti medici, bisogna introdurre a monte una prospettiva di genere.

Infatti, anche se oggi ci sono molte più donne in ambito medico, le patologie femminili rimangono ancora in una zona d'ombra. Non è un caso che spesso si parli di "patologie invisibili": sono quelle che non danno un sintomo visibile dall'esterno. Con alcune patologie ginecologiche i sintomi vengono banalizzati, il dolore delle donne non viene creduto. E questo ha una ripercussione enorme sulla vita quotidiana di milioni di persone: "Se pensiamo che almeno una donna su dieci soffre di endometriosi, ma il ritardo diagnostico è tra i sette e i dieci anni, ci rendiamo conto delle ripercussioni sulla qualità della vita. Sono donne che non riescono ad andare al lavoro o a scuola", sottolinea Di Pietro.

E ancora: "Il dolore delle donne viene spesso minimizzato o non creduto. Se una donna lamenta un dolore forte e invalidante, le viene detto "vatti a riposare, torna a casa". Ma il dolore porta con sé un forte impatto emotivo e psicologico. Se ho dolore tutti i giorni in una zona intima, non riesco ad approcciarmi al partner con serenità. Ho paura. Nasce così un senso di inadeguatezza. La donna non si sente ascoltata o vede il suo dolore banalizzato con consigli come "cambia partner", "bevi un bicchiere di vino", "rilassati". Così la donna finisce per sentirsi sbagliata, pensa che il problema sia lei".

Ad aggravare ulteriormente la situazione è la mancanza di educazione sessuale ed affettiva nelle scuole: "Non essendoci un'educazione affettiva e sessuale alla base — che spieghi che la sessualità deve essere piacevole per entrambi — spesso le donne crescono avendo rapporti dolorosi e pensando che sia normale. È paradossale. Magari durante una visita la paziente non ne parla perché si sente in imbarazzo o giudicata", conclude la ginecologa.

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